Come funziona la reperibilità per un infermiere di sala operatoria in UK? Breve intervista ad Andrea Pozzi, scrub nurse presso l’Hammersmith Hospital di Londra.

Molti di voi lavorano in theatre ed alcuni hanno prestato da tempo la propria disponibilità per l’on call. Chi non varca in confini della sala operatoria, tuttavia, spesso è ignaro dell’organizzazione di questo piccolo grande mondo.

Mi sono trovato casualmente a porre alcune domande all’amico e collega Andrea Pozzi, scrub nurse presso l’Hammersmith Hospital, uno degli ospedali facenti parte dell’Imperial College Trust di Londra. Nel suo theatre vengono spesso effettuati trapianti di rene e pancreas ed Andrea è già stato occasionalmente chiamato in servizio, durante la notte e nei weekend.

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Gli ho chiesto, in sommi capi, come sia organizzata la reperibilità nella sua realtà ospedaliera e lo ringrazio per le risposte che mi ha fornito.

“Quanti operatori coprono normalmente il turno di notte nel tuo theatre e quanti infermieri sono on call?”

Nel turno sono normalmente presenti un chirurgo, un infermiere ed un HCA. Il servizio on call prevede la reperibilità di un altro chirurgo, di un anestesista e di un altro infermiere. Il mio compito, non appena mi viene comunicata la disponibilità di un organo, è quello di telefonare al collega on call e di prenotare per lui un taxi. Successivamente, preparo la sala per l’intervento, in particolare la strumentazione necessaria al benching, ovvero la “pulizia” dell’organo da fluidi e residui di tessuto non necessario al trapianto, che viene effettuata dal chirurgo. Per un intervento, comunque, sono necessari solo due infermieri ed un HCA, oltre al personale medico”.

“Sono previsti limiti di percorrenza tra la sede di lavoro e la propria abitazione, per vedersi inseriti nel servizio di reperibilità?”

Il mio servizio di reperibilità notturna inizia alle 21.15 e termina alle 7.45. Per quanto ne so, è sufficiente risiedere a Londra. L’utilizzo del taxi mi consente comunque di giungere all’ospedale in tempi molto brevi, nel mio caso un quarto d’ora, laddove la normale percorrenza diurna, con i mezzi di trasporto pubblici, supera un’ora”.

“Quanto tempo intercorre tra la comunicazione della disponibilità di un organo e l’arrivo del corriere?”

In genere pochi minuti. Vengo personalmente informato quando l’organo sta già per essere consegnato. Può arrivare da qualunque ospedale del Regno Unito, talvolta anche con l’elicottero”.

“Quanto dura il turno di reperibilità? Puoi essere chiamato a coprire un turno anche il giorno successivo, nonostante sia stato impegnato la notte per l’on call?”

Il mio turno di notte inizia alle 21.00 e termina alle 7.45, dopo aver comunque coperto un late shift od un long day. Se non vengo chiamato, allora posso essere tenuto a tornare in servizio il giorno dopo, altrimenti ho la garanzia di un day off. Nel weekend il turno inizia alle 8.00 e termina alle 21.00 ”.

“Sei comunque retribuito anche se non vieni chiamato?”

Certo, ma la paga sarà inferiore, ovviamente”.

“Come descriveresti l’esperienza di una chiamata notturna, sapendo di dover assistere per una procedura di trapianto di organo?”

Emozionante, ma anche estremamente stancante. So quando entrerò in sala, ma non so quando ne uscirò”.

Breve biografia di Aneurin “Nye” Bevan, padre fondatore dell’NHS.

Ha creato il primo sistema sanitario pubblico nazionale completamente gratuito.

Ha dato corpo all’unica, vera istituzione socialista, come lui stesso la definì, ancora oggi presente nell’Europa Occidentale. In una Nazione che ha ancora a capo una Regina.

Ha fondato un’istituzione che garantisce assistenza sanitaria a tutti, attraverso una contribuzione proporzionata alla ricchezza dei cittadini: l’NHS, che quest’anno compie 70 anni ed è il sistema sanitario pubblico più antico e grande al mondo, con i suoi 1.4 milioni di dipendenti. E’ il quinto più grande datore di lavoro al mondo, secondo Wikipedia il terzo, dopo l’Esercito cinese e le Ferrovie indiane.

Ha salvato la vita a milioni di pazienti.

Ma non era un Santo, né è mai stato insignito di un Nobel per la pace, anche se lo avrebbe ampiamente meritato.

Stiamo parlando di Aneurin “Nye” Bevan, padre fondatore dell’NHS.

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Nato in Galles, dopo alcuni anni di lavoro come minatore Nye, come viene popolarmente chiamato ancora oggi, entrò in politica con i Labour, distinguendosi per le sue chiare simpatie socialiste e per il suo carattere aspro e passionale, tanto da entrare in aspro conflitto più volte, sia con i Tories di Neville Chamberlain e Winston Churchill, sia con i vertici del suo stesso partito, che addirittura lo espulsero nel 1939 per le sue posizioni antifasciste e per il suo tentativo di costituire uno schieramento politico trasversale ai partiti (il Popular Front) per osteggiare i franchisti in Spagna e la politica di non interventismo britannica. Fu comunque riammesso qualche mese più tardi.

Terminata la Seconda Guerra mondiale, nel 1945 i Labour vinsero le elezioni e Bevan venne nominato a sorpresa – era il più giovane Ministro del Governo ed era alla sua prima esperienza – dal Segretario del partito, Hugh Gaitskell, Ministro della Salute e dell’edilizia (Housing). In quest’ultimo settore contribuì alla realizzazione di un milione di case popolari, mentre, nella sanità, decise di conferire sostanza ad un progetto che era stato già formalizzato, pochi anni prima, in un documento della Medical Planning Commission, costituita, tra gli altri, dal Barone William Beveridge e dall’allora Ministro della Salute Henry Willink.

Il progetto, in buona sostanza, prevedeva di convogliare il management dei servizi sanitari inglesi sotto la guida di autorità locali, che avrebbero dovuto garantire:

  • servizi gratuiti ed accessibili a tutti, anche a turisti od a stranieri temporaneamente residenti;
  • servizi finanziati attraverso il sistema fiscale.

Fino a quel momento, infatti, l’assistenza sanitaria in Inghilterra era onerosa e molte famiglie con un parente in ospedale erano costrette a sostenere spese ingenti per le cure, ritrovandosi spesso sommerse di debiti, oppure rinunciando alle stesse.

Bevan dubitava, però, della capacità di piccole autorità territoriali di gestire di dimensioni importanti, come alcuni grandi ospedali, per cui decise che l’unica soluzione fattibile era riunire tutte le strutture sotto la guida di un’unica autorità nazionale.

“Illness is neither an indulgence for which people have to pay, nor an offence for which they should be penalised, but a misfortune, the cost of which should be shared by the community” / “la malattia non è né un’indulgenza che le persone devono pagare, né un reato, per cui debbano essere penalizzate, ma una sfortuna, il cui costo deve essere condiviso dalla comunità”.

Nel 1946 venne così approvato il National Health Service Act, che istituì, appunto l’NHS.

La data della sua inaugurazione, il cosiddetto “appointment day”, fu però posticipata al 5 luglio 1948, giorno in cui Nye si recò al Park Hospital (oggi denominato Trafford Hospital) di Davyhulme, Manchester. La prima paziente che visitò fu una 13enne, Sylvia Diggory, cui chiese se comprendeva l’importanza dell’evento, destinato ad essere una pietra miliare della storia, il passo più avanzato che una Nazione avesse mai intrapreso.

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Si trattò, tuttavia, di un esordio sofferto e combattuto: la British Medical Association minacciò infatti di boicottare la nascita dell’NHS fino a poche settimane prima dell'”appointment day” e Bevan dovette superare le resistenze dei medici offrendo loro alcune concessioni: come ebbe ad affermare, “riempiendo le loro bocche d’oro”.

