Outbreak di cheratite da Acanthamoeba nel Sud-Est dell’Inghilterra.

La cheratite da acanthamoeba è causata da un protozoo che vive nell’acqua che beviamo e con cui ci laviamo tutti i giorni. È generalmente innocuo, ma se ospitato in un ambiente favorevole alla sua riproduzione, come quello caldo/umido che si crea tra l’epitelio corneale e le lenti a contatto, causa una gravissima infezione che può portare a cecità in pochi giorni, tra dolori lancinanti. Dei pazienti affetti, un quarto presenta una acuità visiva ridotta al 25% o meno e molti devono sottoporsi ad un trapianto corneale, mentre le visite di follow up si protraggono per ben 18 mesi.

È inoltre una infezione difficilissima da diagnosticare (occorre un microscopio confocale, ce ne sono solo 4 in tutto il Regno Unito) e da trattare (i protocolli terapeutici sono ancora empirici e l’unico farmaco approvato è il poliesametilene biguanide 0.2% – PHMB).
Nell’85% dei casi, come già accennato, i pazienti che ne sono affetti sono portatori di lenti a contatto che non osservano una meticolosa igiene nell’utilizzo di questo presidio ed in particolar modo non rispettano la regola delle “3S”:
– don’t shower (non fare la doccia con le lenti a contatto);
– don’t sleep (non dormirci senza prima toglierle);
– don’t swim (non nuotarci in una piscina).

In teoria, la cheratite da acanthamoeba rappresenta una patologia oculistica rara, interessando solo 2,5 pazienti su 100.000 nel Sud-Est dell’Inghilterra e 1 su 100.000 in Europa, ma un recentissimo studio case/control del Moorfields Eye Hospital di Londra ha rivelato che il numero dei casi di acanthamoeba è sensibilmente incrementato, passando da 8/10 casi l’anno nel periodo 2000/2003, a 35/65 nel triennio 2011/2014 nel Sud-Est dell’Inghilterra.

I ricercatori hanno esplorato molti possibili fattori di rischio, riscontrando comunque un’incidenza dell’infezione tre volte più elevata in chi aveva una scarsa igiene nell’uso di lenti a contatto, oppure le indossava in doccia o nella vasca da bagno. Ancora, si è notata una correlazione tra la patologia e l’uso di un disinfettante per lenti a contatto denominato Oxipol, ora dismesso dalla industria produttrice.
In generale, nel Regno Unito l’incidenza della cheratite da acanthamoeba è superiore ad altri Paesi, anche per via della presenza di una elevata percentuale di sali minerali (acqua dura) nell’acqua per uso domestico, ma è comunque improbabile, secondo gli autori dello studio, che uno solo dei fattori, considerato individualmente, sia responsabile dell’outbreak dell’infezione.

Luigi D’Onofrio

Riferimenti: Carnt N., Hoffman J.J., Verma S., et al, “Acanthamoeba keratitis: confirmation of the UK outbreak and a prospective case-control study identifying contributing risk factors”, British Journal of Ophthalmology, published online first: 19 September 2018. doi:10.1136/bjophthalmol-2018-312544

Into the wild: Mattia Cialoni, infermiere in UK e fotografo naturalista per passione.

Sono rimasto colpito da tempo dagli scatti di Mattia, collega d’avventura in UK. Ho scelto perciò di intervistarlo, per conoscere meglio origini e prospettive future non solo della sua carriera infermieristica in terra britannica, ma anche della sua passione per la fotografia naturalistica.

– Raccontaci brevemente di te e delle tue esperienze positive e negative nel Regno Unito.

Ho deciso di emigrare in Inghilterra nel 2014, quando, dopo un anno dal conseguimento della laurea in infermieristica, mi sono ritrovato senza un lavoro specializzato nel mio settore.

Le mie fonti di guadagno erano il calcio (a livello semi professionistico) e lavoretti saltuari come cameriere nel weekend durante la stagione estiva per 50 euro a servizio e al Mc Donald’s con un contratto voucher, lavorando a volte anche turni da sole 2 ore nelle ore più frenetiche del weekend.Quasi tutti i miei guadagni erano pagati in nero e avevo bisogno di un cambiamento importante nella mia vita, una svolta.Sono sempre stato contrario a fare domanda per i concorsi, perché pensavo (e ne sono convinto anche ora) che avere un lavoro sia un diritto e fare così tanta fatica ad ottenerne uno, per poi nella migliore delle ipotesi ritrovarmi comunque lontano da casa, non sia giusto e la possibilità di provare un’esperienza diversa e di imparare un’altra lingua mi affascinava moltissimo.Decisi così di iniziare a studiare l’inglese. Per diversi mesi ho “divorato” libri di grammatica e completato stagioni su stagioni di Grey’s Anatomy (con sottotitoli in inglese), per poi ritrovarmi in un hotel a Milano ad affrontare un colloquio in inglese per un ospedale vicino Londra.Il colloquio andò incredibilmente bene, nonostante alcune difficoltà linguistiche. Ero incredulo nell’accertare, che in poco più di un’ora di colloquio, ero riuscito ad ottenere quello che in Italia si ottiene con tanta fatica, tempo e sacrificio: un contratto a tempo indeterminato.In quella stanza d’albergo mi fu data una grande opportunità.Da lì a pochi mesi dopo mi ritrovai sotto il cielo cupo d’Inghilterra. Era l’Ottobre del 2014 e avevo appena festeggiato i miei 26 anni di età.

