Storia del Mid Staffs scandal, il più grande scandalo della Sanità inglese. 

Un numero di morti evitabili stimato tra i 400 ed i 1.200 pazienti nell’arco di cinque anni.

Una media di indennizzi pari a 11.000 sterline per ogni paziente deceduto in seguito ad inadempienze della struttura.

5 commissioni d’inchiesta, di cui 4 parlamentari.

Oltre un milione di pagine relative agli atti d’indagine.

5 infermiere radiate dal Registro e due sospese. 

Infinite richieste di giustizia dei familiari rimaste inevase.

Questi i numeri grezzi del Mid Staffs scandal, il più grande scandalo della Sanità inglese del secondo millennio. Uno scandalo che, oltre all’enorme clamore suscitato per anni, ha portato a ridisegnare il volto dell’NHS inglese. 

Ne ho tracciato una breve storia, cercando di sintetizzare almeno quattro anni di inchieste condotte da commissioni parlamentari, che hanno scavato a fondo su eventi verificatisi nei cinque anni precedenti.  

Nel 2009 lo Stafford Hospital è un piccolo district hospital, una struttura ospedaliera distrettuale, situata nelle Midlands, regione centrale dell’Inghilterra, un’area tranquilla e nota prevalentemente per alcune aziende manifatturiere. Lo Stafford Hospital è gestito dal Mid Staffordshire NHS Trust, divenuto da solo un anno Foundation, ovvero ad amministrazione mista privata e pubblica e quindi parzialmente fuori dal controllo del Department of Health, il Ministero della Salute inglese. 

                                Un’immagine dello Stafford Hospital. 

Presso lo Stafford Hospital qualcosa non funziona come dovrebbe. Le statistiche dei pazienti deceduti superano infatti quelle che ci si attenderebbe da un ospedale distrettuale. In particolare, la morte di sette pazienti, collegata a deficit negli standard di sicurezza assistenziali, allarma nel gennaio 2008 l’Healthcare Commission (HCC), Ente governativo allora incaricato (sarà poi sostituito dal CQC, Care Quality Commission) di vigilare sugli standard di qualità e sicurezza di tutti gli ospedali NHS. 
La Commissione chiede spiegazioni ai dirigenti del Foundation Trust, sentendosi rispondere che si trattava semplicemente di “errori di codifica” nella registrazione della morte dei pazienti. 

L’Healthcare Commission non ci vede chiaro e decide di scavare più a fondo. Nello stesso periodo, Julie Bailey, la cui madre era deceduta presso la struttura nel 2007, raccoglie in breve tempo le testimonianze ed il sostegno di altri familiari di pazienti deceduti presso lo Stafford Hospital, dando così vita al movimento “Cure the NHS” e domandando una pubblica inchiesta sui casi.  

Le pressioni congiunte di ispettori ministeriali e familiari delle vittime (è il caso di dirlo) scoperchiano così in breve tempo una pentola di carenze, inadempienze, abusi verificatisi nello Stafford Hospital, che avrebbe caratterizzato le prime pagine dei giornali inglesi per anni. 

Le commissioni d’inchiesta si susseguono infatti una dopo l’altra fino al 2013, producendo una serie di rapporti che presero il nome di “Francis Report”, dal nome del parlamentare Robert Francis, che svolse un ruolo cruciale nella conduzione delle inchieste. I Francis Report si caratterizzarono come un racconto di orrori e di fallimenti assistenziali anche negli aspetti piu’ basilari: in un primo resoconto, stilato tra il 2010 ed il 2011 dopo aver ascoltato la testimonianza di oltre 164 familiari, vennero alla luce molteplici casi di pazienti lasciati per ore nelle loro urine o nei loro escrementi, altri non lavati per un mese, altri ancora costretti a bere acqua da vasi di fiori. In molti casi, cibo e bevande venivano lasciati fuori dalla portata di pazienti allettati e le chiamate per la somministrazione di farmaci antidolorifici venivano sistematicamente ignorate per lungo tempo o del tutto, lasciando i pazienti tra grida di agonia.

I familiari erano spesso costretti a contare sulle proprie forze o su quelle di altri conoscenti per nutrire i propri cari o perfino per pulire i bagni, nel timore che i terrificanti standard igienici potessero favorire l’insorgere di infezioni. Perfino all’ingresso del Pronto Soccorso (A&E), in diverse circostanze non era un triagista, ma un addetto alla reception a filtrare l’afflusso dei pazienti, alcuni dei quali in condizioni critiche. 