Il 5 luglio 1948, 360.000 operatori sanitari passarono sotto un unico datore di lavoro, che iniziò a fornire assistenza sanitaria al 94% dei cittadini inglesi.

Va sottolineato ancora una volta che l’NHS degli esordi offriva un’assistenza interamente gratuita, tant’è che nel 1951, quando il Parlamento decise di introdurre un contributo per le spese odontoiatriche e per l’acquisto di occhiali, Nye rassegnò l’allora mandato di Ministro del lavoro, sentendo tradita la missione originaria del sistema sanitario pubblico.

Il contributo era di un pound per le spese odontoiatriche e di uno shilling (un penny) per gli occhiali.

L’NHS è non solo sopravvissuto, negli anni, a mille difficoltà ed a Governi con differenti bandiere, ma anche a momenti durissimi, come quelli della guerra civile nordirlandese.

I cittadini britannici lo venerano: nelle parole del politico Nigel Lawson, “l’NHS è, per un inglese, la cosa più vicina alla religione“.

Non è, però, solo una questione di affetto popolare o di orgoglio nazionale.

L’NHS ed i suoi valori, che traggono spunto dall’ispirazione rivoluzionaria del barone Beveridge e dalla caparbia ed illuminata volontà politica di Bevan, rappresentano infatti un modello di welfare che ha trovato applicazione anche in altre Nazioni.

Tra questi l’Italia, dove, un po’ in sordina, in una giornata prenatalizia del 1978, 30 anni dopo l’NHS, il Servizio Sanitario Nazionale emise il suo primo vagito, mettendo fine al sistema delle casse mutualistiche allora vigente. Nel nostro caso, buona parte del merito della nascita del sistema sanitario pubblico va attribuita ad una donna, al primo Ministro donna, per l’esattezza, della Repubblica italiana: Tina Anselmi, che, guarda caso, pur essendo democristiana, era vicina alle idee socialiste.

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E’ grazie alla visione illuminata di grandi figure politiche come la Anselmi e Bevan che possiamo oggi godere di una qualità di vita, nell’Europa occidentale, ancora invidiabile dal resto del mondo. Una qualità di vita raggiunta, però, non a scapito di qualcuno, ma, al contrario, con il contributo del popolo.

Ed è dal popolo che dipende la sopravvivenza o la scomparsa di questi sistemi. Perché nessuna poltica miope potrà distruggere l’NHS od il SSN, finché il popolo continuerà a difenderli. Esiste una massima a lui comunemente attribuita in UK, ma che in realtà fu pronunciata dall’attore che lo impersonava in una serie televisiva del 1997, a lui dedicata.

Mi piace però pensare che fosse nei suoi pensieri. Recita:

“The NHS will last as long as there’s folk with faith left to fight for it.” / L’NHS sopravviverà, fintantoché ci saranno uomini con fede rimasti a combattere per esso”.

Un messaggio quanto mai attuale.

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E’ nata la Italian Nurses Society.

Siamo partiti tempo fa con poche valigie, tante speranze, nessuna certezza.
Il Regno Unito ci ha offerto quello che l’Italia non ha saputo offrirci: esprimere le nostre potenzialità, attraverso la nostra professione. Gli ospedali di Sua Maestà la Regina ci hanno accolto, ci hanno inserito nella realtà dell’NHS, spesso ci hanno fornito opportunità di carriera.
Ci stiamo facendo valere, dimostrando le nostre competenze e la nostre capacità professionali e personali, non senza affrontare problemi di ogni tipo.
Tutto questo sta avvenendo da anni nel silenzio delle istituzioni italiane e dell’Ipasvi, neonato Ordine delle professioni infermieristiche.
Siamo stati dimenticati due volte: prima e dopo essere partiti.
In più, siamo anche stati lasciati soli a noi stessi.
Da oggi si riparte di nuovo. Attraverso l’unione ed il sostegno reciproco, saremo noi a non rimanere in silenzio ed a far sentire la nostra voce, fino allo Stivale.
E’ nata oggi Italian Nurses Society, la pagina Facebook della comunità di infermieri italiani nel Regno Unito, fondata da infermieri emigrati e destinata ad altrettanti colleghi, per scambiarsi esperienze, informazioni, consigli.
Il nome prende spunto dalle Società di mutuo soccorso dell’800, che costituiscono una delle prime forme di società assicurative ed erano finalizzate all’autotutela ed al sostegno degli aderenti.
A differenza di altri progetti passati e presenti, abbiamo uno scopo chiaro: portare avanti le nostre istanze, diventando associazione di rappresentanza ufficiale ed ottenendo il riconoscimento del neonato Ordine.
Vogliamo puntare ad esserne la delegazione inglese.
La comunità ha un suo “consiglio di amministrazione”, come lo chiamo simpaticamente (non potrebbe essere diversamente), ma intende essere come i programmi informatici open source: è aperta al contributo di tutti, al fine di crescere insieme.
Non siamo affiliati a nessun partito, sindacato o movimento: rappresentiamo noi stessi e dialoghiamo con chiunque voglia sostenere la nostra causa, in UK ed in Italia, così come approviamo ogni iniziativa volta a sostenere l’evoluzione della categoria in Italia, dalla raccolta firme fino allo sciopero generale, ma non solo.
Perché noi eravamo già pronti quando siamo partiti. Eravamo già pronti quando abbiamo iniziato a lavorare in una nuova Nazione ed a parlare una lingua diversa dall’italiano. Ed ora siamo pronti a restituire l’immenso patrimonio di conoscenze e competenze che abbiamo accumulato, tra di noi e verso i colleghi italiani. Siamo uniti. Non abbiamo secondi interessi, non abbiamo nemici. #noisiamofuori.

In tutti i sensi.
Per fortuna o purtroppo. E ci mettiamo la faccia, fin dall’inizio. 

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Per quanto neonata, Italian Nurses Society ha già obiettivi e regole di partecipazione ben definite. 

In particolare, una volta raggiunto un numero sufficientemente rappresentativo di adesioni, in rapporto al totale della comunità infermieristica italiana nel Regno Unito, la INS inoltrerà all’Ordine delle professioni infermieristiche in Italia formale istanza di riconoscimento, come associazione di rappresentanza ufficiale della predetta comunità.

A seguito del riconoscimento formale, la INS avvierà ulteriori iniziative, finalizzate ad ottenere:

– l’interruzione dell’obbligo formativo ECM, per tutta la durata del periodo lavorativo prestato nel Regno Unito, in qualità di infermiere o di HCA;

– la parificazione, ai fini concorsuali, del periodo lavorativo prestato presso un’organizzazione sanitaria pubblica o privata nel Regno Unito, con il periodo lavorativo svolto presso un’organizzazione sanitaria pubblica o privata in Italia;

– il riconoscimento automatico dei titoli di studio e dei titoli specialistici post-laurea in ambito infermieristico conseguiti nel Regno Unito, ai fini concorsuali e di avanzamento di carriera.

Piccola guida di riferimento alla carriera infermieristica nel Regno Unito.

Il riconoscimento economico e professionale delle competenze specialistiche ed avanzate per gli infermieri è il tema caldo del momento in Italia.

L’Inghilterra ha invece consolidato da decenni un sofisticato, rigidamente gerarchizzato  e, decisamente, alle volte troppo complesso sistema di progressione di carriera, in cui avanzamento contrattuale, competenze organizzative e cliniche si fondono e confondono, in un mix che può davvero stordire un infermiere italiano, specie al primo impatto con la mastodontica macchina dell’NHS.

Da tempo, comunque, lo stesso Regno Unito si sta interrogando sulla necessità di una semplificazione della materia, posto che recenti studi dello scorso anno hanno dimostrato come esistano ad oggi, nell’NHS, ben 595 titoli di nurse specialist.

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Una situazione decisamente caotica, anche per gli stessi pazienti.