All’arrivo in aeroporto, a Stansted, avevo un taxi pagato dal mio ospedale, che mi avrebbe portato nel luogo dove avrei speso i 10 mesi successivi: Wexham Park Hospital, Slough (città a 20 minuti di treno da London Paddington).Mi destinarono all’equivalente italiano di un reparto di geriatria e vivevo in una struttura a pochi passi dall’ospedale, lontano poco più di 5 km dal centro città, nel mezzo della campagna del Berkshire.Sono stato aiutato ad aprire un conto in banca e ad entrare nella realtà lavorativa con dei corsi della durata di 3 settimane: preceptorship e induction (sempre pagati dal Trust).Inizialmente lavorai come Health Care Assistant (l’OSS in Italia) ma, una volta ottenuto il numero di registrazione, iniziai a lavorare come infermiere a tutti gli effetti: diventai staff nurse, band 5.Ambientarmi in una nuova realtà non è stato facile.Mi sono dovuto abituare presto a convivere con dei ritmi estenuanti ed una tipologia di pazienti impegnativa, quella degli anziani, a cui non ero pronto al 100% ma soprattutto la barriera linguistica mi faceva terminare le giornate con il mal di testa.Probabilmente non ero pronto all’esperienza in sé. Facevo fatica a convivere con i ritmi lavorativi dei turni di 12 ore, con il cielo perennemente cupo e con la mancanza del mio paese, del mio cibo e delle mie tradizioni.Fortunatamente ero straordinariamente supportato dalla mia compagna Alessandra (infermiera anche lei) che nel frattempo aveva iniziato a lavorare, qualche mese dopo il mio inizio, nel mio stesso ospedale.Dopo 10 mesi decidemmo di lasciare Slough e di spostarci in un’altra meta, Bristol città vivace e colorata, grande ma non troppo, percorribile in bici e meno caotica di quella Londra che stancava così tanto, dopo le giornate off spese negli ultimi 10 mesi.Visitammo la città nel giorno in cui sostenemmo entrambi un colloquio di lavoro.Io avevo trovato lavoro in un reparto di chirurgia e la mia compagna in sala operatoria.Riuscimmo a trovare, senza poche difficoltà, una stanza in centro in una casa condivisa con altre persone.La convivenza, si sa, non è mai facile. La nostra era iniziata piuttosto bene, ma col passar del tempo qualcosa si era inevitabilmente rotto.Gli altri ragazzi che vivevano in casa erano degli hippie amanti della vodka e organizzavano regolarmente feste all’interno dell’appartamento. Feste di alcool e droga, in cui rimanevano svegli fino a tardi, invitando ospiti che nel cuore della notte rumoreggiavano nella casa.Noi due, infermieri e con turni pesanti, non potevamo tollerare questa situazione e nonostante ne avessimo parlato chiaramente, non siamo riusciti a trovare un punto d’incontro.La situazione in casa rendeva la mia vita lavorativa difficile perché arrivavo al lavoro stanco, con poche ore di sonno e stressato dalla tensione che si era oramai creata all’interno della casa.Facevo fatica a concentrarmi a lavoro e decisi così di parlare con la mia manager, proponendole una riduzione delle ore.Le parlai della mia stanchezza e dei problemi che stavo affrontando in quel periodo. Cercai un aiuto concreto. Lei rispose sottolineando che tutti i membri dello staff hanno dei problemi personali: chi ha problemi con l’alcool, chi con la depressione, chi deve affrontare divorzi e che, fondamentalmente, non poteva ridurmi le ore. Mi consigliò di andare dal mio GP ed eventualmente valutare una terapia, considerando il fatto che avrei potuto iniziare a prendere dei farmaci antidepressivi a bassi dosi o qualche altra terapia che potesse aiutare a combattere i miei problemi.In quell’incontro persi completamente la fiducia nella mia coordinatrice.Non ero disposto ad assumere medicine per trovare benessere.Il lavoro per me non era più uno stimolo e dopo poco tempo ebbi un altro incontro con la manager, che mi comunicò di dover tornare, dopo ben 4 mesi dal mio inizio, in affiancamento (supernumerary). Si giustificò dicendo che quella sarebbe stata per me un’opportunità di miglioramento. Io non ci credevo. La situazione stava andando fuori controllo. Ero affiancato da una senior nurse che mi ridicolizzava davanti a tutti i colleghi, trattandomi come uno studente al primo anno.Nelle settimane successive provai a colloquiare ancora con la mia manager, chiedendole di cambiare infermiera perché mi sentivo ridicolizzato di fronte ad alcuni comportamenti nei miei confronti. Mi rispose che me la dovevo sbrigare da solo e parlare direttamente con l’interessata e cercare di risolvere il problema perché era l’infermiera, a sua detta, migliore che aveva in reparto.Mi venne consigliato anche di lavorare come Nursing Assistant (OSS).A quel punto decisi di licenziarmi e di prendermi del tempo.Avevo appena passato uno dei periodi più bui della mia vita.Nel frattempo io e la mia ragazza eravamo riusciti nell’intento di trovare una 1 bedroom flat molto accogliente.Dopo il licenziamento mandai il mio CV a un’agenzia e applicai per la posizione di “bank nurse” nell’ospedale di Bath, a pochi km da Bristol.Nel frattempo dedicai del tempo a viaggi naturalistici ed esplorazioni. Dovevo disintossicarmi e dedicare un po’ di tempo a me stesso..Dopo solo poche settimane da quel brutto momento avevo due lavori.L’agenzia mi permetteva di lavorare nell’ospedale di Weston Super Mare, a 40 minuti di treno da Bristol, dove prenotavo regolarmente turni nei reparti medici, chirurgici e nel pronto soccorso.A Bath (12 minuti di treno) ho lavorato principalmente in medicina e in cardiologia e ho comunque coperto, nel giro di 2 anni, tutti i reparti medici e chirurgici dell’ospedale.Lavoravo lontano da dove vivevo in centro città e dopo aver passato 3 mesi andando a lavoro in bici – treno – bici svegliandomi alle 4.30 per essere a lavoro alle 7 e tornare a casa alle 9 di sera, decisi di portare la mia macchina italiana in UK per qualche mese.Per i due anni successivi ho lavorato prenotando turni online nel Royal United Hospitals of Bath, lavoravo principalmente di notte e mi prendevo stabilmente all’incirca una settimana ogni mese o due, dove ho viaggiato e investito il mio tempo in esperienze.Da un lato avevo la libertà di programmare la mia vita, dall’altra lavoravo in reparti diversi ogni turno e venivo spostato all’ultimo in altri reparti, il che rendeva la cosa difficile, un poco più stressante. A livello economico guadagnavo come permanent, però dovevo viaggiare 40 minuti di macchina per andare a lavoro e 1 ora per tornare a casa la mattina per poi non avere poi grandi gratificazioni a livello lavorativo. Alla lunga mi sono reso conto che avrei dovuto investire il mio tempo in un lavoro che mi avrebbe permesso di migliorare le mie capacità. A gennaio del 2018 applicai per un nuovo lavoro al Bristol Royal Infirmary, stesso ospedale dove lavoravo 2 anni prima, a 10 minuti a piedi da dove vivo, e dopo aver sostenuto un colloquio di lavoro ero finalmente dentro il reparto di Intensive Care Unit.Sono arrivato ricaricato e pieno di energie dopo aver svolto un duro lavoro su me stesso.Fortunatamente ho trovato un ambiente ideale e stimolante: alto livello di qualità lavorativa, tantissimi giovani e un gioco di squadra eccellente.Dopo diversi tentativi andati non secondo i piani, credo che questa scelta sia stata la più azzeccata che avessi potuto fare. Nonostante le brutte esperienze vissute fino a quel punto ho avuto la perseveranza nel continuare a cercare e non mollare tutto.Alla fine sono riuscito a trovare un buon bilanciamento vita-lavoro.Sono stato supportato tantissimo dalla mia compagna; se fossi stato solo, non credo avrei continuato a vivere in Gran Bretagna, soprattutto per come mi sono sentito in alcune situazioni. Probabilmente sarei tornato in Italia dopo alcuni mesi.Dove lavoro adesso ho le possibilità di corsi universitari e non solo (pagati dall’ospedale) e possibilità di miglioramento importante sia a livello lavorativo che economico.

– Come è nata la passione per la fotografia? Perché proprio la fotografia naturalistica?

Impugnai la mia prima reflex da adolescente e principalmente scattavo foto ad amici, eventi e luoghi che visitavo.Qualche anno fa io e Alessandra andammo in Africa, proprio qualche settimana prima che partissimo per la Gran Bretagna, nell’Ottobre 2014.
2014.Il mondo che vidi in Kenya cambiò nettamente il mio punto di vista sulla vita e sulla natura.Ebbi come un’epifania: un momento di profonda realizzazione e condivisione.Quel viaggio in Africa è stato per me una rinascita.Lo spirito dell’avventura e la visione dei paesaggi selvatici della savana hanno fatto scattare in me una scintilla. Da quel momento in poi avrei investito molto più tempo nella ricerca di quei brividi che mi tenevano incantato di fronte alla purezza della natura e la fotografia per me diventò un mezzo per assicurarmi quei momenti che sarei andato a cercare.