Di qui un numero di morti evitabili stimato tra i 400 ed i 1.200 pazienti, cifra contenuta in una bozza del report, che suscitò inzialmente enorme clamore, salvo poi essere successivamente smentita sugli stessi quotidiani inglesi, che riportarono che simili metodologie di statistica inferenziale erano da giudicarsi inattendibili.   

L’assistenza dei pazienti da parte del personale infermieristico era comunque, in generale, gravemente deficitaria non solo per la carenza di personale (il solo A&E lamentava 17 unità in meno rispetto a quelle necessarie), ma anche per la mancanza di compassione dimostrata da alcuni operatori sanitari, in particolare infermieri. Ad altri di loro, va evidenziato, i resoconti parlamentari attribuirono invece il merito di essersi prodigati al massimo, pur in condizioni estremamente difficili . 

Alcuni infermieri, dopo aver denunciato ai loro superiori il caos assistenziale e le gravi problematiche, finirono persino per subire bullismo ed intimidazioni da parte dei colleghi. 

Anche il personale medico non fu esente da mancanze, evidenziate nei report, che dimostrarono come spesso era presente un solo junior doctor (sono così definiti nel regno Unito tutti i medici che non hanno completato il loro curriculum di formazione e specializzazione) di notte per coprire Dipartimenti con numerose degenze e che ricevevano la loro formazione da infermieri esperti, piuttosto che essere supervisionati da altri medici. 

Fu proprio sugli infermieri, comunque, che la scure dell’inchiesta e del conseguente scandalo si abbatté con particolare severità, portando, come già scritto all’inizio dell’articolo, all’istituzione di indagini disciplinari per diversi di loro. I managers, che pure venivano additati nei Report come I principali responsabili del disastro assistenziale, avendo non solo fallito nella pianificazione organizzativa (nel 2006/07 tagliarono 10 milioni di sterline dal budget, nello sforzo di trasformare l’Ente in Foundation Trust), ma anche nel rispondere alle preoccupazioni degli operatori ed alle lamentele dei pazienti e delle loro famiglie, furono invece inizialmente travolti dall’ondata delle polemiche, ma in tempi successivi vennero promossi ad altri incarichi all’interno dell’NHS.

Il Presidente del Foundation Trust Toni Brisby presentò infatti le proprie dimissioni e l’amministratore delegato Martin Yeates fu sospeso, ma a stipendio pieno. Quest’ultimo, in particolare, rifiutò sempre di rispondere alle domande delle commissioni d’inchiesta, salvo poi venire nominato, nel 2012, amministratore delegato (chief executive) dell’Impact Alcohol and Addiction Services, Ente governativo incaricato delle politiche di lotta alle dipendenze. 

Sir David Nicholson (nella foto), amministratore delegato del West Midlands Strategic Health Authority, l’autorità regionale che controllava anche il Mid Staffordshire NHS Foundation Trust, venne invece promosso a capo dell’NHS England del 2011. 

Dopo un’inchiesta della Polizia protrattasi fino al 2016, comunque, non furono trovate evidenze tali da chiedere l’instaurazione di un procedimento penale per gli operatori sanitari od I managers dello Stafford Hospital. 

Il Mid Staffordshire Trust venne invece posto sotto amministrazione nel 2014, anche per effetto del deficit di bilancio che fece seguito alle inchieste ed ai risarcimenti. Il costo delle compensazioi alle famiglie dei pazienti ammonto’ infatti ad 1,1 milioni di sterline. 

Lo Stafford venne declassato a County Hospital (ospedale di contea, l’equivalente del nostro ospedale di comunità) e posto sotto l’egida di un altro Trust. 

Oggi il Mid Staffordshire NHS Foundation Trust non esiste più. 

L’eco degli eventi collegati al Mid Staffs scandal è invece ben presente nella memoria di tutti gli operatori sanitari inglesi, dei managers NHS e di tutti I cittadini, come sconvolgente lezione di malasanità, che si spera non debba mai più ripetersi.  