Cercherò di fare un po’ di chiarezza, descrivendo a grandi linee la progressione di carriera in UK, ben conscio che la mia spiegazione non sarà esauriente e che può benissimo prestarsi ad integrazioni e variazioni.

In primo luogo, la contrattazione collettiva nazionale prevede la differenziazione della categoria infermieristica in 5 fasce retributive, dal band 5 al band 9.

La Band 8, a sua volta, presenta al suo interno ulteriori articolazioni. Per chi volesse avere un’idea delle differenze stipendiali tra le varie fasce, è utile sapere che le retribuzioni annue sono di dominio pubblico e consultabili al seguente indirizzo:

https://www.rcn.org.uk/employment-and-pay/nhs-pay-scales-2017-18

Un neoassunto, pertanto, inizierà dalla band 5, quella che identifica lo staff nurse.

All’interno di ogni fascia, poi, esiste una progressione economica legata all’anzianità di servizio, mentre il “salto” da una fascia a quella superiore è legato – sempre – al superamento di un colloquio, la celebre (per chi lavora in UK) interview, che sostituisce ogni altro sistema di selezione.

E’ a questo punto che il sistema inizia a farsi complesso.

In genere, ma non necessariamente, l’avanzamento è legato al superamento od alla avviata frequentazione di corsi avanzati, come un postgraduate degree certification, ovvero un master annuale specialistico, che consente il riconoscimento della qualifica di nurse specialist in una determinata branca, come quella anestesiologica, intensivistica, oftalmica e così via. Se donna, è comune prassi attribuire all’infermiera l’antico appellativo di “sister”, sorella, dal chiaro sapore religioso, oppure di ward sister, mentre per gli uomini sarà più immediata l’attribuzione della qualifica di senior staff nurse.

In Dipartimenti più piccoli, come una realtà ambulatoriale o un ambulatorio di un GP (medico di famiglia), non sarà anomalo, per un band 6, essere in charge, cioè avere la responsabilità organizzativa e gestionale della realtà lavorativa, il che comprenderà, ad esempio, l’elaborazione dei turni di servizio, come avviene in Italia per il coordinatore infermieristico.

In realtà ospedaliere, invece, sarà più frequente che un band 6 sia in charge per un determinato turno di servizio, ma non per l’intera realtà organizzativa, essendo quasi sempre compresenti posizioni superiori.

Il band 7 si identifica invece con il Nurse Practitioner, qualifica che in Italia non esiste e  che, probabilmente, non avrà ancora alcun riconoscimento giuridico ancora per diversi anni a venire. Questo ruolo, la cui denominazione completa è quella di Nurse in Advanced Practice o Advanced Nurse Practitioner, è in genere ricoperto da infermieri esperti, che hanno conseguito e superato un corso di alta specializzazione clinica nella disciplina in cui esercitano quotidianamente la loro professione.

Si tratta di corsi universitari, con durata variabile a seconda dei providers, cioè delle Università che li mettono a disposizione, ma in genere di durata annuale. L’iscrizione, di norma, è interamente finanziata dal Trust di appartenenza, che può scegliere di vincolare questa concessione alla permanenza del dipendente per un periodo di tempo variabile, pena il pagamento dell’intera retta universitaria da parte dello stesso (e ci mancherebbe).

Quello dell’advanced nurse practitioner (ANP) è un ruolo molto complesso ed ibrido, perché non si limita all’elaborazione di piani di assistenza o di presa in carico di pazienti complessi, ma varca i confini con la professione medica: i nurse practitioners possono infatti elaborare diagnosi mediche, eseguire interventi chirurgici, gestire in totale autonomia i see and treat in Pronto Soccorso e persino prescrivere farmaci o richiedere prestazioni diagnostiche, come un’ecografia od un’esame ai raggi X, oppure ancora prelievi ematici.

Tutte queste competenze vengono riconosciute in relazione a casi clinici di minore complessità, che dovranno essere selezionati dagli stessi infermieri, in grado invece di chiedere l’intervento ed il sostegno della figura medica, qualora le problematiche cliniche del paziente esulassero dal loro ambito di autonomia.

Tornando al band 7, è frequente che svolga anche compiti organizzativi di line manager, avendo, in buona sostanza, responsabilità gestionale ed organizzativa di realtà complesse, come una vasta Unità Operativa.

Un’ultima nota di colore, letteralmente: dal nurse practitioner in poi la divisa cambia. Talvolta vengono modificate solo le spalline, come nella divisa maschile, oppure l’intero colore della stessa, che spesso passerà dall’azzurro dello staff nurse al blu scuro.

Le fasce apicali, il Band 8 e 9, sono riservate ai ruoli manageriali, con completa responsabilità, anche di budget (ovvero finanziaria) anche per quanto concerne la gestione delle risorse umane (possono pertanto richiedere l’assunzione di nuovo personale), oltre che sulla loro formazione ed aggiornamento. Band 9, in particolare, sarà il Director of Allied Health Professions (la denominazione può variare a seconda del Trust), inquadrabile, nella realtà italiana, nel Dirigente delle professioni infermieristiche o sanitarie non mediche (mi si voglia perdonare se non sono accurato nella traduzione). Si tratta di ruoli infermieristici estremamente ben pagati, con stipendi annuali che possono toccare punte di 100.000 sterline, oltre 8.000 mensili.

Il Band 8 è occupato, tra le altre, anche da due figure “mistiche” della tradizione infermieristica inglese: il matron ed il nurse consultant.

Inizio a descrivere quest’ultimo.

Premetto che per offrire un “trampolino di lancio”, a quest’ultimo è stato recentissimamente affiancato, per la prima volta in UK, il ruolo di nurse registrar, ovvero, come avviene anche per i medici in Gran Bretagna, di nurse consultant in training. La formazione avanzata del nurse consultant è infatti triennale e richiede un lungo tirocinio e percorso di studi.

Il nurse consultant è, in buona sostanza, un iperspecialista, in grado di elaborare protocolli e linee guida, di fornire consulenza forense, di svolgere attività di educazione e formazione universitaria, di compiere ricerca, conservando – spesso contemporaneamente agli altri ruoli – l’attività clinica a diretto contatto con il paziente: il consultant, infatti, assomma le competenze del practitioner e supera le sue barriere.

Concludo questa articolata carrellata con la figura che più di ogni altra, per gli italiani, richiama quella del coordinatore infermieristico, pur avendo competenze e responsabilità superiori a questa: il matron o chief nurse, identificabile spesso con una divisa blu scura anch’egli, oppure rossa. In realtà questa figura è più direttamente assimilabile a quella di dirigente di Unità Operativa Complessa o di Dipartimento, avendo in gestione, talora, più di una realtà organizzativa, come potrebbe essere un outpatients, ovvero il complesso di ambulatori afferenti ad una disciplina medica (chessò, cardiologia od urologia). E’ interessante notare come il matron non abbia responsabilità solo sulla gestione della forza lavoro infermieristica, ma ricopra anche il compito di coordinare i servizi di supporto, come il catering e – udite udite – quelli domestici di pulizia, arrivando perfino a trattenere i pagamenti da parte del Trust, in caso di gravi carenze del servizio.

Anche la sua denominazione, come si può notare, ha un gusto antico, riflesso della marcata gerarchizzazione dei ruoli della professione infermieristica in Inghilterra, in cui si opera in un ambito di autonomia e di collaborazione intra ed extraprofessionale molto ampio, ma nell’ottica di un’organigramma che, a partire dall’inquadramento contrattuale fino all’attribuzione delle responsabilità organizzative, non ammette interpretazioni o discussioni.

Le posizioni organizzative di vertice assumono infatti decisioni che ricadono, a cascata, sui ruoli inferiori, anche nei dettagli della realtà lavorativa quotidiana, come la semplice organizzazione delle pause pranzo all’interno del turno di lavoro o l’allocation, cioè la destinazione ad una determinata postazione di lavoro all’interno dell’Unità Operativa (un esempio può essere quello di una specifica bay, ovvero di una stanza con pazienti a maggiore o minore complessità assistenziale).

