Somministrare farmaci senza prescrizione è possibile: i Patient Group Directions inglesi.

Proximetacaina e fluorescina per la rilevazione della pressione intraoculare e per rilevare abrasioni corneali.
Tropicamide e fenilefrina per la dilatazione delle pupille, in modo da consentire l’esame del fundus oculi.
Tetracaina per il dolore oculare, ma anche paracetamolo per la cefalea.
Sono solo alcuni dei molti farmaci da me quotidianamente somministrati a decine di pazienti per l’esecuzione delle procedure assistenziali di mia competenza.
Senza prescrizione medica.
Sorpresi, vero?
Solo se lavorate in Italia.
Da molti anni, infatti, vige in Inghilterra il sistema dei Patient Group Directions (letteralmente: direttive per gruppi di pazienti), che abilita, appunto, professionisti sanitari appositamente formati (non solo gli infermieri, ma anche i fisioterapisti, gli assistenti sanitari, i paramedici, le ostetriche, fino ai logopedisti) a somministrare farmaci per procedure assistenziali routinarie in assenza di una prescrizione medica individualizzata, bensì sulla base di protocolli.
I PGDs sono infatti redatti e validati da commissioni di medici, farmacisti e rappresentanti della categoria di professionisti sanitari maggiormente coinvolta nella somministrazione di uno specifico farmaco (ad esempio gli infermieri) nell’ambito del Trust (che può comprendere più di un ospedale) e periodicamente aggiornati sulla base di linee guida ed evidenze scientifiche, in genere ogni 3 anni.

Definisco i Patient Group Directions il trionfo del pragmatismo inglese applicato all’ambito sanitario.
Immaginate un contesto del genere: un Pronto Soccorso affollato, con circa 300-350 accessi quotidiani, che richiedono trattamenti standard per procedure standard nella quasi totalità dei casi, con un organico di infermieri e medici che stenta a fronteggiare il costante incremento della domanda di salute della popolazione e, dall’altro lato, con la spada di Damocle di direttive ministeriali che fissano come obiettivo la dimissione od il ricovero di almeno il 95% dei pazienti entro 4 ore (ho scoperto che in Italia sono 6). 
Quanto tempo si perderebbe (per meglio dire, si sprecherebbe) per ottenere prescrizioni mediche ripetitive, paziente dopo paziente?
Quello descritto è il mio Pronto Soccorso oculistico, ma potrebbe essere un tipico Pronto Soccorso di una grande città inglese. 
L’esempio potrebbe essere esteso a moltissimi altri setting assistenziali: l’emergenza-urgenza sulle ambulanze (suona qualche campanello nella testa dei miei lettori italiani?), un day surgery, un ambulatorio, perfino una residenza in cui un medico non è presente H24. 
In un Paese, come l’Inghilterra, affetto da una costante carenza di figure mediche (ma in genere di tutte le figure sanitarie), i PGDs costituiscono la quadratura del cerchio: liberano i medici dalla tortura di infinite, ripetute, ossessive richieste di prescrizioni per le stesse, identiche procedure, conferiscono ai professionisti sanitari un notevole grado di autonomia, elevano gli standard di efficienza e di qualità del servizio.
I PGDs, in ogni caso, non sono un’invenzione impraticabile nell’ambito del patrio SSN e nel contesto dell’ordinamento giuridico italiano, perché sono, a tutti gli effetti, prescrizioni, sottoscritte al momento della validazione da tutti i responsabili coinvolti nella sua predisposizione.

L’operatore sanitario dovrà infatti documentare che quel determinato farmaco è stato somministrato sulla base di un protocollo validato all’interno del Trust, spesso (ma non sempre è possibile, per ristrettezze di tempo) indicando anche il codice del protocollo. 
In più, prima di essere autorizzati alla somministrazione di farmaci in base ai PGDs è richiesto il superamento di un breve assessment, ovvero di una vera e propria interrogazione, che per gli infermieri viene condotta da un membro senior dello staff, di norma un clinical educator od un line manager. 
Tutti i professionisti abilitati sulla base di uno specifico PGD sono poi elencati in un registro custodito all’interno del Dipartimento o dell’Unità Operativa, in modo da agevolare controlli interni od esterni, come quelli della temuta CQC, la Quality care Commission (ne parlerò in un futuro post).
I PGDs sono documenti generalmente brevi, di poche pagine, redatti da un comitato interno al Trust sulla base delle direttive del NICE, acronimo per National Institute for Health and Care Excellence.
Ogni Patient Group Directive si riferisce alla somministrazione di uno o più farmaci per una singola procedura standard, per cui il professionista non riceverà alcuna tutela giuridica (anzi) in caso di somministrazione di farmaci diversi o per procedure diverse da quella espressamente indicata. 
Sono indicate via di somministrazione, dose, frequenza, ma sono chiaramente previsti anche i casi di esclusione, non solo in relazione a categorie di pazienti (in genere, pazienti pediatrici al di sotto dei 16 anni, donne incinte o che allattano) ma anche a condizioni cliniche (un esempio è quello dell’ipertensione incontrollata o di insufficienze respiratorie).
Da ultimo, è evidente che non sono mai inclusi nel PGD farmaci out of label, ovvero somministrati per patologie differenti da quelle indicate dalla casa farmaceutica.
Fantascienza? Pericolose innovazioni di un sistema che mette a repentaglio la salute dei pazienti? 
Affatto, la pratica dei PGDs costituisce routine quotidiana nell’NHS, ma non esula il professionista non medico dal dovere di rivolgersi al medico nei casi dubbi. 
Senza dubbio, si tratta di un sistema molto più sicuro delle obsolete “terapie al bisogno”, ancora in uso in Italia, ma prive di riferimenti specifici per il professionista sanitario, in merito a frequenza e controindicazioni.
Un sistema, pertanto, che costituisce un’evoluzione da implementare al più presto, per consentire anche al SSN di mantenere livelli di qualità, che altrimenti rischiano di restare memoria utile solo a fini statistici.  
Per chi volesse approfondire, come sempre, è possibile scaricare liberamente una guida ai PGDs redatta dall’RCN, cliccando il seguente link:

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