– Dove ti ha portato questa passione?

Appena dopo qualche mese dal mio approdo in UK, ho colto ogni opportunità per esplorare le zone limitrofe del Berkshire e parallelamente spendevo le mie ferie esplorando i parchi Nazionali nostrani.Nel corso degli ultimi anni io e Alessandra abbiamo viaggiato moltissimo.Oltre che organizzare trekking in Italia (Parco Nazionale del Gran Paradiso, Parco Casentino, Gran Sasso e Monti della Lega, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Parco della Majella, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise…) abbiamo visitato e scalato diverse montagne in vari parchi Nazionali Europei.

Abbiamo ciaspolato nelle remote terre della Lapponia Finlandese, osservato l’aurora boreale a Capo Nord, scalato il Ben Nevis in Scozia, visitato le scogliere Gallesi, Irlandesi e del sud dell’Inghilterra.

Abbiamo visitato le Canarie, il Portogallo e la Spagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda.Ultimamente siamo stati nei ghiacci del Polo Nord, alle isole Svalbard e stiamo per partire per un viaggio in Canada, a Vancouver e sulla Vancouver Island.

Oltre ai viaggi on the road/esplorativi negli ultimi anni mi sono focalizzato sulla fauna selvatica e sulla fotografia di paesaggio.Durante i miei due anni in cui ho lavorato come libero professionista (nell’ospedale di Bath come bank nurse) ho avuto modo di approfondire la mia passione per i grandi predatori Italiani. Ho speso sul campo tantissime ore a osservare i lupi e orsi nel loro ambiente naturale, al Parco Nazionale d’Abruzzo. Ho imparato a seguire le tracce, a come nascondermi dentro un cespuglio e a stare in silenzio in attesa, con il sole o con la pioggia, al caldo d’estate o nella neve d’inverno in attesa di un incontro.Ho avuto modo di vivere la natura nella propria interezza e questa base di entusiasmo mi sta spingendo a studiare nuove specie animali e pianificare il tempo per fotografarle.

– Vedi il tuo futuro con una macchina fotografica in mano, immerso nella natura, oppure in una corsia d’ospedale?

Al momento è difficile pensare troppo lontano.Di sicuro la condizione lavorativa in Inghilterra è di gran lunga superiore rispetto a quella italiana e quella nel settore sanitario mi permette di avere gestione della mia vita privata e soprattutto il tempo.In Italia il percorso sarebbe lungo (vedi concorsi) e comunque pieno di sacrifici.Dovremmo ricominciare da zero e anche se dovessimo farcela (in 2 a trovar lavoro nella stessa città) dovremmo rinunciare ai viaggi e alle esperienze che la condizione in Gran Bretagna ci garantirebbe.Dovrei mettere da parte la mia passione per la fotografia e accantonarla chissà per quanto tempo…La professione infermieristica mi permette di potermi organizzare il tempo che ho a disposizione e al momento attuale il lavoro in rianimazione mi piace molto.Tra qualche mese cambierò il mio contratto da “full time’’ a “part time” e avrò comunque la possibilità di prenotare turni extra nella mia unità il che mi permetterà di avere più flessibilità e tempo libero per pianificare e per fotografare.Una opzione che valuterò prossimamente sarà la fotografia di matrimonio.È risaputo come i matrimoni siano una discreta fonte di guadagno, ed avendo già avuto diverse esperienze l’idea non mi dispiace.Visto che poi, negli ultimi anni, ho accompagnato con me diverse persone in montagna, nei boschi e nei luoghi “wild”, mi piacerebbe, in futuro, organizzare avventure fotografiche nei miei luoghi preferiti come seconda professione.

L’idea di trasmettere le emozioni che ho provato io stesso e condividere le mie esperienze nella fotografia mi affascina molto.
Di recente, sto progettando, insieme ad un amico fotografo che vive e lavora per la BBC e la ITV a Londra, di organizzare dei workshop di fotografia di viaggio e naturalistica alle isole Svalbard, nell’Artico, la prossima estate, tra maggio e giugno 2019.

Se dovessi vedere il mio futuro, al momento lo vedrei sia in corsia che con una macchina fotografica in mano. Quello che accadrà poi lo dirà solo il tempo 😀

Mi trovate online sul mio website, http://www.mattiacialoni.com, sulla mia Facebook page (Mattia Cialoni photography) ed ovviamente ho un profilo Instagram, mattiacialoni!

Oh no, ho ricevuto un complaint! E adesso?

Questo è uno scandalo! Mi rivolgero’ al primario/direttore/Presidente della Repubblica!”
Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase, da pazienti infuriati per un disservizio, in Italia (sì, ho sentito chiamare in causa anche il Presidente della Repubblica)?
Sappiamo benissimo, però, che nel Belpaese “fare la voce grossa” e minacciare è, nella grande maggioranza dei casi, un gesto estremo e talvolta disperato, che può essere immediatamente bloccato con qualche concessione e parola gentile. Anche perché, talvolta, è davvero impossibile accontentare le richieste della clientela.
Difficile che alla protesta segua un’ulteriore iniziativa, soprattutto perché, spesso e volentieri, non si conoscono neppure i canali attraverso cui inoltrarla: in quanti conoscono, o si sono serviti, del Tribunale per i diritti del malato? Una ristretta minoranza, senza dubbio. Senza dimenticare che poi è facile che la lamentela si perda nei mille rivoli della burocrazia.
Nel Regno Unito, al contrario, il complaint scritto, seppur meno frequente di quanto si pensi, è un gesto di rivendicazione dell’utenza, che trova grande considerazione – e suscita enorme preoccupazione. Soprattutto perché il management è obbligato ad aprire un’investigazione interna ed a produrre una risposta al cliente.
Il personale sanitario, ovviamente, è tra i più colpiti, poiché paga spesso le diverse inefficienze legate all’organizzazione, oltre che alla condotta dell’individuo.

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Piccolo glossario della sanità inglese, ad uso dei newbies.

La sister in charge ha detto che la matron dell’ITU ha telefonato, avvisando che il paziente verrà trasferito tra poco, e che verrà la nurse con l’hca a fare l’handover. Il paziente deve rimanere NBM da mezzanotte, OBS ogni tre ore, viene già con IV drip e bisogna continuare la fluid chart, domattina è nella list del consultant e andrà in theatre in mattinata per l’intervento”.

La terminologia sanitaria nel Regno Unito è decisamente spiazzante, per chi i professionisti che vi si inseriscono da un altro Paese europeo, non solo per la predilezione (indigesta a noi italiani) per l’acronimo a tutti i costi, che implica non pochi problemi di comunicazione, anche tra gli stessi britannici, ma anche per il vasto impiego di una terminologia del tutto peculiare, che può confondere anche chi ha già una buona conoscenza della lingua inglese, ma ha seguito molte serie televisive americane.

Giusto a proposito, il nurse inglese è l’RN (Registered Nurse), quello statunitense l’RGN (il significato è lo stesso).
Un Pronto Soccorso USA, invece, sarà indicato come ED (Emergency Department) o ER (Emergency Room), uno londinese sarà tipicamente un A&E (Accident and Emergency).
Ho ritenuto allora utile ed interessante elaborare un glossario dei termini più diffusi e caratteristici, per fornire qualche riferimento a chi si sta approcciando al sistema britannico, a chi vorrebbe farlo, e a chi, infine, è semplicemente curioso.
Mi perdonerete, ovviamente, alcune semplificazioni, pensate solo con finalità esplicative.

