Lettera aperta degli infermieri italiani nel Regno Unito all’Ordine delle Professioni Infermieristiche.

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Londra 16 marzo 2018

alla Presidente Dott. Ssa Barbara Mangiacavalli

 

al Comitato centrale

ai Presidenti provinciali

Ordine delle Professioni Infermieristiche

Gentili Colleghi,

chi Vi scrive sono i figli di un Ordine minore.

Quelli che hanno fatto le valigie, gli emigrati, per alcuni i traditori della Patria.

Noi siamo, in particolare, gli infermieri italiani emigrati in Gran Bretagna, ma siamo sicuri di non peccare di superbia, affermando che le nostre rivendicazioni sono le stesse dei colleghi che vivono e lavorano in Svizzera, Germania ed in molti altri Paesi d’Europa e del mondo.

Siamo i figli di una diaspora che molti noi hanno deciso liberamente, molti altri forzatamente, come conseguenza di anni di disoccupazioni, di contratti precari o di lavoro dipendente, simulati da partita IVA, di contenziosi con datori di lavoro che non hanno erogato mesi di stipendi.

Una diaspora che è avvenuta sotto i Vostri occhi e, purtroppo, nel Vostro silenzio, soprattutto negli ultimi cinque anni.

Siamo tanti, migliaia. 2.600 di noi sono alle dipendenze del sistema sanitario pubblico più antico, grande e celebre al mondo, il National Health Service inglese, mentre molti altri prestano la loro attività nel settore privato.

Dopo aver lasciato la nostra terra ed i nostri affetti ed aver superato un periodo di ambientamento, molti di noi, tra mille difficoltà e sacrifici, hanno iniziato a compiere progressi significativi nelle loro carriere professionali.

La nostra comunità annovera già docenti, coordinatori di Dipartimento, professionisti con competenze così avanzate da essere in grado di eseguire, in autonomia, procedure chirurgiche riservate in Italia ai soli medici. In molti hanno conseguito titoli di studio post laurea e tutti stanno accumulando un incredibile patrimonio di conoscenze, in un contesto organizzativo estremamente vicino, nei principi costituenti, al Servizio Sanitario Nazionale.

Questo fenomeno, tuttavia, continua ad avvenire nel silenzio delle istituzioni italiane e del neonato Ordine.

Il recente Congresso nazionale della Fnopi, per esempio, ci ha praticamente ignorati.

Ci siamo sentiti troppo spesso dimenticati due volte, prima e dopo essere partiti.

Chi di noi rientra in Italia lo fa in sordina, per ragioni familiari, o più semplicemente perché è stanco di vivere lontano da casa.

Nessuno di noi si attende di essere accolto da un tappeto rosso, ma di certo non torniamo perché ci vengono proposte condizioni di lavoro migliori od avanzamenti di carriera.

Sappiamo, invece, che ci toccherebbe fare molti passi indietro.

Chi rientra è atteso, ancora una volta, da contratti di lavoro temporanei; nel migliore dei casi, da un posto in una struttura pubblica, dopo aver superato però il calderone di una selezione, che i Padri Costituenti concepirono per scegliere imparzialmente i più meritevoli e che oggi, invece, dimentica colpevolmente proprio la sua ragione istitutiva.

Perché gli infermieri che emigrano all’estero possono ottenere il riconoscimento degli anni di servizio solo passando attraverso una procedura lunga e complessa, spesso non in linea con i tempi e le esigenze di un candidato ad un concorso.

Perché i titoli di studio conseguiti all’estero non vengono riconosciuti, se non genericamente, all’atto della selezione, e talora vengono messi da parte all’atto della nomina, quando ci ritrova assegnati ad una Unità Operativa o ad una branca clinica completamente diversi da quella dove si sono maturati anni di lavoro e di esperienza.

Cosa aspettarsi, d’altronde, da un Paese che nemmeno con la bozza del nuovo contratto collettivo offre alla categoria un adeguato riconoscimento delle competenze avanzate e specialistiche?

Specializzazioni, dirigenza, management, sono parole, concetti, obiettivi di carriera che un nurse inglese vive nella sua operatività quotidiana.

Quando un infermiere italiano in Inghilterra si abitua a questa realtà, diventa poi difficile capire perché il medesimo riconoscimento non avvenga in Italia.

La comunità infermieristica italiana nel Regno Unito ha vissuto negli ultimi anni il fenomeno dell’emigrazione, in linea di massima, come necessità.

Ha scoperto poi le opportunità che la sanità inglese offre agli infermieri, ha sperimentato sulla propria pelle un altro modello di sanità, un altro modello di nursing, ha iniziato a coglierne i frutti e desidera ora mostrarli ai colleghi in Italia, condividendo le competenze e le esperienze maturate.

E’ per questa ragione che abbiamo deciso di superare la solitudine nella quale abbiamo vissuto e di organizzarci, autonomamente e spontaneamente, lontano da chi finora ci ha trascurato, ma senza dimenticare mai chi sono gli interlocutori istituzionali nella nostra Patria.

Non sono infatti le istituzioni che creano le comunità, ma il contrario: è esattamente questo che sta avvenendo nel Regno Unito, dove, per ora ancora solo sui social media, le migliaia di infermieri sparpagliati sul territorio britannico stanno iniziando a prendere forma e consistenza di una comunità professionale, che interagisce vivacemente e fonde le proprie esperienze, in un processo finalizzato alla crescita comune e ad obiettivi condivisi.

Chi Vi scrive rappresenta un gruppo che riunisce, ad oggi, oltre 400 infermieri italiani in Gran Bretagna e che ha assunto la denominazione di Italian Nurses Society, ispirandosi all’antico modello di cooperazione ed autotutela della società di mutuo soccorso.

Abbiamo due soli mesi di vita e la nostra voce è quella di una frazione dell’intera comunità, ma ci proponiamo di rappresentarla in futuro nella sua interezza, diventando l’associazione di riferimento della comunità infermieristica italiana presente sul territorio britannico.