La vicenda ha infatti portato all’introduzione di numerosi cambiamenti nell’organizzazione dell NHS, che da allora ha iniziato ad attribuire maggiore considerazione al feedback dei pazienti e dei familiari, introducendo il “friends and family test”, ed ha reso molto piu’ restrittivi i controlli sulle strutture da parte del CQC, Care Quality Commission, dando vita ad un sistema di rating delle stesse. I budget governativi stanziati nella sanita’ sono stati inoltre potenziati, pur permanendo croniche carenze organiche su tutto il territorio nazionale. Lo scandalo ha inoltre portato alla luce il “duty of candour”, ovvero l’obbligo, da parte di un alto dirigente di una struttura ospedaliera, di fornire risposta scritta a lamentele concernenti errori che hanno originato un danno alla salute del paziente.       

Per chi volesse approfondire, esiste un archivio web ufficiale, contenente tutti i documenti relativi alle inchieste. Lo trovate qui: 

http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20150407084003/http://www.midstaffspublicinquiry.com/

The Medical Futurist: 10 modi in cui la tecnologia sta cambiando la cura della salute.

Bertalan Mesko è un genetista ungherese, docente universitario presso il Semmelweis Institut di Budapest. E’ però anche e soprattutto un appassionato di tecnologie digitali e tiene conferenze sul tema in tutto il mondo. Considero la sua pagina Facebook ed il suo sito, The Medical Futurist (trovate il sito a questo link: http://medicalfuturist.com/), i più aggiornati, completi e visionari nel mondo di Internet. La presenza sui social media, tuttavia, costituisce solo una parte del suo straordinariamente versatile e dinamico impegno di questo scienziato, nel campo delle tecnologie digitali per la cura della salute.

Bertalan Mesko scrive in inglese. Ho avuto pertanto la folle idea di inviargli un messaggio, chiedendogli il permesso di tradurre i suoi articoli in italiano. La sua risposta è stata di una semplicità disarmante: “Naturalmente, grazie“.

Nasce così, da stasera, un nuovo filone del blog: di tanto in tanto tradurrò per voi articoli tratti da The Medical Futurist, selezionandoli tra quelli che considero più interessanti.

 

hero

Inizierò con un articolo che ritengo un manifesto programmatico non solo di The Medical Futurist, ma del futuro della medicina: 10 modi in cui le tecnologie digitali stanno rivoluzionando l’healthcare, temine che a me piace tradurre con “cura della salute” piuttosto che con “assistenza sanitaria”.

Mi auguro che la lettura di questo articolo vi appassioni tanto quanto me, nonostante l’enorme sforzo prodigato (non immaginavo davvero!) per rendere molte espressioni e termini dell’inglese scientifico accettabili e comprensibili nella nostra lingua.

Cliccando il seguente link http://medicalfuturist.com/ten-ways-technology-changing-healthcare/ , potrete leggere l’articolo originale.

Siate coraggiosi, curiosi ed informati!

Avete il timore che i robots prenderanno il posto di infermieri, medici ed altri professionisti della sanità? Siete terrorizzati dall’idea che l’intelligenza artificiale controllerà il mondo entro un paio d’anni? Avete incubi di bambini ed adulti dipendenti dalla realtà virtuale, persi nel loro mondo dei sogni? Sostenere un test genetico vi incute paura, perché potrebbe rivelare il giorno della vostra morte?

Queste sono tutte mezze verità, false notizie ed altre immaginarie distopie. In altri e più eleganti termini: fatti alternativi riguardo al futuro della medicina. In ogni caso, hanno tutti una cosa in comune: la paura del posto sconosciuto chiamato futuro e di quello che potrebbe riservarci.
Tuttavia, non possiamo fermare il progresso tecnologico, non importa quanto inquietante possa al momento sembrare il futuro; prima o poi, ci renderemo conto che intere parti della nostra vita sono state trasformate attraverso svariate tecnologie digitali.
Pertanto, il nostro compito, al momento, consiste nel fronteggiare le nostre paure del futuro con coraggio; di rivolgerci alle tecnologie con mente aperta e di prepararci per il mondo che cambia con la massima conoscenza possibile.

Tecnologia ed esseri umani mano nella mano per una migliore cura della salute.