E’ evidente – non vi sono dubbi in merito – che in UK convivano autonomia professionale e disciplina di stampo religioso – militaresco, lascito storico dell’evoluzione della figura sui campi di battaglia, dalla guerra di Crimea alla Seconda Guerra mondiale. Ne è ulteriore dimostrazione anche la divisa, specie quella maschile, che conserva ancora oggi le spalline, come detto.

Personalmente, lo ritengo un modello a me più calzante ed in generale efficiente, purché – non è scontato – i piani di lavoro ed il sistema nel suo complesso si basino su una visione competente ed illuminata del management da parte dei ruoli apicali.

Uno champagne da un miliardo di sterline.

Conservate nella vostra memoria digitale questo articolo od il link, perché quanto leggerete è una profezia di quello che accadrà al sistema sanitario nazionale italiano, entro i prossimi cinque anni. 

Vi spiego la cosa in pochi passaggi: ogni anno, l’NHS appalta la fornitura di servizi clinici, soprattutto territoriali e residenziali (come il numero telefonico di emergenza 111, oppure i walk-in center, strutture di primo soccorso, od ancora i servizi di salute mentale) a soggetti privati, pubblici (i Trusts dell’NHS) e ad operatori no profit, in una competizione aperta, per contendersi spicchi di una torta che quest’anno valeva 7.2 miliardi di sterline. 

Indovinate chi si è aggiudicato la fetta più grossa?

Esatto, proprio i providers privati, che hanno vinto il 43% degli appalti, per un totale di 3.1 miliardi di pounds, lasciando ai Trusts pubblici il 35% ed agli operatori no profit il restante 21%. 

La notizia, tradotta in freddi numeri, non farebbe di per sé sensazione, se non fosse per due note a margine: la vittoria schiacciante dell’imprenditoria sanitaria privata arriva all’alba delle dichiarazioni del Ministro della salute inglese Jeremy Hunt,  che aveva promesso di voler costruire un NHS più solido e prospero, favorendo maggiori finanziamenti. 

Ciliegina sulla torta (è il caso di dirlo), oltre 400 contratti, per un importo totale di oltre 1 miliardo di sterline, sono stati inoltre aggiudicati ad una delle aziende del cittadino britannico più ricco al mondo: Richard Branson, proprietario della Virgin, multinazionale con sede fiscale nelle Isole Vergini Britanniche, noto paradiso fiscale, e fornitrice di servizi in molti settori, dell’editoria musicale al trasporto aereo e ferroviario, fino, appunto, alla sanità, tramite la Virgin Care. 

Parliamo, insomma, di uno degli imperi privati più grandi al mondo, che fattura profitti immensi, ma che non restituisce neppure una sterlina in tasse al Regno Unito e che è finito di recente nell’occhio del ciclone per aver fatto causa per 82 milioni di pounds a sei CCG (Clinical Commissioning Groups, una sorta di Direzioni Territoriali dell’NHS), proprio in relazione ad una gara d’appalto, finendo con l’ottenere un risarcimento attraverso un accordo transattivo. 

Negli ultimi cinque anni, per giunta, gli imprenditori privati della sanità non hanno sempre dimostrato di fornire un servizio efficiente e di qualità, in alternativa all’NHS. 

Dopo aver sottratto molti servizi alla sanità pubblica offrendo spesso servizi sottocosto, infatti, molti di loro si sono visti stracciare dozzine di contratti, a seguito di crack finanziari o gravi disservizi lamentati dall’utenza. Nel 2015, ad esempio, la Coperforma perse un appalto di 63,5 milioni di sterline per il trasporto dei pazienti nel Sud dell’Inghilterra,  a seguito di un’inchiesta che aveva rivelato che pazienti in dialisi od in chemoterapia avevano mancato appuntamenti di importanza vitale.

La Virgin Care ha difeso la propria posizione, sostenendo di aver sempre erogato prestazioni di qualità e di aver ricevuto feedback positivi dal 93% dei propri pazienti. 

Tramite un proprio portavoce, il Ministero della Salute inglese (Department of Health) ha inoltre affermato che la spesa nell’assistenza sanitaria privata conta solo “per otto pence ogni sterlina” e che il Governo è attivamente impegnato per far sì che l’NHS, fondato e posseduto dal contribuente inglese, rimanga un servizio di fama mondiale gratuito, ora ed in futuro. 

Trovate qui il link all’articolo originale del The Guardian:

https://amp.theguardian.com/society/2017/dec/29/richard-branson-virgin-scoops-1bn-pounds-of-nhs-contracts?CMP=share_btn_tw&__twitter_impression=true

E’ ora di fondare un’Associazione degli infermieri italiani nel Regno Unito!

Da circa due anni gestisco il mio piccolo blog e la relativa pagina Facebook, dedicando un bel pezzo del mio tempo libero ad informarmi ed informare, per far conoscere la realtà del sistema sanitario inglese, vista con gli occhi di un infermiere italiano.

L’ho sempre fatto con piacere, perché attraverso questo progetto ho riscoperto la mia prima, vera passione: scrivere.

Quando iniziai, sentivo inoltre che i tempi erano maturi per creare un ponte tra Italia e Regno Unito, per aprire la comunità infermieristica del mio paese alla conoscenza del mondo anglosassone, così importante, per via delle estreme somiglianze nelle architetture dei sistemi sanitari.

Il nuovo anno porta tradizionalmente con sé nuovi propositi e desideri.

La speranza è che i miei, partendo proprio dal blog e dai social media, arrivino a coinvolgere molte, ma davvero molte, persone. Ora vi spiego come.

Gli infermieri italiani che sono attualmente registrati presso l’NMC hanno superato ormai le 5.000 unità, come risulta dalle statistiche ufficiali dell’Aprile 2017.

Si tratta di una comunità cresciuta esponenzialmente negli ultimi 5 anni, conseguenza di un sistema sanitario vicino al collasso ed incapace di inserire nella realtà lavorativa non solo le nuove generazioni di professionisti, ma – in non pochi casi – anche infermieri più…stagionati.

Chi è partito, nella grande maggioranza dei casi lavora adesso con un posto a tempo indeterminato.

In tanti hanno iniziato a fare carriera, altri ci sono già riusciti.

L’esperienza lavorativa nel Regno Unito regala spesso belle soddisfazioni, conoscere nuovi colleghi ed amici spesso ancora di più, sebbene non tutti possano affermare di avere vissuto momenti felici nel loro ambiente di lavoro, anzi.

Tuttavia, mentre chi vive oggi in Italia ed è disoccupato è stato dimenticato, gli emigrati sono stati dimenticati due volte: prima e dopo essere partiti, dalle istituzioni e perfino dall’Ipasvi (ops, Ordine!).

Perché?

Azzardo una provocazione: perché senza di noi ci sono meno bocche da sfamare, meno infermieri ai concorsi, meno rompiscatole in graduatoria che possono fare ricorso, meno persone che si lamentano e che tocca assumere prima o poi, se sono abbastanza tenaci da resistere a voler fare la professione per cui hanno studiato tre anni.

E poi, di che si lamentano? Guadagnano cifre spropositate, 4.000, no anzi, 5.000 euro al mese, l’amico di mio cugino si è addirittura comprato l’Audi nel giro di due anni.

Il Ministro Alfano ha addirittura sostenuto che l’emigrazione dimostra l’apprezzamento dell’eccellenza italiana nel mondo, le agenzie di recruitment fanno a gara per assumerci e il Brexit non ci toccherà minimamente!

Sarà per queste ragioni, sarà forse per banale dimenticanza, ma un fatto è certo: in Gran Bretagna siamo dispersi ai quattro venti, senza avere uno straccio di rappresentanza, un punto di riferimento.