Cercheremo, se necessario, il gemellaggio anche con altri colleghi, qualora intendano avviare analoghe iniziative sul territorio britannico: a differenza di quello che vediamo accadere in Italia, dove la rivalità e la contrapposizione stanno rendendo la categoria sempre più divisa e debole, l’isolamento e la lontananza ci hanno fatto comprendere l’importanza dell’unità e della solidarietà, nel segno dell’appartenenza alla medesima categoria professionale.

Lo scopo di questa lettera aperta, comunque, non è solo quello di comunicarVi la “lieta novella” della nascita di una comunità di infermieri italiani nel Regno Unito, ma anche di annunciarVi che, se finora non siamo stati ascoltati, saremo da oggi noi a far sentire la nostra voce, in modo sempre più pressante, individuando in Voi e nell’Ordine delle professioni infermieristiche il nostro esclusivo interlocutore istituzionale in Italia.

E’ nostra intenzione, infatti, avanzare una serie di richieste finalizzate ad un futuro, effettivo riconoscimento normativo delle competenze maturate dagli infermieri presenti in Gran Bretagna, che passano dal riconoscimento automatico, in sede concorsuale, degli anni di servizio e dei titoli di studio conseguiti, ma anche di creare un ideale ponte, foriero di scambi e di opportunità professionali, tra la comunità infermieristica italiana ed i suoi figli, emigrati in Gran Bretagna e, tramite loro, con i colleghi inglesi.

Queste istanze sono irrealizzabili, in assenza di un dialogo con l’Ordine. Esso si fonda, peraltro, sulla premessa di un riconoscimento ufficiale, in quanto associazione di rappresentanza degli infermieri italiani nel Regno Unito, che con questa lettera Vi chiediamo per la prima volta ed in via ufficiosa.

Siamo convinti che i nostri propositi siano ambiziosi e di non semplice realizzazione; abbiamo piena consapevolezza che i problemi che oggi la categoria affronta sono gli stessi, se non più gravi, di quelli che costrinsero molti di noi a preparare i bagagli.

Siamo altresì certi, tuttavia, che, se le nostre rivendicazioni dovessero oggi rimanere inascoltate, non potrete domani non sentire la voce di migliaia di infermieri, che magari non desiderano più tornare in Patria, ma non hanno dimenticato i loro colleghi.

L’apertura ad un confronto internazionale evidenzierà che un altro modello di nursing, in cui l’infermiere riveste un ruolo di protagonista nella definizione dei modelli organizzativi dell’assistenza e delle politiche sanitarie in generale, è possibile.

Avete già perso la nostra professionalità e le nostre capacità.

Vi chiediamo di non perdere, ora, l’ulteriore contributo che veniamo ad offrirVi.

Con osservanza

Luigi D’Onofrio

Giuseppe Porfido

Gianluca Adinolfi

Marta Eleonora Marchetti

Felicia Livrieri

Sergio Maria Riggi

e tutti gli infermieri della Italian Nurses Society

Intervista a Filippo Carretta, da infermiere a massaggiatore nel Regno Unito.

Molto spesso arriviamo ad un punto, nella nostra vita lavorativa, in cui non proviamo più soddisfazione in ciò che facciamo ed iniziamo a chiederci se quella scelta sia ancora la strada giusta.

Alcuni di noi hanno bisogno solo di staccare un po’ la spina, altri di cambiare semplicemente ambiente, altri ancora voltano pagina e iniziano un nuovo capitolo.

A tal proposito, posto qui un’intervista della collega Felicia Livrieri ad un suo amico, Filippo Carretta, detto Pippo, un infermiere pugliese che, dopo aver deciso di espatriare in UK ed aver lavorato nell’NHS, ha scelto di dare l’ennesima svolta radicale alla sua vita, intraprendendo una nuova carriera, in un settore alternativo e complementare rispetto a quello della sanità “tradizionale”.

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“Cosa ti ha fatto maturare l’idea di svolgere la tua professione come infermiere all’estero e soprattutto in UK?”

L’UK”…. – sorride e riprende – “E’ stata più una conseguenza che una decisione.

La scelta dell’UK è stata la più facile. Mi spiego meglio. Finiti gli studi in Italia, ho iniziato a guardarmi intorno, le possibilità erano molte, non solo come infermiere. In Puglia lavoravo nel mondo della radiofonia, all’interno di radio e tv regionali e allo stesso tempo lavoravo per una compagnia privata di ambulanze. C’era abbondanza di lavoro, ma ciò che scarseggiava erano gli stipendi, si lavorava quasi gratis con la scusa di “far esperienza”.

Ciò mi ha fatto pensare che dovevo guardarmi intorno, fuori dalla penisola italiana. Mi sono chiesto: se devo fare volontariato vado in Africa, se devo lavorare devo essere retribuito. Non ti nascondo che ci ho pensato e ho cercato posti in Africa dove fare volontariato, ma la vita mi ha portato verso una ricerca più “rapida”, “facile” e sensata, quella di cercare lavoro all’interno dell’Europa. Le nazioni che offrivano più opportunità come infermiere erano Regno Unito, Germania e Svizzera.

Partiamo dal presupposto che non ero attratto da nessuna di queste tre nazioni. La scelta più facile è stata l’UK per la lingua (tra inglese e tedesco preferivo imparare l’inglese) e per essere Londra una città multiculturale. Era il 2015, quando ho provato un colloquio a Roma per il West Middlesex University Hospital. Sono stato assunto e nel giro di pochi mesi mi sono trasferito qui, dove ho iniziato a lavorare con l’NHS fino alla metà del 2017”.

“Dopo quanto tempo hai sentito la voglia di cambiare lavoro, aprendoti a nuovi orizzonti; soprattutto, come mai hai compiuto questa scelta?”

Da subito, mi sono reso conto che stavo rivestendo un ruolo all’interno di un sistema che non condivido. Uscito dall’Università, avevo la carica e la voglia di fare del bene, rendendomi utile per gli altri. In ospedale, nei reparti di degenza, si cerca di rimettere in salute il paziente spegnendo i sintomi. Io però sono del parere che i sintomi sono segnali che il nostro corpo invia e noi dobbiamo interpretare per capire cosa non va e capire su cosa agire. Spegnere o trattare il sintomo non cura a mio avviso la malattia.