Robots-and-humans

Credo, in tutta onestà, che questa sia la sola via che ci si prospetta. La tecnologia può solo aiutare e migliorare le nostre vite, se rimaniamo sulle sue spalle e siamo sempre (almeno) due passi avanti a lei . Se seguiamo questa regola, tuttavia, la collaborazione tra esseri umani e tecnologia potrebbe dar vita a risultati straordinari.
Nella medicina e nell’assistenza sanitaria, la tecnologia digitale potrebbe aiutare a trasformare in (economicamente, n.d.T.) sostenibili sistemi sanitari che attualmente non lo sono, bilanciare il rapporto tra medici e pazienti, fornire soluzioni più economiche, più veloci e più efficaci – le tecnologie potrebbero aiutarci a vincere la battaglia contro il cancro, l’AIDS o l’Ebola – e potrebbero, più semplicemente, farci avere individui più sani in comunità più sane.
Come dice il proverbio, tuttavia, bisogna essere padroni della propria casa, quindi vale la pena iniziare “il futuro” attraverso il miglioramento della nostra salute attraverso le tecnologie digitali, così come cambiare il nostro atteggiamento verso il concetto di salute in quanto tale e verso la medicina e la cura della salute in generale.

Come si traduce tutto questo nella pratica? Vediamo dieci modi in cui la tecnologia sta trasformando la cura della salute!

1. INTELLIGENZA ARTIFICIALE.

google-deepmind-artificial-intelligence-1-512x341
Credo che l’intelligenza artificiale abbia il potenziale di ridisegnare completamente la cura della salute. I suoi algoritmi sono in grado di registrare dati medici, di elaborare piani di assistenza o di realizzare farmaci in modo più veloce di ogni soggetto presente di ogni attore della scena dei servizi sanitari. Atomwise usa supercomputers che estrapolano terapie da un database di struttre molecolari. L’anno scorso, questa start-up ha lanciato una ricerca virtuale per farmaci sicuri e già esistenti che potessero essere ridisegnati per trattare il virus Ebola. Ne hanno trovato due, indicate dall’intelligenza artificiale dell’azienda, che potrebbero ridurre in modo significativo l’infettività del virus. Immaginate quali orizzonti si prospettano per l’umanità, se i primi impieghi dell’intelligenza artificiale generano scoperte così sorprendenti!

2) REALTA’ VIRTUALE.
La realtà virtuale sta cambiando le vite di pazienti e clinici nello stesso modo. In futuro, potreste assistere ad interventi chirurgici come se steste manovrando il bisturi, oppure potreste viaggiare in Islanda o verso casa, mentre siete distesi in un letto di ospedale. Embodied labs ha creato “We are Alfred” (“Noi siamo Alfred”, n.d.T.) usando la VR (realtà virtuale, n.d.T.) per mostrare a giovani studenti di medicina che cosa significa invecchiare. Tutti possono essere un ipotetico Alfred per 7 minuti, e sperimentare che che cosa significa essere un uomo di 74 anni con difficoltà audio – visive.
L’obiettivo finale degli sviluppatori è di superare lo scollegamento tra giovani medici e pazienti anziani, dovuto all’enorme differenza di età.
Promuovere empatia tra chi presta assistenza ed i pazienti è molto più facile quando si possono vedere le cose dalla prospettiva di questi ultimi.

3) REALTA’ AUMENTATA.

31501281374_81b237b65b_b
La realtà aumentata differisce dalla realtà virtuale per due aspetti: gli utenti non perdono contatto con la realtà e mette a disposizione informazioni entro la portata visiva nel modo più veloce possibile.
Queste caratteristiche distintive candidano la realtà aumentata al ruolo di forza trainante nel futuro della medicina, sia dal lato dei prestatori di assistenza che da quello dei riceventi.
Nel caso dei professionisti sanitari, potrebbe aiutare studenti di medicina a prepararsi meglio per operazioni reali, tanto quanto rendere in grado i chirurghi di accrescere le loro capacità.
Per esempio, Medsights Tech ha sviluppato un software per studiare la fattibilità di usare realtà aumentata per creare accurate ricostruzioni tridimensionali di tumori. La complessa tecnologia di ricostruzione dell’immagine, in buona sostanza, consente ai chirurghi una visione a raggi x, ma senza alcuna esposizione a radiazioni ed in tempo reale.
Nel caso dei pazienti, la realtà aumentata potrebbe consentire ai pazienti di descrivere i loro sintomi più accuratamente od alle compagnie farmaceutiche di fornire informazioni sui farmaci in un modo più innovativo ai pazienti.