Chi emigra si butta nel vuoto, inviando il proprio curriculum alle agenzie più note e sperando di non essere truffato, cercando informazioni a destra e a manca, magari chiedendole all’amico del cugino, proprio quello che si è comprato l’Audi.

Chi invece arriva in questo Paese dopo aver superato il colloquio, con una conoscenza dell’inglese quasi sempre da perfezionare, lo fa senza sapere nulla di ciò che l’aspetterà nell’ambiente di lavoro e senza avere la più pallida idea della società inglese e delle sue regole, dell’NHS, del sistema sanitario.

Gli inglesi sono in gamba, ci offrono spesso l’alloggio, ci formano attraverso corsi preparatori che possono anche durare, in qualche caso, due-tre settimane, ci regalano schede telefoniche e Oyster card. Sanno che staccare un biglietto di sola andata in una Nazione nuova e sconosciuta è un passo drammatico e difficile; sono tradizionalmente un popolo di esploratori, viaggiatori ed emigranti, e fanno del loro meglio per accoglierci decorosamente e trattenerci il più a lungo possibile.

A loro serviamo, siamo indispensabili, per l’Italia, evidentemente, no.

Finché le cose vanno bene, siamo contenti. Ma se qualcosa va storto, se subiamo mobbing, se anche solo ci serve un documento od una informazione, allora dobbiamo incrociare le dita ancora una volta e sperare che la nostra matron, il nostro manager, magari il sindacato, chiunque insomma nell’ambiente di lavoro possa aiutarci.

Ancora una volta, sapendo poco o niente dell’Inghilterra e delle sue regole.

Se si vuole poi tornare in Italia, il quadro è, paradossalmente, ancora più drammatico.

Si rientra con un biglietto di prima classe solo quando, grazie a magie, salti mortali e biglietti aerei last second, si è riusciti a presentarsi per le tutte le prove di quella specie di concerto da stadio che si ostinano a chiamare concorso pubblico e che dovrebbe selezionare i più meritevoli.

Gli altri, chi si è stufato e non ce la fa più, chi ha il papà o la mamma malati, tornano senza un contratto. Di nuovo disoccupati, rimediando un posto nella vicina casa di riposo (ops, scusate, RA od RSA), o strappando un contrattino di qualche mese in una clinica privata.

Oppure abbandonando la professione.

E le competenze acquisite in Inghilterra? Carta straccia, anche per chi torna a lavorare in un ospedale pubblico. Farsi riconoscere gli anni di servizio prestati all’estero, ai fini concorsuali, è una procedura lunga e complessa, che coinvolge il Consolato generale.

Per non parlare delle competenze specialistiche.

Hai un’esperienza di due anni in intensive care, la nostra Rianimazione? Hai conseguito anche un master in terapia intensiva? Benissimo, ma scusa, ti mando in sala operatoria, per la Rianimazione c’erano troppe richieste prima di te. Non è un esempio, ma una storia vera.

Sono passati molti anni e siamo in tanti.

E’ ora giunto il momento di riunirci e far sentire anche la nostra voce, in Italia e nel Regno Unito.

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Non sto parlando di fondare una sezione Ipasvi (anzi, dell’Ordine!) in UK, santo cielo! So bene che mi mandereste a quel paese (non l’Inghilterra), vista la poca stima di cui gode la nostra rappresentanza in questo momento di crisi.

Non potremmo neanche farlo giuridicamente: l’Ipasvi è un Ente di diritto amministrativo italiano, non avrebbe senso riunirci Oltremanica, fissando la sede legale in Italia.

Ma possiamo unirci, fondare un’associazione. Per fare cosa? Molto.

Assistenza legale e burocratica, scambio di informazioni e di esperienze, anche solo semplice contatto, sono le prime cose che mi vengono in mente.

Per non parlare delle richieste che potremmo avanzare al nuovo Ordine, nel breve e nel lungo termine, richieste legittime e che non sottrarrebbero, ma darebbero valore aggiunto alla professione nel nostro Paese: congelamento immediato dell’obbligo dei crediti formativi ECM per chi lavora in UK ed è ancora iscritto in Italia, riconoscimento automatico in Italia dei titoli specialistici acquisiti nel Regno Unito (ovviamente quando gli stessi avranno apprezzamento economico e di carriera anche in Italia), fino a corsi di lingua e borse di studio per infermieri italiani che desiderino formarsi in Inghilterra (esattamente come già fanno i medici italiani, badate!) e convegni tenuti da infermieri italiani ed inglesi, in partnership.

Nel frattempo, mi piacerebbe portare una delegazione l’anno prossimo a Roma, quando si voterà per il rinnovo del Direttivo Nazionale. Un modo per dire: ci siamo anche noi.

Siamo partiti per essere emigranti, rendiamoci partecipi e promotori di un processo evolutivo dell’intera categoria, dimostrando che la nostra partenza è stata una necessità, ma la nostra permanenza un’opportunità.

A voi che mi leggete e che siete arrivati fino alla fine di questo “programma” di intenti chiedo un solo, grande favore: condividetemi il più possibile e spargete la voce.

Forse qualcuno più bravo e capace di me, tra i colleghi italo-inglesi, riuscirà a mettere meglio in pratica quanto sto proponendo: allora lo seguirò.

Altrimenti, camminiamo insieme in questa direzione: è il mio sogno e se è anche il vostro, allora realizziamolo, dovessero volerci molti anni.

Se non ci riusciamo, almeno ci proviamo, fino alla fine.

Io ci metto la faccia.

Ma se non vi interessa, va bene così. So bene quanto sia potente il menefreghismo italiano, la voglia di badare solo al proprio orticello. E so come comportarmi, se questo spirito dovesse prevalere.

Buon 2018 a tutti.

Lettera del Primo Ministro Theresa May ai cittadini dell’Unione Europea che vivono nel Regno Unito.

Avrete saputo dai giornali, nei giorni scorsi, che Unione Europea e Gran Bretagna hanno finalmente raggiunto una prima bozza di accordo sul ritiro di quest’ultima dall’Unione. Tra gli altri passaggi, vengono praticamente congelati gli attuali diritti maturati dai cittadini comunitari che vivono nel Regno Unito. Questo significa che, almeno per ora ed almeno sulla carta, il Brexit non si tradurrà in norme aventi un impatto negativo diretto su tre milioni di persone.

Questa è la lettera che Theresa May ha pubblicato ieri sulla propria pagina Facebook.

L’ho tradotta per voi.

So che il nostro Paese sarebbe più povero se ve ne andaste e voglio che rimaniate.

“In qualità di Primo Ministro del Regno Unito, sono orgogliosa del fatto che che oltre tre milioni di cittadini dell’UE abbiano scelto di mettere su casa e guadagnarsi da vivere qui, nel nostro Paese.

Apprezzo molto la profondità dei contributi che offrite – arricchendo ogni parte della nostra economia, della nostra società, della nostra cultura e della nostra vita nazionale.

So che il nostro Paese sarebbe più povero se ve ne andaste e voglio che rimaniate.

Quindi, fin dall’inizio dei negoziati del Regno Unito per lasciare l’Unione Europea, ho costantemente affermato che la protezione dei vostri diritti – insieme ai diritti dei cittadini britannici che vivono nei paesi dell’UE – è stata la mia priorità principale.

Avete preso la vostra decisione di vivere qui senza alcuna aspettativa che il Regno Unito lasciasse l’UE. Quindi ho detto che voglio che voi possiate continuare a vivere le vostre vite come prima.

Ma so che su un tema così importante per voi e le vostre famiglie, c’è stata un’ansia di fondo che poteva essere affrontata solo quando i dettagli precisi di alcune questioni molto complesse e tecniche erano state elaborate e le basi per un accordo formale garantite.

Pertanto sono lieta che, a conclusione della prima fase dei negoziati, ciò sia esattamente quello che abbiamo conseguito.