Suddividero’ questo glossario in categorie. A proposito… newbie significa “novizio, inesperto”!

RUOLI INFERMIERISTICI E MEDICI

  • Sister: termine di origine religiosa, è ancora molto diffuso per indicare ogni ruolo di senior nurse, cioè di infermiera che svolge anche compiti di coordinamento (in UK non esiste un solo coordinatore dell’unità operativa, ma diverse figure). Gli uomini sono genericamente indicati come senior nurses;
  • Nurse in charge: può indicare l’infermiere che è “a capo” dell’unità operativa, durante il turno di servizio o anche permanentemente;
  • Ward/line manager: è il coordinatore dell’unità operativa. È la figura più vicina al nostro coordinatore.
  • Matron: è il coordinatore dipartimentale (per esempio, dell’A&E e anche delle cliniche annesse, oppure di tutte le unità operative afferenti, chesso’, al Dipartimento di cardiologia);
  • ANP (Advanced Nurse Practitioner): è l’infermiere con competenze specialistiche avanzate per eccellenza. Segue in genere un MSc (master) biennale, che lo abilita a gestire in autonomia percorsi assistenziali, eseguendo procedure invasive complesse (ad esempio, nell’ambito dell’oftalmologia, iniezioni intravitreali) e perfino interventi chirurgici “minori”, come nel caso dei Surgical Care Practitioner (SCP). Se ha seguito un corso specifico, potrà anche prescrivere farmaci. In questo caso, avrà conseguito la qualifica di indipendent nurse prescriber. Il Practitioner, ovviamente, può essere al tempo stesso anche line/ward manager, nurse in charge o matron. In quest’ultimo caso, tuttavia, è logico che si tendano a privilegiare le competenze manageriali, rispetto a quelle prettamente cliniche.
  • Registrar: è il medico specializzando. In genere, il curriculum medico specialistico prevede almeno 6 anni di studio. Quindi il registrar spesso si firmerà, o sarà indicato, come ST1, ST2, ecc.;
  • Fellow: è il medico che ha vinto una fellowship, ovvero che ha completato il suo training, ma sta ricevendo ulteriore specializzazione. Può lavorare sotto supervisione del consultant e in autonomia per i casi “minori”, ovvero di routine. Spesso, in UK, i fellows sono medici a contratto stranieri. Lo possiamo considerare come una sorta di aiuto primario;
  • Consultant: è il medico che ha terminato la specializzazione e vinto la selezione per ricoprire questa qualifica. È paragonabile, anche se non completamente sovrapponibile, al nostro primario. In una stessa unità ce ne possono essere diversi.
  • Paramedics: una nota a parte la meritano i “cugini” paramedics, presenti nei Paesi anglosassoni ma non in Italia (ancora, purtroppo). Sono le figure professionali specializzate ad eseguire prestazioni assistenziali in emergenza – urgenza, sulle ambulanze. Seguono un percorso di laurea distinto da quello infermieristico, ma molto simile ad esso. I paramedics britannici sono quelli con le competenze più avanzate al mondo: se specializzati, possono intubare ed eseguire intraossee.
  • HCA: healthcare assistant (con accento sulla i). È ancora, almeno fino all’arrivo della valanga dei nursing associates, la principale figura di supporto dell’infermiere britannico.
  • GP (General Practitioner): è il medico di famiglia. Il suo ruolo è identico a quello del suo corrispettivo nel sistema sanitario italiano.

STRUTTURA E ORGANIZZAZIONE

  • Trust: è – impropriamente – la nostra ASL. Ricomprende uno o più ospedali, anche in città diverse. Oppure un ospedale e diverse strutture satellite, per esempio cliniche all’interno di altri ospedali;
  • Ward/Unit: è l’Unità Operativa. Curiosamente, non esiste una Unità destinata a pazienti affetti da patologie infettive, che invece vengono ospitati nelle side rooms (ne tratterò in seguito) dei vari wards;
  • Clinic: è il nostro ambulatorio;
  • Day Care/Unit: esiste anche in Italia, ma è interessante notare che, in ambito chirurgico, un servizio finalizzato a dimettere (la dimissione è definita “discharge”) i pazienti in giornata è definito Day Surgery, denominazione che non è presente (o quantomeno assai poco diffusa) nel mondo britannico.
  • Outpatients: è un termine impiegato per indicare il complesso delle cliniche di un ospedale, dove afferiscono i pazienti esterni (“out”), distinti dagli inpatients, che invece sono quelli ricoverati (admitted) nei wards;
  • Out of hours: sono i servizi aperti dopo la chiusura delle clinics. Ad esempio, l’A&E offre servizi in emergenza, in regime di out of hours rispetto ad una clinic.
  • Theatre: è la sala operatoria. Il theatre department comprende l’anaesthetic room (la stanza dell’anestesia) e la recovery (la stanza del risveglio). Vi lavorano, tra le figure infermieristiche, gli scrub nurses (gli infermieri di sala) e, ovviamente, gli anaesthetic e recovery nurses, a stretto contatto con gli ODP, Operating Department Practitioner, figura del tutto peculiare nel mondo britannico, trattandosi di un ruolo senza degree (laurea), ma con competenze avanzate (può anche “scrubbare”).
  • ITU/ICU: Intensive Treatment/Care Unit. È la nostra Rianimazione (termine che ho sempre personalmente trovato un po’ spettrale, tanto da preferire, appunto, l’espressione terapia intensiva).
  • AMU: acute medicine unit. È la medicina d’urgenza.
  • A&E (&U). È il Pronto Soccorso. Può ricomprendere una observation bay (od obs, nel lessico familiare, ovvero nel jargon, clinico/infermieristico). La obs bay (l’& U cui accennavo prima) è l’equivalente dell’antica astanteria, oggi denominata osservazione breve intensiva,. dove i pazienti rimanevano per alcune ore, in attesa di essere stabilizzati e “smistati” nelle varie unità operative. Il ricovero, a proposito, è definito admission, ed è pianificato dal bed manager, un infermiere che gestisce, appunto, le capacità ed i posti letto della struttura ospedaliera, di concerto con il nurse in charge del reparto. I pazienti più gravi dell’A&E sono invece ospitati in Resus (Resuscitation) Bay, prima di essere stabilizzati e trasferiti in ITU/ICU.
  • UCC: Urgent Care Center: è un servizio di urgenza/primo soccorso. Può essere dislocato sul territorio, oppure all’interno delle strutture ospedaliere. Può essere specialistico (ad esempio, relativo all’oftalmologia).
  • CCU: Cardiac Care Unit. È l’Unita’ Operativa di Cardiologia. Relativamente al servizio di Day Care, può prevedere lo staying overnight, ovvero l’admission notturna per l’osservazione dei parametri vitali, di pazienti provenienti dal cath lab, la nostrana cardiologia interventistica (ad esempio, pazienti cui è stato impiantato uno stent coronarico).
  • Nursing homes: sono paragonabili alle nostre RSA.
  • GP Practice/Surgery: è l’ambulatorio del medico di famiglia. È quasi sempre uno studio associato. Sono strettamente collegati ai Community services, i servizi territoriali, che comprendono anche la District Nurse, l’infermiera di famiglia.
  • Bay: è il “camerone”, ovvero una stanza in cui sono presenti da 4 a 6 pazienti (il cui bed space, il posto letto, può però essere chiuso con le curtains, le tendine, soprattutto nel momento in cui si dovranno praticare le cure igieniche al letto del paziente).
  • Side room: è una stanza più piccola, che ospita uno o due posti letto.
  • Sluice room: è la stanza dello sporco, dove vengono appunto lasciati i cesti della lavanderia sporca.
  • Cupboard: è qualunque tipo di armadio o armadietto, contenente qualunque cosa, dalla biancheria (sheets) e pigiami (gowns), ai farmaci, compresi gli stupefacenti (CD – controlled drugs).
  • Trolley: è qualunque tipo di carrello.