4) DISPOSITIVI DI TRACKING, INDOSSABILI E SENSORI PER LA CURA DELLA SALUTE.

fitness tracking

Dal momento che il futuro della medicina è strettamente connesso all’empowerment (potenziamento della conoscenze, n.d.T.), così come al prendersi cura, da parte degli individui, della propria salute attraverso le tecnologie, non posso trascurare dalla mia selezione health trackers (lett. tracciatori di salute, n.d.T.), indossabili e sensori.
Si tratta di straordinari dispositivi che consentono di conoscere meglio se stessi e di riprendere il controllo delle nostre vite.
Non importa se vorresti gestire meglio il tuo peso, i tuoi livelli di stress o le tue capacità cognitive o raggiungere una generale condizione di benessere ed energia, è possibile elencare un’ampia gamma di dispositivi indossabili, iniziando da Fitbit Surge per il fitness tracking, attraverso il Pebble Time, e Sleep As Android per il tracciamento del sonno, oppure la Muse headband per rafforzare la meditazione.

5) TRICORDER MEDICO.

17672180099_fd1d8fa5ae_b

Parlando di gadgets e soluzioni immediate, viene subito in mente il grande sogno di ogni professionista sanitario: quello di possedere un dispositivo onnipotente, con cui puoi diagnosticare ed analizzare ogni patologia. Si è perfino materializzato – anche se solo sullo schermo – come il medical tricorder di Star Trek. Quando il Dottor McCoy impugnava il suo tricorder a sottoponeva a scansione il paziente, il dispositivo portatile e maneggevole elencava segni vitali, altri parametri, ed effettuava una diagnosi. Era il coltellino svizzero per i medici.
Anche i prodotti atualmente disponibili (ad ese. Viatom CheckMe) sono un po’ lontani dal tricorder, ci arriveremo presto. Assisteremo a smartphones con microscopi ad alto potere di ingrandimento, per esempio, che analizzano campioni di tampone e fotografano lesioni cutanee. I sensori potrebbero individuare anomalie nel DNA, oppure anticorpi o specifiche proteine. Un naso elettronico, una sonda ultrasonica, quasi qualunque oggetto di cui oggi disponiamo potrebbe essere collegato ad uno smartphone e potenziare le sue caratteristiche. Dobbiamo essere pronti a questo!

6) SEQUENZIAMENTO DEL GENOMA.

Human_genome
L’intero Human Genome Project costa approssimativamente 2.7 billioni di dollari per il Governo degli Stati Uniti, il che rappresenta una somma di denaro follemente enorme. Specialmente se si considera che nel Gennaio del 2017 il gigante del sequenziamento del DNA Illumina ha rilevato un nuovo macchinario con il quale la compagnia si aspetta un giorno di sequenziare l’intero genoma per meno di 100 dollari. Questo significherebbe che si potrebbe avere un test genetico più economico di un generale test ematico, i cui prezzi variano da 10 a 150 dollari.
Da far scoppiare la testa!
Ed ha un potenziale enorme! Potreste arrivare a conoscere preziose informazioni riguardo la vostra sensibilità ai farmaci, a condizioni cliniche multifattoriali o monogeniche e perfino la vostra storia familiare. Ci sono inoltre molte discipline che struttano i vantaggi del sequenziamento del genoma, come la nutrigenomica, che incrocia nutrizione dietetica e genomica. Alcune compagnie come la start-up con sede in California Habit offrono diete personalizzate basate sui codici genetici. Oppure possiamo considerare la Athletigen Technology Inc., con sede in Nuova Scozia, la cui attività fonde sport e genomica, puntando a raccogliere informazioni sul DNA degli sportivi per migliorare le loro performance, la condizione fisica e la sicurezza.

7) RIVOLUZIONARE LO SVILUPPO DEI FARMACI.

CD-3-_Fighting_Counterfeit_Drugs_(8675484534)
Attualmente, il processo che porta allo sviluppo di nuovi farmaci è troppo lungo e costoso. Ci sono comunque soluzioni per migliorarlo, che variano dall’intelligenza artificiale a migliori procedure organizzative. La più rivoluzionaria è il concetto dei trials in silicio. Si tratta di simulazioni individualizzate al computer, usate nello sviluppo o nella valutazione a fini regolamentari di un farmaco, dispositivo od intervento (di promozione, miglioramento o stabilizzazione di una condizione clinica, n.d.T.). Mentre trials clinici completamente simulati non sono fattibili basandosi sulle attuali tecnologie e comprensione della biologia, il loro sviluppo potrà apportare enormi benefici agli attuali trials in vivo, e la ricerca (in questo campo, n.d.T.) prosegue. Immaginate se potessimo testare migliaia di nuovi potenziali farmaci su miliardi di pazienti virtuali in pochi minuti! Potremmo raggiungere questo stadio nel prossimo futuro.