I dettagli sono esposti nella relazione congiunta sui progressi pubblicata venerdì dal governo del Regno Unito e dalla Commissione europea.

Quando lasceremo l’Unione europea, avrete i vostri diritti scritti nella legge del Regno Unito.

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Ciò avverrà attraverso l’Accordo di Prelievo e il Contratto di implementazione che porteremo avanti dopo aver completato i negoziati sull’Accordo di Prelievo stesso.

I vostri diritti verranno quindi applicati dai tribunali del Regno Unito. Laddove appropriato, i nostri tribunali terranno in debito conto la giurisprudenza della Corte di giustizia, e abbiamo anche convenuto che per un periodo di otto anni – laddove la giurisprudenza esistente non è chiara – i nostri tribunali potranno scegliere di chiedere alla Corte di giustizia una interpretazione, prima di raggiungere la propria decisione. Quindi, quando riprenderemo il controllo delle nostre leggi, potrete essere sicuri non solo che i vostri diritti saranno protetti nei nostri tribunali, ma che ci sarà un’interpretazione coerente di questi diritti nel Regno Unito e nell’Unione europea.

Abbiamo concordato con la Commissione europea che introdurremo un nuovo regime di status, regolato ai sensi della legislazione del Regno Unito per i cittadini dell’UE e i loro familiari, coperti dall’accordo di revoca.

Se hai già cinque anni di residenza continuativa nel Regno Unito al momento in cui lasciamo l’UE – il 29 marzo 2019 – avrai diritto a uno status regolare (di residente regolare nel Regno Unito, n.d.T.). E se sei qui da meno di cinque anni, sarai in grado di rimanere finché non avrai raggiunto la soglia dei cinque anni.

Come risultato dell’accordo raggiunto nei negoziati, una volta conseguito uno status regolare, i vostri familiari stretti saranno liberi di unirvi a voi qui nel Regno Unito dopo che avremo lasciato l’UE. Ciò include i coniugi, i partner non sposati, i figli, i genitori e i nonni a carico, nonché i bambini nati o adottati al di fuori del Regno Unito dopo il 29 marzo 2019.

I vostri diritti sanitari, pensioni e altri sussidi rimarranno gli stessi di oggi. Ciò significa che quelli di voi che hanno pagato nel sistema del Regno Unito – e certamente i cittadini del Regno Unito che hanno pagato nel sistema di uno Stato membro dell’UE – possono beneficiare di ciò che avete inserito e continuare a beneficiare delle attuali regole di coordinamento per le contribuzioni future.

Abbiamo anche accettato di proteggere i diritti di coloro che si trovano in una situazione transfrontaliera al momento del nostro ritiro e hanno diritto a una tessera europea di assicurazione sanitaria del Regno Unito. Ciò include, ad esempio, turisti per la durata del loro soggiorno, studenti per la durata del loro corso e cittadini del Regno Unito residenti in un altro Stato membro dell’UE.

L’accordo che abbiamo raggiunto include regole reciproche per proteggere le decisioni esistenti per il riconoscimento delle qualifiche professionali, ad esempio per medici e architetti. E vi consente anche di essere assente dal Regno Unito per un massimo di cinque anni senza perdere il tuo stato di residenza – più del doppio del periodo consentito dalla vigente normativa UE.

Ci sarà un processo trasparente, fluido e snello per consentirvi di richiedere lo status regolare dalla seconda metà del prossimo anno. Non costerà più di una domanda di passaporto. E se avete già un valido documento di residente permanente, sarete in grado di convertire il vostro status in stato di residenza a titolo gratuito.

Stiamo anche lavorando a stretto contatto con la Svizzera e gli Stati membri del SEE (Spazio Economico Europeo, N.d.T.), per garantire che anche i loro cittadini nel Regno Unito beneficino di tali accordi.

Ho passato molte ore a discutere di questi problemi con tutti gli altri 27 leader dell’UE negli ultimi diciotto mesi, nonché con il presidente Juncker, il presidente Tusk e il capo negoziatore dell’UE Michel Barnier. Sono fiduciosa che, quando il Consiglio europeo si riunirà più tardi, questa settimana, accetterà di procedere su questa base.

E farò tutto il possibile per assicurarmi che lo facciamo.

Quindi, adesso, non dovete fare nulla. Potete guardare avanti, sicuri di sapere che ora esiste un accordo dettagliato sul tavolo, in cui il Regno Unito e l’UE hanno stabilito come intendiamo preservare i vostri diritti – così come i diritti dei cittadini britannici che vivono nei paesi dell’UE. Perché ci siamo assicurati che questi negoziati mettessero al primo posto le persone. Questo è quello che ho promesso di fare ed è quello che continuerò a fare in ogni fase di questo processo.

Auguro a voi ed alle vostre famiglie uno splendido Natale e un veramente felice anno nuovo.

Offerte di lavoro per il Regno Unito: cosa è bene sapere.

Mi capita spesso di leggere, su vari gruppi e pagine Facebook, annunci di lavoro per infermieri italiani intenzionati a tentare l’avventura in Gran Bretagna.

Non troverete, mi preme ribadirlo, offerte del genere sul mio blog, per una precisa scelta “strategica”, in quanto esso ha uno scopo puramente informativo.

Tutte le proposte che vi capiterà di leggere sono sicuramente attendibili e provengono da recruitment agencies rispettabili (non mi è ancora arrivata voce di una truffa), ma è bene sapere, quando si presenta il proprio curriculum, a che gioco si sta per giocare e di che tipo di offerta di lavoro si tratta.

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Vi fornirò, pertanto, un compendio di indicazioni che potranno aiutarvi nella selezione dell’offerta di lavoro più opportuna per voi.

Tanto per cominciare, non starò qui a tediarvi raccontandovi di come Londra o Manchester siano meglio delle piccole città del countryside, ovvero della campagna inglese, o viceversa: la scelta, in questo caso, è riservata alle vostre preferenze personali ed al desiderio che avete di tornare a casa più o meno frequentemente (Londra è, ovviamente, meglio collegata con molte città italiane ed è a sole due ore circa di volo).

E’ logico, inoltre, aspettarsi che voi possiate essere inquadrati da colleghi e pazienti come “l’infermiere straniero” se vi recherete in un piccolo County hospital del Berkshire (ne dico uno a caso), mentre in un grande Trust londinese sarete solo uno dei tanti “overseas”, spesso la maggioranza rispetto al personale britannico (tanto per farvi un esempio, nel mio Dipartimento tutto, ma proprio tutto il personale infermieristico non è inglese).

Ogni situazione, ovviamente, presenta i suoi pro e contro, ma ritengo che il processo di integrazione sia più veloce e scorrevole in una grande città, essendo i più grandi Trust meglio preparati all’induction, cioè all’inserimento, di personale straniero.

Il punto centrale delle offerte di lavoro, comunque, sta nel tenore stesso dell’offerta di lavoro.

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Molte agenzie di recruitment, attualmente, svolgono infatti selezioni per infermieri italiani che non solo non sono già registrati presso l’NMC (come ci si potrebbe aspettare, se non hanno avuto alcuna esperienza di lavoro in UK), ma non possiedono neppure la certificazione linguistica.

In tal caso, si garantisce la partecipazione ad un breve corso (in molti casi, non garantisco in tutti, gratuito) e l’inserimento nella prima fascia di inquadramento contrattuale del personale infermieristico, la band 5, ad avvenuto superamento dell’esame IELTS o del nuovo OET.

Il corso, quindi, rientra spesso in un pacchetto di benefits (come il primo mese di metropolitana pagato, la SIM card gratis o l’alloggio riservato in un’accomodation, ovvero in un residenza) che accompagnano molti annunci e che servono a favorire l’ambientamento del neoassunto in UK.

Bene: sappiate che, qualora non vi venga richiesta la certificazione linguistica, firmerete il contratto subito, ma inizierete a lavorare per l’ospedale che vi ha assunto come healthcare assistants (HCA) e venendo inquadrati nella band 3.