ATTIVITÀ ASSISTENZIALI

  • Admission: ne abbiamo già scritto, è il ricovero.
  • Discharge. È la dimissione, processo che, in UK, può essere estremamente delicato e protrarsi anche mesi. Quando il paziente presenta social needs, ovvero bisogni assistenziali che richiedono anche un supporto dei servizi sociali, può imfatti comportare la compilazione di una grande quantità di paperwork, di documentazione. Il discharge deve infatti essere safe, cioè non mettere a repentaglio la vita del paziente, che potrebbe magari non essere compliant con la terapia, e quindi aggravare la sua patologia, oppure, semplicemente, non essere più in grado di eseguire daily tasks elementari, cioè attività legate alla routine quotidiana (vestirsi, lavarsi, prepararsi i pasti). Il discharge può quindi prevedere un “semplice” referral, cioè una richiesta, alla District Nurse, per fornire un supporto alla compliance, vale a dire all’assunzione corretta della terapia, fino a prevedere un completo package of care, con il referral ai social workers, gli assistenti sociali appunto, ed il trasferimento in nursing home.
  • Handover: è la consegna, effettuata nel briefing mattutino, oppure al momento del trasferimento del paziente da un reparto all’altro.
  • File/records: è la cartella del paziente. Records è termine più ampio e ricomprende le documentazioni di ogni genere, cartacee e digitali, mentre il file è prevalentemente cartaceo. Cartella medica e infermieristica del paziente sono, in UK, unificate e contengono quindi le notes, cioè le annotazioni, di entrambe le figure professionali ( ma anche gli HCA possono apporre notes sul file, per il loro ambito di competenza!);
  • Care plan: è il piano assistenziale, anch’esso presente il cartella.
  • Drug chart: è il foglio della terapia.
  • Observation od obs: è l’osservazione dei parametri vitali che segue il modello NEWS2 (National Early Warning Score) e comprende temperature, SpO2 (saturazione, rilevata col pulsoxymeter), BP (blood pressure), HR (heart rate, la frequenza cardiaca), RR (respiratory rate), BM (da blood sugar monitoring), ovvero la glicemia, che in UK viene rilevata in mmol/l e prevede quindi che sia nella norma, se compresa in un range che va da 4 a 5.4 mmol/l per una persona non diabetica e a digiuno (fonte: http://www.diabetes.co.uk);
  • NBM: nil by mouth, ovvero divieto di assunzione di liquidi o cibi. Si riferisce, di solito, al digiuno preoperatorio, oppure, più in generale, al divieto di ingestione di liquidi o solidi, in relazione a specifiche patologie od interventi chirurgici;
  • Fluid balance chart/Stool chart (dalla Bristol stool chart): sono rispettivamente le scale di valutazione relative all’assunzione/eliminazione di fluidi ed alla quantità e qualità delle feci.
  • IV drip: è l’infusione endovenosa (intravenous) di fluidi o farmaci, effettuata agganciando (hanging) la bag (sacca) allo stand, cioè l’asta per la flebo;
  • Cannulation (non incannulation!): è la procedura che prevede l’incannulamento di una vena periferica. Come risaputo, occorrerà valutare il patrimonio venoso e verificare se eventualmente vi sia un difficult venous access, che potrebbe rendere le cose complicate. Si procederà poi ad indossare i gloves (guanti), a disinfettare la parte interessata con alcohol wipes o sterets (salviette alcoliche preconfezionate), ad introdurre la cannula ( classica espressione pronunciata da medici e infermieri per avvisare il paziente è: “sharp scratch!”, ovvero “abrasione da oggetto appuntito”, letteralmente!). Si procederà poi al flush, al lavaggio con saline solution o con water for injections e si chiuderà eventualmente l’accesso con un bung, un tappino rosso, dopo aver fissato la cannula con un dressing, un cerotto trasparente specifico (in UK, comunque, sono genericamente definite dressings tutte le medicazioni). L’ago (needle) andrà eliminato nell’apposito contenitore per oggetti pungenti e taglienti (sharps bin);
  • IM/SC/Topical: Intramuscular/subcutaneous/topical. Non serve aggiungere altro.
  • TTO: sono le To Take Out medications, ovvero i farmaci dispensati ai pazienti al momento del discharge. Talvolta vengono dispensate dagli stessi infermieri, che allora forniscono, oltre alla discharge letter, il foglio di dimissione, anche copia della prescription, con le medications e danno alcuni advice, suggerimenti, al paziente.
  • Rota (abbreviazione di rotation)/off duty: è il turno di lavoro. Off duty è l’espressione più formale. Viene ora in genere elaborato attraverso specifici software, per cui si parla di e-Rostering.
  • Day off/annual leave/bank holidays: sono rispettivamente i giorni liberi, i giorni di ferie, i giorni di festività annuale. Questi ultimi, se coincidono con una domenica, vengono spostati al lunedì successivo.

Come si può notare, molte delle denominazioni sono assolutamente esclusive della realtà sanitaria britannica.

Vi sono tuttavia due ambiti, nei quali i professionisti provenienti dai Paesi in cui si parla una lingua neolatina sono invece addirittura avvantaggiati, dal momento che l’inglese scientifico è strettamente imparentato al latino (ed al greco classico), molto più di quello colloquiale:

  • la farmacologia (non è difficile intuire cosa siano l’Aspirin, il Paracetamol o la Penicillin, non è vero?)
  • la denominazione delle patologie e delle loro caratteristiche descrittive; anzi, proprio per la tecnicita’ del linguaggio e dei termini impiegati, ha nel tempo portato a rendere comuni termini alternativi per indicare la stessa condizione o caratteristica, come nei seguenti casi:

– strabismus/squint;
– nausea/dizziness;
– oedema/swelling;
– abrasion/scratch.

Non è raro che, in questi casi, siano l’infermiere (od il medico) straniero a dover fornire spiegazioni sul significato di un termine inglese, seppur scientifico, ad un paziente inglese, e non il contrario!

La resistenza agli antibiotici ed il ruolo dell’infermiere – di Chiara Evangelisti.