In ospedale mi scontravo con una realtà che si opponeva a ciò in cui credo e ciò mi ha messo di fronte ad un bivio: continuare nella professione infermieristica, indirizzandomi magari verso l’emergenza, oppure aprirmi a nuovi orizzonti. Essendo interessato alla cura della persona nella sua interezza, mi sono chiesto: cosa potrebbe promuovere la salute e il benessere?

Le risposte sono state semplici e rapide: basta prendersi cura del nostro corpo, ascoltando ciò che ci dice ed entrando in relazione con noi stessi. Possiamo prevenire una malattia partendo da una corretta alimentazione, stile di vita, esercizio fisico, dalla cura di se stessi. Questa consapevolezza mi ha portato a coltivare molte passioni. Da qui ho scelto di iniziare una nuova professione: il massaggiatore, in inglese massage therapist o masseur.”

“Che formazione hai dovuto svolgere per intraprendere questo nuovo ruolo? Che tipo di massaggi esegui? La tua figura è regolata giuridicamente da un’istituzione, simile all’NMC?”

Inizialmente ho seguito un corso di studi di un anno, nel quale ho studiato principalmente anatomia, fisiologia, patologia (materie che avevo già seguito, ovviamente, durante il mio corso universitario di infermieristica). Alla teoria seguiva poi una sessione pratica.

Al termine di questo corso ho ottenuto il mio diploma da massaggiatore e ho continuato i miei studi in Thailandia ed in un’università a Londra. In realtà, non si finisce mai di studiare.

Corso dopo corso, gli studi sono costanti. La mia figura non è regolata da istituzioni come l’NMC ed io lavoro come self employer, freelance, con una assicurazione personale.

Eseguo massaggi di ogni tipo: sportivo, olistico, tailandese, rilassante, energizzante, riflessologico”.

“È stato facile trovare lavoro in questa nuova realtà?”

Ci vuole sempre il “lato B” nella vita, anche in questo caso…

Mettersi alla ricerca di un lavoro è stato ovviamente più facile qui a Londra, che in Italia.

Nel Regno Unito è stato più semplice anche fare esperienza: infatti, in pochi anni ho massaggiato oltre 2000 persone. Per la maggior parte del tempo ho dovuto lavorare come self-employer.

E’ meno semplice rispetto al lavoro da dipendente, ma rappresenta una sfida che decisamente ti spinge a risultati migliori e ti apre opportunità imprenditoriali, partendo dal basso per poi crescere grazie all’impegno, alla dedizione ed al…famoso “lato B”, appunto”.

“Come si svolge la tua giornata tipo, che orari fai e quali sono le sfide che incontri in questo lavoro?”

La mia giornata tipo è molto variabile. Ci sono stati periodi in cui lavoravo in hotel, altri in cui le agenzie con cui collaboravo mi mandavano a domicilio dei clienti, altri ancora in cui lavoravo in più posti: clinica di medicina Cinese, studio chiropratico, salone di bellezza.

Al momento tendo a mantenere rapporti stabili con la mia clientela privata, esco con la macchina e raggiungo la casa del primo cliente, controllo il telefono e riparto per la chiamata successiva. Promuovo inoltre la mia attività tramite una pagina Internet”.

“E’ soddisfacente la retribuzione che questo lavoro offre?”

Ride… “Guadagno da zero a 250£ al giorno: non ci sono regole, dipende dal numero di clienti che hai e dal periodo. Bisogna crearsi la clientela, si parte da cifre meno soddisfacenti per migliorare col tempo. Questo succede quando lavori in proprio, le tue entrate sono variabili”.

“C’è chi parla di massaggi come terapia alternativa, cosa ne pensi tu a riguardo e quali sono le tue più grandi soddisfazioni lavorative?

Massaggio come terapia, decisamente! Terapia, che nella mia mente non è associata più alla “pillolina”. Il massaggio è un mezzo per alleviare la tensione e lo stress, al quale – ricordiamo – sono riconducibili molte patologie. E’ un’ottima terapia, un ottimo modo per rilassarsi, per provare benessere e per entrare in sintonia con noi stessi”.

“Qualche giorno fa mi hai parlato della “continua evoluzione” della tua professione, raccontaci un po’ le opportunità che ti si sono aperte”.

Tutto è in continua evoluzione. Dal cambiamento scaturiscono nuove opportunità, che sta a noi cogliere. Incontrare persone interessanti, persone che ci trasmettono la giusta energia, situazioni che ci permettono di fantasticare, ideare, sognare e progettare qualcosa. Ho tanti progetti; sto lavorando ad uno sulla creazione di “aree di benessere”, frequentate da persone che vivono in contatto col loro corpo. E’ ancora presto per lanciare questo nuovo business, ma si inizia da piccoli passi, piccole trattative che crescono e alimentano i sogni. Non esiste ancora quello che voglio creare, quindi posso solo dirti che l’idea è di abbracciare varie realtà: spa, centro meditazione…. diciamo un posto per “ritiri all’insegna del benessere”. Quindi l’evoluzione continua, speriamo sempre.

“Ti ritieni soddisfatto di questa scelta e rimpiangi mai la tua vecchia professione?”

Mi ritengo decisamente soddisfatto. Come dicevo prima, è un’evoluzione, sapevo che ciò che avevo fatto era un processo per arrivare al punto dove sono ora; tuttora penso che questo processo continuerà e mi porterà ancora non so dove. Non tornerei indietro, credo in ciò che sto facendo, non ha senso fare passi indietro, si potrebbe, ma la natura umana ci spinge sempre a provare cose nuove e andare avanti. Tornassi indietro, lo rifarei sicuramente.

“Che consiglio ti senti di dare a chi si sente insoddisfatto della professione infermieristica?”

Cambiare! Senza timori e paure, anche se hai una laurea ed hai speso anni per arrivare dove sei, bisogna ricordare che tutto serve a qualcosa e ci ha insegnato qualcosa, sicuramente non saremmo le persone che siamo senza ciò, quindi dobbiamo ringraziare e andare avanti. Ci vuole solo coraggio. Coraggio e voglia di andare avanti”.