Tradotto in soldoni, vi troverete a guadagnare mensilmente, almeno per il primo anno, circa 1.400 pounds lordi, quasi 1.600 euro (fonte: NHS pay scales, ovvero il tariffario ufficiale dei dipendenti NHS), fatto salvo il bonus per compensare il maggior costo della vita di chi vive a Londra, dove una camera doppia in condizioni decenti e non troppo decentrata difficilmente costa meno di 500 pounds mensili (bollette escluse, quasi sempre). In altre parole, un salario più o meno equivalente a quello di un barista di una delle grandi catene di caffetterie che da anni hanno colonizzato Londra (Starbucks, Costa o Caffè Nero, per intenderci).

Logicamente, quello considerato è un salario base, che comunque potrà conoscere maggiorazioni nell’ipotesi in cui si coprano turni di notte o festivi e che però potrebbe accompagnarvi per molti mesi, se la vostra conoscenza dell’inglese è un po’ lacunosa.

Altre offerte di lavoro, invece, sono riservate agli infermieri già iscritti o perlomeno in attesa di iscrizione al Registro: troverete allora sugli annunci indicazioni come “registered nurses”, “pinned nurses”, oppure l’acronimo RN.

Se non possedete il famoso PIN number, o non avete quantomeno l’IELTS o l’OET, che garantiscono un’agevole (ma non rapidissima) iscrizione presso l’NMC, vi consiglio allora di non perdere tempo e valutare altre proposte.

Per completare questo breve excursus,  ho notato che di recente alcuni annunci vertono su offerte di lavoro come care worker, talvolta indicato come carer. Si tratta di una figura di assistente domiciliare che non richiede alcuna iscrizione al Registro NMC ed è paragonabile a quella di un badante qualificato. Per alcuni, decisamente intenzionati ad emigrare, è un’ottima opportunità per trasferirsi e lavorare senza conoscere in maniera approfondita l’inglese, ma imparandolo nel tempo.

Premesso che anche un familiare può svolgere la funzione di carer e che ciò, pertanto, può ingenerare confusione, quella dei care workers è una realtà socio-sanitaria, anch’essa ampia e con molte sfaccettature: tanto per fare un esempio, il care worker, può provvedere ad esigenze di igiene e nutrizione del paziente, mentre il support worker non se ne occuperà, svolgendo invece compiti di pulizia della casa o di acquisto di beni di prima necessità. Il salario, pertanto, varierà in base alle competenze ed i tasks, ovvero i compiti, richiesti, non differenziandosi di molto, comunque, da quello di un HCA, essendone solo leggermente inferiore.

Come avete notato, in questa breve esposizione mi sono attenuto a cifre e fatti, astenendomi praticamente da ogni commento e/o considerazione personale.

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Ognuno può scegliere in base alle proprie preferenze e necessità, purché correttamente informato. La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva Forrest Gump, ma ogni tanto è bene sapere quali si sta per mangiare.

L’NMC e l’IPASVI: trova le differenze.

Nelle scorse settimane, in occasione dei rinnovi dei consigli provinciali Ipasvi, mi è capitato più volte di leggere improvvide dichiarazioni di colleghi che, sprezzanti di denunce e provvedimenti disciplinari, definivano “quelli dell’Ipasvi” “mafiosi” e “m..de”.

Testualmente.

L’ultimo, in ordine di tempo, dichiarava di essersi trasferito in Inghilterra e di volersi iscrivere presso l’NMC, cancellandosi al tempo stesso dal Collegio di appartenenza.

L’ho informato che, così facendo, non avrà più modo di sostenere concorsi pubblici, né, in generale, di tornare a svolgere la professione infermieristica in Italia, a meno che non si iscriva nuovamente od eviti di cancellarsi, continuando così a pagare l’odiata tassa a quelle “m..de” dell’Ipasvi, come da lui definite.

Tralasciando ogni polemica sullo squallido tenore di certe esternazioni, credo sia utile, a questo punto, operare qualche comparazione tra i compiti dell’Ipasvi e quelli dell’organismo ad esso equivalente in UK, ovvero l’NMC, il Nurses and Midwifery Council, non solo per fornire una piccola guida a chi si appresta ad emigrare o lo ha fatto da poco, ma anche per chi ancora lavora in Italia. Il motivo lo si comprenderà tra poco.

  1. L’NMC definisce gli standard di formazione ed aggiornamento degli infermieri, dai programmi universitari fino ai CPD, l’equivalente dei corsi ECM in Italia, che però non organizza. Al contrario, i Collegi italiani programmano molte giornate di formazione, ma intervengono con un ruolo marginale nella definizione dei curricula universitari;
  2. A fronte di un ammontare minimo di crediti formativi ECM che la normativa stabilisce debbano essere accumulati nel corso di un triennio, non sono ancora, ad oggi, state definite sanzioni per chi trasgredisce. L’NMC, invece, cancella dal Registro tutti coloro i quali non abbiano completato nel termine di tre anni gli obblighi previsti dalla normativa sulla Revalidation, molto più ampi dei semplici crediti ECM.
  3. L’NMC tutela i cittadini dall’abusivismo (molto raro in UK) ed irroga sanzioni disciplinari nei confronti degli iscritti al registro, esattamente come l’Ipasvi. Dispone annualmente la radiazione per circa lo 0,4% degli iscritti, pubblicandone nome e motivazioni della sanzione sul proprio sito online. Non risultano invece statistiche, né dispositivi dei provvedimenti per i radiati da un Collegio Ipasvi italiano, salvo casi di cronaca eclatanti (come nel caso di Daniela Poggiali, che scattò selfie con i cadaveri dei propri pazienti).  Mi farebbe molto piacere averne a disposizione, a proposito. D’altronde, si tratta di informazioni mirate a tutelare il pubblico e che per questo andrebbero diffuse, almeno online.
  4. Il pagamento della tassa annuale di iscrizione ad un Collegio oscilla mediamente tra i 50 ed i 60 euro. La morosità implica l’obbligo del versamento di interessi, ma il saldo può avvenire dopo mesi od anni. Nel frattempo, l’infermiere può continuare ad esercitare la professione. La tassa per l’iscrizione all’NMC costa 120 pounds all’anno, oltre 130 euro. Il mancato pagamento entro i termini comporta la cancellazione automatica dal registro. Il nurse inglese non può più svolgere la professione fino a nuova iscrizione, rischiando il licenziamento immediato dal Trust per il quale lavora, a meno che non sia posto in administrative leave (una sorta di sospensione dall’incarico) o non venga temporaneamente “demansionato” ad healthcare assistant, con relativa riduzione dello stipendio.

In buona sostanza, come si può notare da questa succinta analisi, l’NMC non riveste un ruolo più importante, né ha attribuzioni molto più ampie rispetto a quelle di un Collegio Ipasvi.

Il quadro tratteggiato rende tuttavia molto bene l’idea di una normativa applicata in molto più rigoroso rispetto a quella italiana.

Prima ancora di biasimare quegli infermieri che sconsideratamente insultano i rappresentanti della loro stessa professione, mi domando allora se il rispetto e la considerazione di cui questi ultimi difettano, indipendentemente dal loro impegno e dalla loro moralità, non nasca piuttosto dalla scarsa severità, anzi dalla tipica, elastica “modalità italiana” di applicazione di norme pur vigenti.

Sappiamo bene quanto, oltre alla carota, sia alle volte importante anche il bastone, per muoversi nella giusta direzione.

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Perché un infermiere potrebbe sostituire senza problemi un commesso di un centro commerciale nel giorno del Black Friday.

Vi racconto una mia piccola disavventura, questa volta capitatami in Italia. 

Mi sono recato all’Ikea per acquistare un mobile. 

Una scrivania, per l’esattezza. 