Riuscite ad immaginare un futuro in cui l’assistenza sanitaria non possa più servirsi di antibiotici efficaci? In molti paesi del mondo questa è una prassi consolidata ma in altri, economicamente sviluppati come l’UK, è davvero difficile anche solo ipotizzare il poter trattare malattie ed infezioni in maniera diversa.

causes of

Gli antibiotici sono medicine utilizzate per prevenire e curare le infezioni batteriche. L’antibiotico resistenza si presenta quando il batterio muta per rispondere all’attacco delle medicine. Sono quindi i batteri (e non gli umani o gli animali) a diventare resistenti agli antibiotici. Questi batteri mutati e resistenti possono infettare uomini ed animali e le infezioni da essi causate sono molto più difficili da trattare. Quando un infezione non può essere trattata con un antibiotico di “prima linea”, si deve ricorrere a farmaci molto più costosi: ciò può condurre ad una reazione “a catena”, che porta ad un prolungamento della permanenza in ospedale, all’aumento della mortalità, e all’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con conseguenze non solo sull’economia familiare, ma anche su quella della società intera. La donazione di organi, la chemioterapia ed altre operazioni chirurgiche (come il parto cesareo), possono diventare potenzialmente pericolose senza antibiotici efficaci a protezione dalle infezioni. L’antibiotico resistenza è considerata una delle più grandi minacce alla salute mondiale. Può colpire chiunque, a qualsiasi età e in qualsiasi paese. Si presenta come un processo naturale ma l’utilizzo incontrollato di antibiotici negli esseri umani e negli animali lo sta accelerando. Sempre un maggior numero di infezioni (come la pneumonia, la tubercolosi, la gonorrea e la salmonellosi) sono diventate sempre più difficili da combattere e gli antibiotici utilizzati sono sempre meno efficaci.

L’epoca considerata “d’oro” degli antibiotici (ovvero gli anni a cavallo tra il 1930 ed il 1960) è terminata nel momento stesso in cui gli scienziati hanno finito di creare varianti di vecchi farmaci per sviluppare l’azione contro i patogeni e si sono dedicati alla scoperta di nuovi antibiotici: questo non soltanto ha fatto impennare i costi di produzione e di ricerca ma ha anche acuito il divario tra i paesi ricchi (che pur potendo permetterseli, ha ormai esaurito quasi tutte le risorse in campo) e i paesi meno abbienti (i quali non possono neanche permettersi di usufruirne).

Attualmente sono stati isolati alcuni ceppi di batteri antibiotico resistenti (Mycobacterium tuberculosis,Neisseria gonorrhoeae, Enterococcus faecium, Staphylococcus aureus, Klebsiellapneumoniae, Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa, alcuni enterobatteri, la salmonella e la shigella) e la situazione sembra ormai fuori controllo. Nuovi meccanismi di resistenza stanno emergendo e si stanno espandendo globalmente, minacciando le nostre capacità di trattare le più comuni infezioni. Per questo negli ultimi decenni organizzazioni internazionali si sono dedicate alla divulgazione di informazioni su larga scala e campagne di sensibilizzazione. Nel 2015 il governo Britannico stanziò circa 10 milioni di sterline per la ricerca e sempre nello stesso anno, l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, invito’ il Ministro delle Scienze e Tecnologie a presentare, entro il mese di Febbraio, un piano nazionale per arginare il problema assieme alla Task Force.

Molte grandi compagnie farmaceutiche stanno correndo ai ripari ed in un mercato che attualmente vede 40 miliardi di dollari investiti ogni anno per la ricerca di nuovi antibiotici, si stanno affacciando nuove piccole compagnie per colmare i vari gap lasciati scoperti. Tuttavia rimangono ancora grandi disincentivi, quali ad esempio la difficoltà nel condurre trial clinici su larga scala per confrontare i risultati ottenuti su pazienti affetti da batteri antibiotico resistenti.

In un mondo dove gli antibiotici sono facilmente accessibili ed acquistabili per uomini ed animali anche senza una prescrizione medica, l’emergenza si sta aggravando. Allo stesso modo in paesi dove non esistono delle linee guida per trattamenti standard, gli antibiotici sono spesso prescritti anche dai veterinari in quantità che superano ben oltre il livello richiesto.

Alcune azioni possono essere intraprese su vari fronti per arginare il problema e limitarne gli effetti. In ambito organizzativo possono essere rafforzati piani di azione nazionali, politiche, programmi, investire nella ricerca, aumentare la sorveglianza, regolamentare l’utilizzo dei medicinali e rendere, quanto più possibile, le informazioni accessibili ad un grande numero di individui.

policy makers

how it spreads

Nell’industria agricola si può intervenire somministrando antibiotici esclusivamente sotto supervisione dei veterinari, preferire i vaccini o medicinali alternativi, migliorare la bio-sicurezza nelle fattorie e prevenire le infezioni attraverso un’igiene appropriata.

Anche noi, come individui, possiamo contribuire alla causa: dovremmo ricordarci di utilizzare gli antibiotici solo quando prescritti e necessari e di non usare le rimanenze di medicine già aperte e di non condividerle con altri. Il primo passo per prevenire le infezioni è modificare le nostre azioni quotidiane che partono da buona igiene delle mani, passano per la preparazione del cibo in condizioni igieniche, la pratica del sesso sicuro e l’utilizzo dei vaccini.

what you can do

L’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) affronta in prima linea la lotta contro l’antibiotico resistenza. Un piano di ampio respiro, “The Global Action Plan on Antimicrobial resistanceè stato approvato nel Maggio del 2015 nel corso della World Health Assembly. Questo piano aveva 5 obiettivi strategici:

  1. Migliorare la consapevolezza e la comprensione della resistenza antimicrobica

  2. Rafforzare la sorveglianza e la ricerca

  3. Ridurre l’incidenza dell’infezione

  4. Ottimizzare l’uso di farmaci antimicrobici

  5. Assicurare investimenti sostenibili nel contrastare la resistenza antimicrobica.

La dichiarazione politica approvata dai capi di Stato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York nel settembre 2016 ha segnato l’impegno del mondo ad adottare un approccio ampio e coordinato per affrontare le cause profonde della resistenza antimicrobica in più settori, in particolare la salute umana, la salute degli animali e l’agricoltura. L’OMS sostiene gli Stati membri nello sviluppo di piani d’azione nazionali sulla resistenza antimicrobica, basati sul piano d’azione globale.

L’OMS ha inoltre condotto molteplici iniziative:

  • La settimana mondiale per la consapevolezza sugli antibiotici (“World Antibiotic Awareness Week”)Si tiene ogni novembre dal 2015 con il tema “Antibiotics: Handle with care“, la campagna globale pluriennale ha un volume crescente di attività nel corso della settimana della campagna stessa.

  • Il sistema globale di sorveglianza della resistenza antimicrobica (“The Global Antimicrobial Resistance Surveillance System” – GLASS)
    L’OMS supporta un approccio standardizzato alla raccolta, all’analisi e alla condivisione di dati relativi alla resistenza antimicrobica a livello globale per migliorare il processo decisionale, guidare l’azione locale, nazionale e regionale.

  • La “Global Antibiotic Research and Development Partnership” (GARDP)
    Un’ iniziativa congiunta tra OMS e la “
    Drugs for Neglected Diseases” (DNDi). La GARDP incoraggia la ricerca e lo sviluppo attraverso partnership pubblico-private. Entro il 2023, la partnership mira a sviluppare e fornire fino a quattro nuovi trattamenti, attraverso il miglioramento degli antibiotici esistenti e l’accelerazione dell’ingresso di nuovi farmaci antibiotici.