Grazie mille Pippo, per aver condiviso con noi la tua esperienza! Ancora tanti auguri per un buon proseguimento della tua carriera.

Me ne vado all’estero: mi conviene o non mi conviene rimanere iscritto all’Ordine? Questo è il problema!

Se lo sono chiesto tutti gli infermieri emigrati all’estero, oppure lo hanno chiesto a molti dei loro colleghi: mi conviene o non mi conviene rimanere iscritto all’Ordine?

La decisione, in primo luogo, è ovviamente legata, in buona parte, ai propri obiettivi professionali: se si pianifica una lunga permanenza, sarà più logico richiedere la cancellazione, la quale, tuttavia, impedirà la partecipazione a concorsi pubblici nel nostro Paese, nonché l’esercizio dell’attività lavorativa nel settore privato (ferma restando la legittimità, seppur solo teorica, della firma di un contratto di assunzione).

Pochi sanno, tuttavia, che esistevano alcune limitazioni alla possibilità di esercitare la professione infermieristica in Italia, qualora si espatriasse, pur non essendo mai stata richiesta la cancellazione.

Recitava infatti l’art. 11 del Dlcps n. 233/46, istitutivo dei collegi Ipasvi:

“La cancellazione dall’albo è pronunziata dal Consiglio direttivo, d’ufficio o su richiesta del Prefetto o del Procuratore della Repubblica, nei casi: (..)

b) di trasferimento all’estero della residenza dell’iscritto;

(…)

f) di morosità nel pagamento dei contributi previsti dal presente decreto”.

L’intuitivita’ di quest’ultimo adempimento è evidente, mentre destera’ qualche stupore iniziale il comma precedentemente menzionato.

La cancellazione per trasferimento all’estero era tuttavia anch’essa scontata, in quanto conseguenza della previsione organizzativa, su base provinciale, degli allora collegi Ipasvi.

Allora, come comportarsi? Delle due, l’una: si spostava la residenza all’estero e si rischiava di subire la cancellazione, anche d’ufficio, oppure si simulava una permanenza della residenza in Italia, con le possibili complicazioni, sul piano fiscale, che da ciò ne poteva derivare.

Va infatti osservato che la L. 488/70, istitutiva dell’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, impone l’iscrizione alla stessa entro 90 giorni dal trasferimento della residenza, per i cittadini che si stabiliscono in un Paese estero, per periodi superiori a 12 mesi. Non adempiere a questo diritto-dovere espone al rischio di una doppia imposizione fiscale, nel Paese di effettiva residenza ed in Italia, con l’aggiunta delle relative sanzioni.

Se il disposto normativo del Dlcps 233/46, risalente all’immediato dopoguerra, segnava, per le ragioni appena esposte, il passo, soprattutto di fronte alle recenti dinamiche migratorie, che hanno interessato non solo gli infermieri, ma molte altre categorie professionali, l’analisi attenta della legge Lorenzin, istitutiva dell’Ordine, consente di superare l’anacronismo, seppur “in calcio d’angolo”.

Analizzando il testo della L. 3/2018, che va a sovrapporsi ed a sostituire quello del Dlcps 233/46, si legge infatti, al capo I, art. 1:

“Nelle circoscrizioni geografiche corrispondenti alle province esistenti alla data del 31 dicembre 2012 sono costituiti gli Ordini (…) delle professioni infermieristiche. Qualora il numero dei professionisti residenti nella circoscrizione geografica sia esiguo in relazione al numero degli iscritti a livello nazionale ovvero sussistano altre ragioni di carattere storico, topografico, sociale o demografico, il Ministero della salute, d’intesa con le rispettive Federazioni nazionali e sentiti gli Ordini interessati, può disporre che un Ordine abbia per competenza territoriale due o più circoscrizioni geografiche confinanti ovvero una o più regioni”.

La nuova disciplina istitutiva degli Ordini, pertanto, conserva l’impianto su base provinciale, già previsto per i collegi Ipasvi dal Decreto del 1946. Rimane quindi esclusa la possibilità (peraltro prevista, invece, per le circoscrizioni elettorali), di creare una delegazione estera tenutaria di un Albo e, pertanto, la possibilità di esercitare la professione, contemporaneamente, in Italia ed in un Paese straniero? Non del tutto.

Qualche speranza, per gli emigrati, giunge infatti dalla previsione del nuovo Capo II, articolo 5, comma 3:

“Per l’iscrizione all’albo e’ necessario: c) avere la residenza o il DOMICILIO o esercitare la professione nella circoscrizione dell’Ordine”.

La dichiarazione del domicilio nella città italiana di provenienza consente quindi la possibilità di una conservazione dell’iscrizione ad un Ordine italiano, ferma restando l’opportunità non solo teorica, ma anche pratica, dell’istituzione di una delegazione ordinistica estera. Quest’ultima, infatti, consentirebbe non solo assistenza nell’espletamento di procedure burocratiche e tutela legale, per migliaia di infermieri italiani che esercitano la loro professione in un Paese estero e che ad oggi, in quanto lontani e spesso isolati, sono “figli di un Ordine minore”, ma arriverebbe anche a generare un reale e fecondo ponte professionale tra la categoria infermieristica italiana e quella di altre nazioni.

Sedi ordinistiche estere, infatti, permetterebbero di creare continue possibilità di scambi culturali con realtà assistenziali e modelli organizzativi diversi, che potrebbero costituire spunto per infinite sperimentazioni ed innovazioni.

In conclusione, è però fondamentale osservare che la cancellazione da un Albo provinciale OPI non esclude la possibilità di partecipare a selezioni pubbliche in Italia; fermo restando, però, che, in caso di vincita, al momento della “chiamata” e quindi dell’immissione in ruolo, l’infermiere “oriundo” dovrà provvedere immediatamente ad iscriversi prima di entrare in servizio, ovvero prima di svolgere anche una sola giornata di lavoro, sostenendone anche i relativi costi.

Come funziona la reperibilità per un infermiere di sala operatoria in UK? Breve intervista ad Andrea Pozzi, scrub nurse presso l’Hammersmith Hospital di Londra.