8) NANOTECNOLOGIA.

maxresdefault
Viviamo nell’alba dell’era della nanomedicina. Credo che nanoparticelle e nanodispositivi presto fungeranno da precisi sistemi di rilascio dei farmaci, da metodi di trattamento del cancro o da minuscoli chirurghi. Ad esempio, ricercatori del Max Planck Institute hanno condotto esperimenti con robots eccezionalmente microscopici – più piccoli di un millimetro – che letteralmente navigano attraverso i fluidi corporei e potrebbero essere usati per rilasciare farmaci od altri trattamenti medici in un modo altamente calibrato. Questi microbots, simili a pettini, sono designati per nuotare attraverso fluidi non newtoniani, come la vostra circolazione sanguigna, oppure attraverso il sistema linfatico, oppure sui fluidi scivolosi presenti sulla superficie dei vostri globi oculari.

9) ROBOTICA.

robot-1695653_960_720
Uno dei settori più eccitanti ed in rapida crescita nella cura della salute è la robotica: gli sviluppi variano da robot assistenti a robot chirurghi fino alla farmabotica, ai robot disinfettanti od agli esoscheletri. Con l’aiuto di questi dispositivi persone paralizzate possono camminare, oppure si possono riabilitare pazienti con ictus o danni alla spina dorsale. Possono aumentare la forza, in modo da consentire ad un infermiere di sollevare un paziente anziano.
Alcuni robots assistenti possono fungere da partner sociale, in modo da alleviare la solitudine o trattare disturbi psichiatrici.
I robots Jibo, Pepper, Paro e Buddy sono tutti esempi esistenti. Alcuni di loro hanno anche sensori tattili, telecamere e microfoni.
Pertanto, i loro proprietari possono ingaggiare conversazioni con loro, chiedere loro di trovare un grande concerto per quella serata o semplicemente venire ricordato di assumere i farmaci.

10) STAMPA IN 3D.

3Dprinting_2
La lista degli oggetti stampati con successo in 3D dimostra il potenziale che questa disciplina offre per il futuro della medicina. Si può scoprire che ci sono almeno 12 (!) modi in cui le stampanti 3D possono essere utilizzate nella cura della salute, spaziando dalla stampa dei tessuti con vasi sanguigni, fino alle ossa ed alla pelle sintetica. Si possono già trovare stampanti 3D in ogni angolo del mondo. Not Impossible Labs, con sede a Venice, California, ha portato stampanti 3D in Sudan, dove il caos della guerra ha lasciato molte persone con arti amputati.
Il fondatore dell’organizzazione, Mick Ebeling, ha formato gente del posto, insegnando loro come adoperare i macchinari, creare arti a misura del paziente e ad adattare (ai loro corpi, n.d.T.) queste nuove protesi, veramente economiche.

Cibo per la mente.

Viviamo davvero tempi rivoluzionari per la cura della salute. Siate quindi coraggiosi curiosi e raccogliete informazioni (per esempio qui https://leanpub.com/themostexcitingnewsfromdigitalhealth , riguardo agli ultimi sviluppi, così da avere un quadro più chiaro di dove ci stiamo dirigendo nel 2017).

Translation/traduzione: courtesy of The Medical Futurist.

 

Un’infermiera inglese in prima linea nella lotta contro i ciarlatani e le informazioni ingannevoli sul cancro.

Le informazioni menzognere su patologie e trattamenti, sostenute da ciarlatani paladini di pseudoscienze, spesso dilagano su Internet a macchia d’olio. Per contrastarle, bisogna combatterle sul loro stesso terreno, ovvero online, con il contributo decisivo dei professionisti della sanità.

Il Macmillan Cancer Support, la charity (associazione di beneficenza) più famosa nel Regno Unito per la lotta contro il cancro, ha di recente designato un’infermiera, Ellen McPake, per il ruolo di specialista della comunicazione digitale, incaricandola di fornire informazioni e riferimenti attendibili ai pazienti che cercano risposte alla loro diagnosi di cancro.

Potrebbe essere questa la soluzione del futuro? 