  • La “Interagency Coordination Group on Antimicrobial Resistance” (IACG)
    Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha istituito l’IACG per migliorare il coordinamento tra le organizzazioni internazionali e assicurare un’azione globale efficace contro la minaccia alla sicurezza sanitaria. L’IACG è controllata in collaborazione con il segretario generale dell’ONU e dal direttore generale dell’OMS e comprende rappresentanti ad alto livello di agenzie delle Nazioni Unite, altre organizzazioni internazionali e singoli esperti in diversi settori

E noi, in quanto infermieri, come possiamo dare il nostro contributo?

Il Governo Inglese ha stanziato un piano d’azione strategico per combattere l’antibiotico resistenza per il quinquennio 2013-2018, allo scopo di migliorare la conoscenza e la comprensione della resistenza agli antibiotici, preservare l’efficacia dei trattamenti esistenti e stimolare lo sviluppo di nuovi antibiotici, diagnostica e nuove terapie.

La “Public Health England” ha dichiarato, nel 2017, che gli infermieri rivestono un ruolo chiave nella lotta contro la resistenza antibiotica. La campagna di sensibilizzazione “Keep Antibiotics Working” avviata il 23 ottobre dello stesso anno, corroborata da una intensa pubblicità’ anche alla radio, affermava “All nurses and midwives are on the frontline in the fight against antimicrobial resistance”, invitando i professionisti del settore sanitario a consigliare l’assunzione degli antibiotici prescritti dal proprio medico curante solo quando assolutamente necessario. Oltre alle pubblicità televisive e alla campagna sui social media, la “Public Health England” ha prodotto poster, volantini e presentazioni video da utilizzare negli ambulatori, nelle cliniche, nelle sale di attesa dei pazienti.

L’ultimo rapporto proveniente dall’ “English Surveillance Programme for Antimicrobial Utilisation and Resistance Report” (ESPAUR) ha evidenziato come 4 pazienti su 10 in UK colpiti da un’infezione da E. Coli non possano più essere trattati con l’antibiotico più comunemente usato negli ospedali. La “Public Health England” ha anche osservato come ogni anno circa 5.000 morti sono causate dalla resistenza agli antibiotici e che in poco più di 30 anni questa potrebbe essere letale più di quanto lo siano diabete e cancro messi assieme.

La professoressa Viv Bennett, chief nurse alla “Public Health England” ha dichiarato: ”Come custodi di antibiotici, infermieri e ostetriche possono aiutare a combattere la crescente minaccia della resistenza antimicrobica”. Questa stessa osservazione è sostenuta da Rose Gallagher, professional lead per la prevenzione ed il controllo delle infezioni presso il Royal College of Nursing. “La resistenza antimicrobica” ella afferma “ è una minaccia globale a lungo termine e questa campagna è un passo importante nella battaglia per proteggere la salute della nostra nazione, poiché rischiamo che anche le malattie semplici diventino persino fatali se il problema non viene risolto”.

what health workers can do

Sempre in UK, il Dr. Colin Macduff, membro del Royal College of Nursing, sta guidando un progetto, il “Re-Envisaging Infection Practice Ecologies in Nursing” (RIPEN), assieme ai suoi colleghi, con lo scopo di sensibilizzare e coinvolgere con un approccio innovativo, anche altre discipline (come quelle umanistiche), combinando i dati scientifici sul rischio di infezione con quelli che gravitano attorno al piano clinico, permettendo così di “cogliere l’invisibile”.

Il progetto RIPEN sta sviluppando e ricercando le diverse metodologie in cui le arti, il design, la storia, il teatro, in collaborazione con l’infermieristica e la ricerca, possono collaborare sinergicamente per risolvere il problema. Due workshop (uno a Glasgow, l’altro a Londra) sono in programma per discutere e confrontarsi su come migliorare la pratica e come affrontare la minaccia di un prossimo futuro privo di antibiotici efficaci, un futuro quest’ultimo, a parere del Dr. Macduff, che spesso viene negato dagli stessi operatori sanitari, forse perché troppo scoraggiante. L’ultima fase del RIPEN sarà costituito da un Policy Lab Event, dove i vari team di ricerca presenteranno i loro progetti e i loro costi ed implicazioni.

Per maggiori informazioni:

Informazioni sul progetto RIPEN, dettagli e come partecipare ai workshop, visitare www.ripen.org.uk


WHO – Antibiotic Resistance :
http://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/antibiotic-resistance

Nurses Keyroles: https://www.nursingtimes.net/news/primary-care/nurses-urged-to-play-key-role-in-antibiotic-resistance-awareness/7021765.article

Nathan, C. & Cars, O. (2014) “Antibiotic Resistance: Problems, Progress and Prospects”, The New England Journal of Medicine, 10 (6), pp. 1761-1763

Intervista a Nicolò Mattana, infermiere a Londra e candidato per le elezioni OPI di Venezia.

Raccontaci brevemente di te.

Mi chiamo Nicolò Mattana, ho 25 anni, mi sono laureato presso l’Università di Padova nel 2014 e dal 2015 lavoro come infermiere in Inghilterra.
Ho iniziato a Preston, nel nord dell’Inghilterra, ma ora lavoro presso il St Mary’s Hospital di Londra, come senior staff nurse in A&E.
Ho sempre avuto la passione per la medicina umanitaria; seguendo proprio questa passione, mi sono recato come infermiere volontario in Nepal, Ghana e Uganda (per la crisi umanitaria del Sud Sudan).
La mia seconda grande passione è il volo ed è per questo che ho completato un postgraduate course sulla medicina d’aviazione, che mi consente di lavorare come infermiere a bordo degli aerei.

Perché hai deciso di candidarti per l’O.P.I. di Venezia?

La mia esperienza in Inghilterra mi ha permesso di vedere un nuovo tipo di infermieristica, basata sul riconoscimento delle competenze avanzate, sulla progressione di carriera ma soprattutto sul riconoscimento della professione in generale.
Questa nuova visione mi ha spinto a candidarmi all’elezioni dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Venezia, perché credo fortemente nella nostra figura professionale e voglio dare il mio contributo alla crescita dell’infermiere come professionista della sanità.
L’Ordine di Venezia, nella persona del suo ex Presidente Luigino Schiavon, della cui lista faccio parte, ha sempre avuto una particolare attenzione per gli infermieri partiti per l’estero; voglio perciò continuare a impegnarmi per la loro tutela, ma con un occhio anche a coloro che sono ancora in Italia e che intendono emigrare.

– Nel caso in cui fossi eletto, che obiettivi vorresti raggiungere, ed attraverso quali iniziative?

Prima di tutto, il riconoscimento delle competenze avanzate, che nella mia visione è una conditio sine qua non per la progressione di carriera. Collegata a questo, c’è anche tutta una parte di informazione sui nuovi modelli assistenziali che ho avuto modo di apprezzare in Inghilterra e che credo sarebbe molto interessante affrontare con i miei colleghi in Italia.
Mi piacerebbe, a tal proposito, poter creare giornate informative per sensibilizzare i colleghi ed anche i cittadini sul ruolo dell’infermiere in UK e sulle iniziative che la categoria sta adottando, per valorizzare la figura primaria dell’infermiere nel contesto sanitario.

– Quali sono i tuoi rapporti con la comunità infermieristica italiana in UK?