Molti di voi lavorano in theatre ed alcuni hanno prestato da tempo la propria disponibilità per l’on call. Chi non varca in confini della sala operatoria, tuttavia, spesso è ignaro dell’organizzazione di questo piccolo grande mondo.

Mi sono trovato casualmente a porre alcune domande all’amico e collega Andrea Pozzi, scrub nurse presso l’Hammersmith Hospital, uno degli ospedali facenti parte dell’Imperial College Trust di Londra. Nel suo theatre vengono spesso effettuati trapianti di rene e pancreas ed Andrea è già stato occasionalmente chiamato in servizio, durante la notte e nei weekend.

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Gli ho chiesto, in sommi capi, come sia organizzata la reperibilità nella sua realtà ospedaliera e lo ringrazio per le risposte che mi ha fornito.

“Quanti operatori coprono normalmente il turno di notte nel tuo theatre e quanti infermieri sono on call?”

Nel turno sono normalmente presenti un chirurgo, un infermiere ed un HCA. Il servizio on call prevede la reperibilità di un altro chirurgo, di un anestesista e di un altro infermiere. Il mio compito, non appena mi viene comunicata la disponibilità di un organo, è quello di telefonare al collega on call e di prenotare per lui un taxi. Successivamente, preparo la sala per l’intervento, in particolare la strumentazione necessaria al benching, ovvero la “pulizia” dell’organo da fluidi e residui di tessuto non necessario al trapianto, che viene effettuata dal chirurgo. Per un intervento, comunque, sono necessari solo due infermieri ed un HCA, oltre al personale medico”.

“Sono previsti limiti di percorrenza tra la sede di lavoro e la propria abitazione, per vedersi inseriti nel servizio di reperibilità?”

Il mio servizio di reperibilità notturna inizia alle 21.15 e termina alle 7.45. Per quanto ne so, è sufficiente risiedere a Londra. L’utilizzo del taxi mi consente comunque di giungere all’ospedale in tempi molto brevi, nel mio caso un quarto d’ora, laddove la normale percorrenza diurna, con i mezzi di trasporto pubblici, supera un’ora”.

“Quanto tempo intercorre tra la comunicazione della disponibilità di un organo e l’arrivo del corriere?”

In genere pochi minuti. Vengo personalmente informato quando l’organo sta già per essere consegnato. Può arrivare da qualunque ospedale del Regno Unito, talvolta anche con l’elicottero”.

“Quanto dura il turno di reperibilità? Puoi essere chiamato a coprire un turno anche il giorno successivo, nonostante sia stato impegnato la notte per l’on call?”

Il mio turno di notte inizia alle 21.00 e termina alle 7.45, dopo aver comunque coperto un late shift od un long day. Se non vengo chiamato, allora posso essere tenuto a tornare in servizio il giorno dopo, altrimenti ho la garanzia di un day off. Nel weekend il turno inizia alle 8.00 e termina alle 21.00 ”.

“Sei comunque retribuito anche se non vieni chiamato?”

Certo, ma la paga sarà inferiore, ovviamente”.

“Come descriveresti l’esperienza di una chiamata notturna, sapendo di dover assistere per una procedura di trapianto di organo?”

Emozionante, ma anche estremamente stancante. So quando entrerò in sala, ma non so quando ne uscirò”.

Breve biografia di Aneurin “Nye” Bevan, padre fondatore dell’NHS.

Ha creato il primo sistema sanitario pubblico nazionale completamente gratuito.

Ha dato corpo all’unica, vera istituzione socialista, come lui stesso la definì, ancora oggi presente nell’Europa Occidentale. In una Nazione che ha ancora a capo una Regina.

Ha fondato un’istituzione che garantisce assistenza sanitaria a tutti, attraverso una contribuzione proporzionata alla ricchezza dei cittadini: l’NHS, che quest’anno compie 70 anni ed è il sistema sanitario pubblico più antico e grande al mondo, con i suoi 1.4 milioni di dipendenti. E’ il quinto più grande datore di lavoro al mondo, secondo Wikipedia il terzo, dopo l’Esercito cinese e le Ferrovie indiane.

Ha salvato la vita a milioni di pazienti.

Ma non era un Santo, né è mai stato insignito di un Nobel per la pace, anche se lo avrebbe ampiamente meritato.

Stiamo parlando di Aneurin “Nye” Bevan, padre fondatore dell’NHS.

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Nato in Galles, dopo alcuni anni di lavoro come minatore Nye, come viene popolarmente chiamato ancora oggi, entrò in politica con i Labour, distinguendosi per le sue chiare simpatie socialiste e per il suo carattere aspro e passionale, tanto da entrare in aspro conflitto più volte, sia con i Tories di Neville Chamberlain e Winston Churchill, sia con i vertici del suo stesso partito, che addirittura lo espulsero nel 1939 per le sue posizioni antifasciste e per il suo tentativo di costituire uno schieramento politico trasversale ai partiti (il Popular Front) per osteggiare i franchisti in Spagna e la politica di non interventismo britannica. Fu comunque riammesso qualche mese più tardi.

Terminata la Seconda Guerra mondiale, nel 1945 i Labour vinsero le elezioni e Bevan venne nominato a sorpresa – era il più giovane Ministro del Governo ed era alla sua prima esperienza – dal Segretario del partito, Hugh Gaitskell, Ministro della Salute e dell’edilizia (Housing). In quest’ultimo settore contribuì alla realizzazione di un milione di case popolari, mentre, nella sanità, decise di conferire sostanza ad un progetto che era stato già formalizzato, pochi anni prima, in un documento della Medical Planning Commission, costituita, tra gli altri, dal Barone William Beveridge e dall’allora Ministro della Salute Henry Willink.

Il progetto, in buona sostanza, prevedeva di convogliare il management dei servizi sanitari inglesi sotto la guida di autorità locali, che avrebbero dovuto garantire:

  • servizi gratuiti ed accessibili a tutti, anche a turisti od a stranieri temporaneamente residenti;
  • servizi finanziati attraverso il sistema fiscale.