Quella che segue è una libera traduzione dell’articolo pubblicato sulla versione online della rivista del sindacato RCN, Nursing Standard, ma al termine ho riportato il link all’articolo originale, per chi volesse leggerlo anche in inglese. 

La Macmillan ammonisce i pazienti riguardo false informazioni ed ingannevoli cure contro il cancro presenti online. 

Una charity attiva nella lotta contro il cancro ha creato un ruolo di infermiere specialista della comunicazione digitale, per aiutare a combattere false informazioni, nonché diagnosi contro il cancro e cure inaffidabili ottenute online.

Ellen McPake, un’infermiera specialista in oncologia con più di 35 anni di esperienza, ha iniziato ad Agosto il nuovo ruolo presso la Macmillan Cancer Support. La sua attività consiste specificamente nel rispondere online a domande di pazienti affetti da cancro, sulle piattaforme di social media della Macmillan e sulla sua community online. 

La charity è preoccupata che alcuni pazienti vadano via dagli appuntamenti senza le informazioni di cui hanno bisogno e che si rechino su siti inaffidabili, che potrebbero lasciarli inutilmente spaventati o metterli a rischio di provare cure ingannevoli. 

Cure di ciarlatani.

Ms McPake ha fornito un esempio del risultato della ricerca “cure per il cancro” online, che restituisce pagine di informazioni relative all’assunzione di bicarbonato di sodio. 

Ha poi affermato: “C’è un sacco di cattiva informazione lì fuori. Stiamo provando a dire di di essere consapevoli che non tutto quello che si trova online è necessariamente vero. 

Dal momento che sempre più persone cercano informazioni riguardo al loro cancro online, vogliamo che sappiano che charities come la Macmillan sono disponibili a fornire consigli attendibili sulla loro salute. 

Io sono online per far sì che le persone affette da cancro disoongano di una vera persona a cui fare riferimento online per informazioni riguardo ai sintomi, alla diagnosi di cancro ed al trattamento”. 

I risultati della ricerca.

Una ricerca condotta dalla Macmillan ha scoperto che:

  • Oltre due quinti dei pazienti con cancro cercano informazioni riguardo la loro diagnosi online;
  • Di questi, 1 su 8 ha affermato che si recavano online perché non avevano capito ciò che gli era stato riferito riguardo alla loro patologia;
  • Circa 60.000 Britannici con cancro hanno pensato che sarebbero morti dopo aver cercato informazioni online riguardo la loro patologia. 

Mondo digitale.

Ms McPake, che ha precedentemente lavorato per la linea di supporto telefonico della Macmillan, ha già tenuto alcune sessioni di domande e risposte su Facebook.

“Le persone hanno reagito molto positivamente. La prima sessione ha avuto oltre 50.000 visualizzazioni e molte condivisioni e commenti positivi. Il mondo digitale si sta espandendo e sempre più persone stanno cercando nuovi modi per connettersi e trovare risposte”.

Il joint chief medical officer (equivalente del Direttore Sanitario, n.d.A.) del Macmillan, Jane Maher, ha affermato: “È completamente naturale che le persone vogliano cercare su Google la loro diagnosi, quando viene loro comunicata la diagnosi di cancro. Ma con innumerevoli statistiche non verificate, notizie fasulle e storie terrificanti su Internet,  finire sul sito sbagliato può essere realmente preoccupante”.

Trattamenti consolidati.

Questo può lasciare le persone a far dipendere le proprie speranze da pericolose cure di ciarlatani, od a sottostimare il beneficio di trattamenti consolidati. La charity sta inoltre prevedendo che i professionisti sanitari ricevano maggiore formazione su quale informazione digitale sia disponibile,  in modo da indirizzare i pazienti su siti verificati. 

La Professoressa Maher ha aggiunto: “Quando qualcuno apprende di avere il cancro, è realmente importante che i professionisti sanitari spieghino ai pazienti in modo esauriente il significato della loro diagnosi ed il supporto disponibile. Devono inoltre essere in grado di indirizzare i pazienti su risorse online verificate, così da non lasciarli esposti ad informazioni scorrette od ingannevoli”.

https://rcni.com/primary-health-care/newsroom/news/macmillan-warns-patients-about-false-information-and-fake-cancer-cures-online-121671?utm_source=Adestra

Mi sono ammalato in Inghilterra! Piccola guida per turisti e residenti.