Essere un italiano che lavora in un Paese estero mi ha fatto desiderare di essere parte attiva della comunità: infatti, assieme a Luigi D’Onofrio e ad altri colleghi sto partecipando alla costituzione della Italian Nurses Society, associazione che si pone come obiettivo il supporto dei colleghi italiani che lavorano in UK.
A breve ci saranno tante novità da raccontare e grandi eventi a cui partecipare, ma per ora non voglio anticipare niente.
Desidero però che il mio impegno sia sempre bidirezionale: voglio infatti riportare in Italia tutte le esperienze che ho appreso in UK, ma voglio anche continuare a supportare ed aiutare i ragazzi che, come me, hanno deciso di intraprendere una carriera all’estero.

– Classica domanda di chiusura di un’intervista: quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Per ora sto molto bene nella mia sede di lavoro, la mia posizione di senior staff nurse in uno dei più grandi ospedali di Inghilterra mi piace e sento che sto crescendo come persona e come professionista.
Ci sono tanti progetti a cui sto lavorando e spero che presto diano i loro frutti.
Voglio solo invitare tutti a votare per le elezioni O.P.I. di Venezia, perché il voto è il primo passo verso il cambiamento.
Spero di vedervi numerosi. E se passate per Londra, scrivetemi.

Gli indicatori di qualità in A&E.

Gli indicatori di qualità clinica in A&E sono stati introdotti nel 2011 dal Department of Health, allo scopo di fornire una visione bilanciata ed onnicomprensiva sulla qualità di cura nei servizi di emergenza, includendo gli outcomes, l’efficacia clinica, la sicurezza e l’esperienza, tanto quanto la tempestività e superando il focus isolato sulla rapidità di cura, ovvero sul target delle 4 ore, originariamente introdotto nel 2004.
Nessuno di loro viene quindi preso in considerazione singolarmente, ma nel loro insieme costituiscono un barometro della qualita’ dei servizi di A&E in Inghilterra, che sono suddivisi in tre tipologie:

  1. Type 1 (Major);
  2. Type 2 (Specialist):
  3. Type 3 (Minor Injury Unites and Walk-in Centres).

Gli indicatori vengono inoltre valutati congiuntamente ai NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence) Quality Standards ed agli NHS Outcomes Framework, per dare un panorama globale della qualità dell’emergency care. Le statistiche risultanti dall’impiego degli indicatori vengono pubblicate regolarmente sui siti web dei Trust ed esposte collettivamente sul sito dell’NHS Digital, per consentire all’opinione pubblica di venirne a conoscenza.
Il Department of Health ha individuate nel complesso 8 indicatori, che esamineremo nel dettaglio.

1) Ambulatory care, ovvero numero di admission per condizioni gestibili in sede extraospedaliera, per condizioni come la Deep Vein Trombosis (DVT) e e la cellulitis.

Le evidenze scientifiche suggeriscono infatti che una elevata percentuale di casi possono essere trattati in sede ambulatoriale, nel 60/90% dei casi di cellulitis e nel 90% in quelli di DVT.

2) Tasso di re-attendance in A&E entro 7 giorni da quello precedente.

Opinioni di esperti suggeriscono che si può considerare accettabile un tasso inferiore al 5%, ma uno inferiore all’1% potrebbe indicare un’avversione al rischio, ovvero un eccessivo respingimento.

3) Tempo totale speso in A&E (dal momento della registrazione), per pazienti ricoverati e non.
E’ probabilmente l’indicatore più famoso. Molti giornali, perfino i tabloid, pubblicano articoli ricordando infatti che il tempo di attesa massimo non deve superare le 4 ore, prima dell’accettazione o del ricovero; ciò deve verificarsi nel 95% dei pazienti che accedono ai servizi di emergency care in un determinato giorno. La singola attesa più lunga, inoltre, non deve superare le 6 ore, non essendovi evidenze che giustifichino una permanenza ulteriormente prolungata, mentre la letteratura internazionale ha dimostrato che il rischio di adverse outcomes aumenta se la durata è compresa tra le 4 e le 6 ore.

4) Percentuale di pazienti che abbandonano l’A&E dopo essere stati ricevuti e registrati, ma prima di essere visti da un clinical decision maker (in genere, il triagista).

Anche questo tasso dovrebbe rimanere inferiore al 5%, mentre livelli più alti riflettono una insoddisfazione dei pazienti, dovuta alla carenza organizzativa.

5) Feedback sul servizio da parte dei pazienti.

Chiunque lavori in UK conosce il Friends and Family Test, ovvero la scheda di feedback che viene rilasciata ad ogni paziente e/o ai loro carers e che dovrebbe essere compilata dal maggior numero possibile di loro, in modo da ricevere descrizioni narrative dell’esperienza vissuta con i servizi di emergency care. Ogni tre mesi (quarterly), ogni Trust dovrebbe divulgare un rapporto sulla patient experience e il rapport medesimo dovrebbe costituire elemento per l’adozione di decisioni cliniche.

6) Tempo trascorso dall’arrivo all’assessment iniziale.

Questo indicatore si applica esclusivamente agli arrivi in ambulanza, ma dovrebbe applicarsi anche ai major cases, per i quali, tuttavia, non esiste ancora una definizione specifica. Buona pratica consiste nell’effettuare l’assessment entro 20 minuti dall’arrivo. Per arrivo si intende il momento in cui si riceve l’handover, o comunque 15 minuti dopo l’arrivo dell’ambulanza in A&E. In pratica, questo significa che il paziente deve essere valutato entro 35 minuti dal momento in cui l’ambulanza si ferma all’ingresso dell’Accident and Emergency Department. Una percentuale del 95% dei casi esaminati oltre i 15 minuti puo’ tuttavia suggerire la necessità di operare dei miglioramenti.

7) Tempo dall’arrivo fino all’esame da parte di un decision making clinician (ovvero un professionista che puo’ stabilire un management plan ed un discharge).

Il tempo dall’inizio del trattamento dovrebbe essere minimizzato, ma senza pregiudicare gli altri indicatori. Esperte opinioni cliniche suggeriscono che I pazienti dovrebbero essere esaminati da un decision maker entro 60 minuti dall’arrivo, ma questa tempistica potrebbe essere lunga per casi piu’ gravi, come sepsi, stroke, infarto miocardico.

8) Consultant sign-off, ovvero percentuale di pazienti appartenenti a determinati gruppi ad alto rischio (es. Adulti con dolore toracico non traumatico, bambini di età inferiore ad un anno febbrili) che si presentano negli A&E Type 1 e 2 e che vengono esaminati da un emergency medicine consultant prima del discharge.

Opinioni esperte indicano che tutti i pazienti che si presentano con queste sintomatologie dovrebbero essere esaminati da un consultant. Nei fatti, questo può risultare particolarmente complicato, per cui è comunque accettabile un assessment da parte di un senior trainee (ST4 o superiore) o da personale con sufficiente esperienza nei servizi di emergency medicine, sebbene questo debba avvenire in circostanze eccezionali, allo scopo di ridurre al minimo i rischi per i pazienti.

Gli indicatori precedentemente indicati stanno comunque costituendo una sfida sempre più difficile da fronteggiare per gli A&E dell’NHS, tanto che, in relazione al famoso limite di permanenza delle 4 ore, la barra fu inizialmente fissata al 98% dei casi, per scendere poi al 95% nel 2016.

Ultimamente, il Department of Health, dietro pressioni dei Trust, sta pianificando di abbassarla ulteriormente al 90%.