Fino a quel momento, infatti, l’assistenza sanitaria in Inghilterra era onerosa e molte famiglie con un parente in ospedale erano costrette a sostenere spese ingenti per le cure, ritrovandosi spesso sommerse di debiti, oppure rinunciando alle stesse.

Bevan dubitava, però, della capacità di piccole autorità territoriali di gestire di dimensioni importanti, come alcuni grandi ospedali, per cui decise che l’unica soluzione fattibile era riunire tutte le strutture sotto la guida di un’unica autorità nazionale.

“Illness is neither an indulgence for which people have to pay, nor an offence for which they should be penalised, but a misfortune, the cost of which should be shared by the community” / “la malattia non è né un’indulgenza che le persone devono pagare, né un reato, per cui debbano essere penalizzate, ma una sfortuna, il cui costo deve essere condiviso dalla comunità”.

Nel 1946 venne così approvato il National Health Service Act, che istituì, appunto l’NHS.

La data della sua inaugurazione, il cosiddetto “appointment day”, fu però posticipata al 5 luglio 1948, giorno in cui Nye si recò al Park Hospital (oggi denominato Trafford Hospital) di Davyhulme, Manchester. La prima paziente che visitò fu una 13enne, Sylvia Diggory, cui chiese se comprendeva l’importanza dell’evento, destinato ad essere una pietra miliare della storia, il passo più avanzato che una Nazione avesse mai intrapreso.

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Si trattò, tuttavia, di un esordio sofferto e combattuto: la British Medical Association minacciò infatti di boicottare la nascita dell’NHS fino a poche settimane prima dell'”appointment day” e Bevan dovette superare le resistenze dei medici offrendo loro alcune concessioni: come ebbe ad affermare, “riempiendo le loro bocche d’oro”.

Il 5 luglio 1948, 360.000 operatori sanitari passarono sotto un unico datore di lavoro, che iniziò a fornire assistenza sanitaria al 94% dei cittadini inglesi.

Va sottolineato ancora una volta che l’NHS degli esordi offriva un’assistenza interamente gratuita, tant’è che nel 1951, quando il Parlamento decise di introdurre un contributo per le spese odontoiatriche e per l’acquisto di occhiali, Nye rassegnò l’allora mandato di Ministro del lavoro, sentendo tradita la missione originaria del sistema sanitario pubblico.

Il contributo era di un pound per le spese odontoiatriche e di uno shilling (un penny) per gli occhiali.

L’NHS è non solo sopravvissuto, negli anni, a mille difficoltà ed a Governi con differenti bandiere, ma anche a momenti durissimi, come quelli della guerra civile nordirlandese.

I cittadini britannici lo venerano: nelle parole del politico Nigel Lawson, “l’NHS è, per un inglese, la cosa più vicina alla religione“.

Non è, però, solo una questione di affetto popolare o di orgoglio nazionale.

L’NHS ed i suoi valori, che traggono spunto dall’ispirazione rivoluzionaria del barone Beveridge e dalla caparbia ed illuminata volontà politica di Bevan, rappresentano infatti un modello di welfare che ha trovato applicazione anche in altre Nazioni.

Tra questi l’Italia, dove, un po’ in sordina, in una giornata prenatalizia del 1978, 30 anni dopo l’NHS, il Servizio Sanitario Nazionale emise il suo primo vagito, mettendo fine al sistema delle casse mutualistiche allora vigente. Nel nostro caso, buona parte del merito della nascita del sistema sanitario pubblico va attribuita ad una donna, al primo Ministro donna, per l’esattezza, della Repubblica italiana: Tina Anselmi, che, guarda caso, pur essendo democristiana, era vicina alle idee socialiste.

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E’ grazie alla visione illuminata di grandi figure politiche come la Anselmi e Bevan che possiamo oggi godere di una qualità di vita, nell’Europa occidentale, ancora invidiabile dal resto del mondo. Una qualità di vita raggiunta, però, non a scapito di qualcuno, ma, al contrario, con il contributo del popolo.

Ed è dal popolo che dipende la sopravvivenza o la scomparsa di questi sistemi. Perché nessuna poltica miope potrà distruggere l’NHS od il SSN, finché il popolo continuerà a difenderli. Esiste una massima a lui comunemente attribuita in UK, ma che in realtà fu pronunciata dall’attore che lo impersonava in una serie televisiva del 1997, a lui dedicata.

Mi piace però pensare che fosse nei suoi pensieri. Recita:

“The NHS will last as long as there’s folk with faith left to fight for it.” / L’NHS sopravviverà, fintantoché ci saranno uomini con fede rimasti a combattere per esso”.

Un messaggio quanto mai attuale.

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E’ nata la Italian Nurses Society.

Siamo partiti tempo fa con poche valigie, tante speranze, nessuna certezza.
Il Regno Unito ci ha offerto quello che l’Italia non ha saputo offrirci: esprimere le nostre potenzialità, attraverso la nostra professione. Gli ospedali di Sua Maestà la Regina ci hanno accolto, ci hanno inserito nella realtà dell’NHS, spesso ci hanno fornito opportunità di carriera.
Ci stiamo facendo valere, dimostrando le nostre competenze e la nostre capacità professionali e personali, non senza affrontare problemi di ogni tipo.
Tutto questo sta avvenendo da anni nel silenzio delle istituzioni italiane e dell’Ipasvi, neonato Ordine delle professioni infermieristiche.
Siamo stati dimenticati due volte: prima e dopo essere partiti.
In più, siamo anche stati lasciati soli a noi stessi.
Da oggi si riparte di nuovo. Attraverso l’unione ed il sostegno reciproco, saremo noi a non rimanere in silenzio ed a far sentire la nostra voce, fino allo Stivale.
E’ nata oggi Italian Nurses Society, la pagina Facebook della comunità di infermieri italiani nel Regno Unito, fondata da infermieri emigrati e destinata ad altrettanti colleghi, per scambiarsi esperienze, informazioni, consigli.
Il nome prende spunto dalle Società di mutuo soccorso dell’800, che costituiscono una delle prime forme di società assicurative ed erano finalizzate all’autotutela ed al sostegno degli aderenti.
A differenza di altri progetti passati e presenti, abbiamo uno scopo chiaro: portare avanti le nostre istanze, diventando associazione di rappresentanza ufficiale ed ottenendo il riconoscimento del neonato Ordine.
Vogliamo puntare ad esserne la delegazione inglese.
La comunità ha un suo “consiglio di amministrazione”, come lo chiamo simpaticamente (non potrebbe essere diversamente), ma intende essere come i programmi informatici open source: è aperta al contributo di tutti, al fine di crescere insieme.
Non siamo affiliati a nessun partito, sindacato o movimento: rappresentiamo noi stessi e dialoghiamo con chiunque voglia sostenere la nostra causa, in UK ed in Italia, così come approviamo ogni iniziativa volta a sostenere l’evoluzione della categoria in Italia, dalla raccolta firme fino allo sciopero generale, ma non solo.
Perché noi eravamo già pronti quando siamo partiti. Eravamo già pronti quando abbiamo iniziato a lavorare in una nuova Nazione ed a parlare una lingua diversa dall’italiano. Ed ora siamo pronti a restituire l’immenso patrimonio di conoscenze e competenze che abbiamo accumulato, tra di noi e verso i colleghi italiani. Siamo uniti. Non abbiamo secondi interessi, non abbiamo nemici. #noisiamofuori.