Premetto di esserci andato dopo essere rimasto allibito da costi e tempi di consegna di un’altra nota catena di vendita al dettaglio di mobili, che dichiara di essere “low cost”. 

Mi reco al più vicino store Ikea, non lontano da dove abito in Italia, in una domenica mattina molto affollata, forse per via del recente Black Friday. 

Vado di fretta, devo poi trasportare e montare il mobile e non ho voglia di trascorrere un giorno di ferie in Italia dentro l’Ikea.

Trovo subito un ottimo modello, peraltro scontatissimo. 

Chiedo alla commessa di indicarmi i colori e le variazioni disponibili. 

La signorina, peraltro gentile, mi fornisce tutte le informazioni richieste.

Segno un paio di codici, vado a prelevare i pannelli di uno specifico colore in magazzino, mi reco in cassa. 

Tutto liscio. Apparentemente.

L’addetta alla cassa mi fa infatti notare, dopo un paio di telefonate, che il colore che avevo selezionato è l’unico non in offerta, per cui avrei dovuto spendere circa sessanta euro in più, se avessi voluto acquistarlo. 

Poi mi lascia lì, di punto in bianco, dovendo assistere altri clienti ad altre casse.

Torno in magazzino, lascio i pannelli, mi reco nel settore dove potevo trovare la stessa scrivania, ma di un altro colore che pure mi piaceva e che era però in sconto. 

Terminato.

Lascio il carrello, cammino (controcorrente!) fino al reparto mobili da ufficio, chiedo spiegazioni ad un altro addetto (nel frattempo, l’altra commessa si era eclissata). 

Faccio notare che uno dei colori era terminato e l’altro non in offerta.

Il giovane mette in dubbio per due volte la mia parola. Poi chiama un magazziniere, che si reca a depositare i pannelli proprio mentre arrivo al settore del magazzino (e prima di scenderli dal muletto, dopo che io avevo chiesto se fossero quelli della mia scrivania, mi risponde: “sì, però si deve spostare da lì”).

Alla fine, prendo il mio mobile, pago e me ne vado, dopo aver buttato via un’ora del mio tempo ed aver stravolto i programmi della giornata, per via di un’addetta che non mi aveva fornito le informazioni necessarie per completare il mio acquisto.

Immaginate ora di proiettare questo disservizio, che peraltro ho subito da un’azienda famosa nel mondo per il customer service, in una realtà sanitaria. 

Immaginate un paziente che si accorge di aver perso inutilmente un’ora del suo tempo, magari in un Pronto Soccorso o mentre è in attesa di un’operazione salvavita. 

Un’ora del proprio tempo buttata via invano, quando la preoccupazione percepita non è quella di non poter acquistare il mobile del colore preferito o di spendere sessanta euro in più,  ma di vedere aggravate le proprie condizioni di salute o di subire un ulteriore danno ad essa.

Capirete allora che gli infermieri abili nella comunicazione (non tutti lo sono, lo vedremo tra poco) sono eccezionali strateghi del customer service, in grado di sostituire egregiamente non solo un addetto di un centro commerciale in un giorno di Black Friday, ma anche molti managers. 

Perché per un infermiere è sostanza del proprio lavoro, oltre che routine quotidiana, assistere il cliente/paziente nelle condizioni più difficili: in un ambiente sovraffollato, lottando contro il tempo, dispensando informazioni tecniche in un modo comprensibile a persone stressate, ansiose, sofferenti. 

Gli infermieri sono abituati a fornire un servizio che non trova interruzione in ogni giorno dell’anno e dovendo rispettare una tempistica e dei ritmi che, in caso di ripetuta violazione, non solo possono sfociare in un richiamo del datore di lavoro (come per gli addetti di colossi come Ikea od Amazon), ma in una responsabilità professionale. 

Oltre alla comunicazione, non dimentichiamo poi che l’infermiere eroga altre prestazioni, servendosi di tecnologie sofisticate o frutto di una manualità acquisita in anni di esperienza. 

Riflettiamoci un attimo, quando consideriamo che gli attuali stipendi di un infermiere e quelli di un addetto alle vendite di un negozio (non importa se di un centro commerciale o no) sono molto vicini tra loro. 

Una corretta comunicazione incide profondamente sull’outcome, ovvero sull’esito della cura e  dell’assistenza: aumenta la compliance del paziente alla terapia, risolve potenziali conflittualità con gli operatori sanitari, aumenta in generale il livello di soddisfazione del paziente e la considerazione per la professionalità dell’infermiere che lo ha assistito. 

Tuttavia, in un’epoca nella quale la discussione sulle competenze è incentrata in larga parte sulle diagnosi infermieristiche e sulla specializzazione tecnica, la comunicazione è un fattore ancora ingiustamente sottovalutato nelle valutazioni dell’outcome assistenziale e spesso costituisce un obiettivo mancato. In altre parole, il dialogo e l’educazione al paziente vengono spesso trascurati.

Ma cosa occorre ad un infermiere per essere un abile comunicatore, vi domanderete? Non credo sia necessario guardare lontano, non serve attuare tecniche particolari apprese mediante seminari e convegni sulla PNL (programmazione neurolinguistica) tenuti da coach o santoni. 

Sono invece indispensabili, in primo luogo, le buone maniere. 

Proviamo a calarci, come pazienti, in queste due situazioni diverse, dopo essere stati chiamati in una stanza per una visita ambulatoriale. 

Immaginate un infermiere che riceva una paziente (non è solo una semplice ipotesi, ma realtà osservata con i miei occhi) affermando: “Siediti su quella sedia, signo’!” (magari con accento dialettale marcato) ed un altro che invece si presenti con: “Buongiorno, Signora. Mi chiamo… Prego entri pure e si accomodi su quella sedia. Perdoni l’attesa”. 

Nessuno dei due infermieri è stato maleducato (non in modo eclatante). Magari il primo è anche più esperto e tecnicamente più capace. Ma a chi dei due, senza conoscerli, affidereste di primo acchito la vostra salute? A chi attribuireste la maggior considerazione professionale? In chi riporreste la vostra fiducia?

Ho sentito, in passato, affermare da molti pazienti: “Quel medico è un signore”. 

Bene, mi auguro che, parallelamente alle battaglie per un equo stipendio, contro il demansionamento ed a favore del riconoscimento delle competenze specialistiche, gli infermieri lottino al loro interno anche per l’affermazione della signorilità e delle buone maniere (non serve che siano eccessivamente ostentate, come talvolta capita agli inglesi), che nel cliente/paziente si associno finalmente alla percezione – anche se non sempre corrispondente alla realtà – di avere di fronte un professionista capace, una persona “studiata”, come si legge simpaticamente oggi sui alcuni gruppi Facebook. 

Perché siamo tecnici, siamo oggi intellettuali, ma prima ancora di tutto questo siamo addetti al customer service più difficile al mondo, per cui l’immagine (che coincide solo in parte con l’aspetto estetico, si badi bene, io sono sempre stato a favore di infermieri con piercing e tatuaggi) ha una rilevanza essenziale. 

First impression count, la prima impressione conta: mi è stato insegnato non appena ho messo piede in UK dal mio precedente coordinatore, forse l’infermiere con le più elevate capacità conunicative che abbia incontrato nella mia carriera. 

Ma se le buone maniere sono l’antipasto, la competenza professionale costituisce il pasto principale. Interpretare e soddisfare i bisogni di salute non è – con il dovuto rispetto – suggerire il colore di scrivania da acquistare, oppure indicare il modello in offerta. 

Per soddisfare entrambi i requisiti, delle buone maniere e della competenza, vi è infine una condizione preliminare da rispettare: possedere un adeguato livello di cultura generale.  

Pertanto, la strada è sempre la stessa, per tutti noi: studiare, aggiornarsi, insomma sgobbare sui libri. 

È questa la differenza che passa tra il mestiere di addetto alle vendite (che stimo e rispetto) e la professione infermieristica.