In tutti i sensi.
Per fortuna o purtroppo. E ci mettiamo la faccia, fin dall’inizio. 

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Per quanto neonata, Italian Nurses Society ha già obiettivi e regole di partecipazione ben definite. 

In particolare, una volta raggiunto un numero sufficientemente rappresentativo di adesioni, in rapporto al totale della comunità infermieristica italiana nel Regno Unito, la INS inoltrerà all’Ordine delle professioni infermieristiche in Italia formale istanza di riconoscimento, come associazione di rappresentanza ufficiale della predetta comunità.

A seguito del riconoscimento formale, la INS avvierà ulteriori iniziative, finalizzate ad ottenere:

– l’interruzione dell’obbligo formativo ECM, per tutta la durata del periodo lavorativo prestato nel Regno Unito, in qualità di infermiere o di HCA;

– la parificazione, ai fini concorsuali, del periodo lavorativo prestato presso un’organizzazione sanitaria pubblica o privata nel Regno Unito, con il periodo lavorativo svolto presso un’organizzazione sanitaria pubblica o privata in Italia;

– il riconoscimento automatico dei titoli di studio e dei titoli specialistici post-laurea in ambito infermieristico conseguiti nel Regno Unito, ai fini concorsuali e di avanzamento di carriera.

Piccola guida di riferimento alla carriera infermieristica nel Regno Unito.

Il riconoscimento economico e professionale delle competenze specialistiche ed avanzate per gli infermieri è il tema caldo del momento in Italia.

L’Inghilterra ha invece consolidato da decenni un sofisticato, rigidamente gerarchizzato  e, decisamente, alle volte troppo complesso sistema di progressione di carriera, in cui avanzamento contrattuale, competenze organizzative e cliniche si fondono e confondono, in un mix che può davvero stordire un infermiere italiano, specie al primo impatto con la mastodontica macchina dell’NHS.

Da tempo, comunque, lo stesso Regno Unito si sta interrogando sulla necessità di una semplificazione della materia, posto che recenti studi dello scorso anno hanno dimostrato come esistano ad oggi, nell’NHS, ben 595 titoli di nurse specialist.

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Una situazione decisamente caotica, anche per gli stessi pazienti.

Cercherò di fare un po’ di chiarezza, descrivendo a grandi linee la progressione di carriera in UK, ben conscio che la mia spiegazione non sarà esauriente e che può benissimo prestarsi ad integrazioni e variazioni.

In primo luogo, la contrattazione collettiva nazionale prevede la differenziazione della categoria infermieristica in 5 fasce retributive, dal band 5 al band 9.

La Band 8, a sua volta, presenta al suo interno ulteriori articolazioni. Per chi volesse avere un’idea delle differenze stipendiali tra le varie fasce, è utile sapere che le retribuzioni annue sono di dominio pubblico e consultabili al seguente indirizzo:

https://www.rcn.org.uk/employment-and-pay/nhs-pay-scales-2017-18

Un neoassunto, pertanto, inizierà dalla band 5, quella che identifica lo staff nurse.

All’interno di ogni fascia, poi, esiste una progressione economica legata all’anzianità di servizio, mentre il “salto” da una fascia a quella superiore è legato – sempre – al superamento di un colloquio, la celebre (per chi lavora in UK) interview, che sostituisce ogni altro sistema di selezione.

E’ a questo punto che il sistema inizia a farsi complesso.

In genere, ma non necessariamente, l’avanzamento è legato al superamento od alla avviata frequentazione di corsi avanzati, come un postgraduate degree certification, ovvero un master annuale specialistico, che consente il riconoscimento della qualifica di nurse specialist in una determinata branca, come quella anestesiologica, intensivistica, oftalmica e così via. Se donna, è comune prassi attribuire all’infermiera l’antico appellativo di “sister”, sorella, dal chiaro sapore religioso, oppure di ward sister, mentre per gli uomini sarà più immediata l’attribuzione della qualifica di senior staff nurse.

In Dipartimenti più piccoli, come una realtà ambulatoriale o un ambulatorio di un GP (medico di famiglia), non sarà anomalo, per un band 6, essere in charge, cioè avere la responsabilità organizzativa e gestionale della realtà lavorativa, il che comprenderà, ad esempio, l’elaborazione dei turni di servizio, come avviene in Italia per il coordinatore infermieristico.

In realtà ospedaliere, invece, sarà più frequente che un band 6 sia in charge per un determinato turno di servizio, ma non per l’intera realtà organizzativa, essendo quasi sempre compresenti posizioni superiori.

Il band 7 si identifica invece con il Nurse Practitioner, qualifica che in Italia non esiste e  che, probabilmente, non avrà ancora alcun riconoscimento giuridico ancora per diversi anni a venire. Questo ruolo, la cui denominazione completa è quella di Nurse in Advanced Practice o Advanced Nurse Practitioner, è in genere ricoperto da infermieri esperti, che hanno conseguito e superato un corso di alta specializzazione clinica nella disciplina in cui esercitano quotidianamente la loro professione.

Si tratta di corsi universitari, con durata variabile a seconda dei providers, cioè delle Università che li mettono a disposizione, ma in genere di durata annuale. L’iscrizione, di norma, è interamente finanziata dal Trust di appartenenza, che può scegliere di vincolare questa concessione alla permanenza del dipendente per un periodo di tempo variabile, pena il pagamento dell’intera retta universitaria da parte dello stesso (e ci mancherebbe).

Quello dell’advanced nurse practitioner (ANP) è un ruolo molto complesso ed ibrido, perché non si limita all’elaborazione di piani di assistenza o di presa in carico di pazienti complessi, ma varca i confini con la professione medica: i nurse practitioners possono infatti elaborare diagnosi mediche, eseguire interventi chirurgici, gestire in totale autonomia i see and treat in Pronto Soccorso e persino prescrivere farmaci o richiedere prestazioni diagnostiche, come un’ecografia od un’esame ai raggi X, oppure ancora prelievi ematici.

Tutte queste competenze vengono riconosciute in relazione a casi clinici di minore complessità, che dovranno essere selezionati dagli stessi infermieri, in grado invece di chiedere l’intervento ed il sostegno della figura medica, qualora le problematiche cliniche del paziente esulassero dal loro ambito di autonomia.

Tornando al band 7, è frequente che svolga anche compiti organizzativi di line manager, avendo, in buona sostanza, responsabilità gestionale ed organizzativa di realtà complesse, come una vasta Unità Operativa.

Un’ultima nota di colore, letteralmente: dal nurse practitioner in poi la divisa cambia. Talvolta vengono modificate solo le spalline, come nella divisa maschile, oppure l’intero colore della stessa, che spesso passerà dall’azzurro dello staff nurse al blu scuro.

Le fasce apicali, il Band 8 e 9, sono riservate ai ruoli manageriali, con completa responsabilità, anche di budget (ovvero finanziaria) anche per quanto concerne la gestione delle risorse umane (possono pertanto richiedere l’assunzione di nuovo personale), oltre che sulla loro formazione ed aggiornamento. Band 9, in particolare, sarà il Director of Allied Health Professions (la denominazione può variare a seconda del Trust), inquadrabile, nella realtà italiana, nel Dirigente delle professioni infermieristiche o sanitarie non mediche (mi si voglia perdonare se non sono accurato nella traduzione). Si tratta di ruoli infermieristici estremamente ben pagati, con stipendi annuali che possono toccare punte di 100.000 sterline, oltre 8.000 mensili.

Il Band 8 è occupato, tra le altre, anche da due figure “mistiche” della tradizione infermieristica inglese: il matron ed il nurse consultant.

Inizio a descrivere quest’ultimo.

Premetto che per offrire un “trampolino di lancio”, a quest’ultimo è stato recentissimamente affiancato, per la prima volta in UK, il ruolo di nurse registrar, ovvero, come avviene anche per i medici in Gran Bretagna, di nurse consultant in training. La formazione avanzata del nurse consultant è infatti triennale e richiede un lungo tirocinio e percorso di studi.

Il nurse consultant è, in buona sostanza, un iperspecialista, in grado di elaborare protocolli e linee guida, di fornire consulenza forense, di svolgere attività di educazione e formazione universitaria, di compiere ricerca, conservando – spesso contemporaneamente agli altri ruoli – l’attività clinica a diretto contatto con il paziente: il consultant, infatti, assomma le competenze del practitioner e supera le sue barriere.

Concludo questa articolata carrellata con la figura che più di ogni altra, per gli italiani, richiama quella del coordinatore infermieristico, pur avendo competenze e responsabilità superiori a questa: il matron o chief nurse, identificabile spesso con una divisa blu scura anch’egli, oppure rossa. In realtà questa figura è più direttamente assimilabile a quella di dirigente di Unità Operativa Complessa o di Dipartimento, avendo in gestione, talora, più di una realtà organizzativa, come potrebbe essere un outpatients, ovvero il complesso di ambulatori afferenti ad una disciplina medica (chessò, cardiologia od urologia). E’ interessante notare come il matron non abbia responsabilità solo sulla gestione della forza lavoro infermieristica, ma ricopra anche il compito di coordinare i servizi di supporto, come il catering e – udite udite – quelli domestici di pulizia, arrivando perfino a trattenere i pagamenti da parte del Trust, in caso di gravi carenze del servizio.

Anche la sua denominazione, come si può notare, ha un gusto antico, riflesso della marcata gerarchizzazione dei ruoli della professione infermieristica in Inghilterra, in cui si opera in un ambito di autonomia e di collaborazione intra ed extraprofessionale molto ampio, ma nell’ottica di un’organigramma che, a partire dall’inquadramento contrattuale fino all’attribuzione delle responsabilità organizzative, non ammette interpretazioni o discussioni.

Le posizioni organizzative di vertice assumono infatti decisioni che ricadono, a cascata, sui ruoli inferiori, anche nei dettagli della realtà lavorativa quotidiana, come la semplice organizzazione delle pause pranzo all’interno del turno di lavoro o l’allocation, cioè la destinazione ad una determinata postazione di lavoro all’interno dell’Unità Operativa (un esempio può essere quello di una specifica bay, ovvero di una stanza con pazienti a maggiore o minore complessità assistenziale).

E’ evidente – non vi sono dubbi in merito – che in UK convivano autonomia professionale e disciplina di stampo religioso – militaresco, lascito storico dell’evoluzione della figura sui campi di battaglia, dalla guerra di Crimea alla Seconda Guerra mondiale. Ne è ulteriore dimostrazione anche la divisa, specie quella maschile, che conserva ancora oggi le spalline, come detto.

Personalmente, lo ritengo un modello a me più calzante ed in generale efficiente, purché – non è scontato – i piani di lavoro ed il sistema nel suo complesso si basino su una visione competente ed illuminata del management da parte dei ruoli apicali.