Che si decida di andare in vacanza in Inghilterra o di viverci (e lavorarci) stabilmente, bisogna sempre considerare che l’imprevisto può capitare e che, per un improvviso malessere o per un incidente, ci si debba recare dal medico o, più frequentemente, presso un Pronto Soccorso (A&E) inglese.

3192423_bbd20585

In quanto cittadini italiani e dell’Unione Europea, non dobbiamo temere che, al momento della dimissione, ci venga presentato il conto da pagare: la tessera sanitaria e, sul retro della stessa, la Tessera Europea di Assicurazione Medica (TEAM o, in inglese, EHIC, European Health Insurance Card) ci garantiscono una copertura totale.

Una buona ragione per portarvela sempre con voi nel portafoglio.

Chi paga per noi? Mamma Italia (e lo zio Servizio Sanitario Nazionale), naturalmente! Tra gli Stati membri dell’Unione Europea (e la Svizzera), vige infatti un regime di reciproco riconoscimento dei servizi sanitari offerti agli stranieri che non sono residenti, ma sono al tempo stesso cittadini delle Nazioni facenti parte dell’Unione medesima.

Pertanto, così come l’Italia rimborserà l’Inghilterra per una prestazione effettuata ad un vacanziere a Londra, lo stesso (al contrario) avverrà se un turista di Sua Maestà dovesse ammalarsi a Roma.

Tale regime trova applicazione, con alcune variazioni, anche ai residenti in Inghilterra, a condizione che ci si sia iscritti all’AIRE, il Registro degli Italiani all’estero.

Invece di criticare in modo distruttivo le istituzioni che ci governano e la sanità in particolare, pensiamo perciò, almeno ogni tanto, a quale straordinaria conquista di civiltà rappresentino ed a quanto dobbiamo quotidianamente combattere per preservarle e migliorarle.

Soprattutto dopo che, dal 23 Ottobre 2017, alcune disposizioni sul trattamento dei pazienti stranieri sono state modificate, per cui, anche nei casi di urgenza, con riguardo ai pazienti “overseas” extracomunitari, sia il personale amministrativo che quello clinico NHS sono tenuti ad “operare il massimo sforzo“, per ottenere il pagamento anticipato della prestazione sanitaria, salvo che l’urgenza non sia ulteriormente differibile.

L’NHS, così come il nostro SSN, sono infatti servizi sanitari pubblici e generalmente gratuiti, ma tale regola non è sempre applicabile a tutti. La normativa è molto articolata e complessa e contenuta in un documento ufficiale, aggiornato periodicamente dal Department of Health (il Ministero della Sanità inglese), denominato “Guidance on implementing the overseas visitor charging regulations“.

Per chi volesse approfondirne la lettura (non credo che saranno molti gli entusiasti), lo potete trovare e scaricare gratuitamente a questo link ufficiale: https://www.gov.uk/government/publications/guidance-on-overseas-visitors-hospital-charging-regulations

Mi sono preso la briga di leggerlo ed esaminarlo nella parte che ci interessa più da vicino, in quanto cittadini italiani; per rendere la lettura più digeribile, ho diviso questa piccola guida in due sezioni: la prima riguarda i turisti, la seconda i cittadini italiani residenti in UK.

Breve avvertenza: farò sempre riferimento all’Unione Europea, ma le normative che trattero’ in seguito riguardano anche i cittadini di altri Paesi, come l’Islanda e la Norvegia.

1. TURISTI ITALIANI IN VACANZA NEL REGNO UNITO.

Come già accennato in precedenza, una condizione fondamentale per recarvi in Pronto Soccorso a cuor leggero (per l’aspetto relativo al pagamento, non per la vostra condizione di salute!) è che portiate con voi e che mostrate al personale addetto all’accoglienza, in genere un receptionist, la Tessera Sanitaria Europea. Se ciò, malauguratamente, non avvenisse, sappiate che vi verrà presentata la fattura dei servizi erogati, che sarete tenuti a pagare immediatamente, salvo poi la possibilità di chiedere il rimborso allo Stato italiano, a meno che non siate “ordinariamente residenti” in UK.

Al di là di questa eventualità, tutti i trattamenti sanitari necessari fino alla data del ritorno sono gratuiti, compresi quelli di maternità prenatali e postnatali e la dialisi. Qualora il paziente-visitatore fosse in una condizione di instabilità clinica che ne possa compromettere la sopravvivenza, l’NHS garantisce comunque l’assistenza ed i trattamenti necessari fino alla completa stabilizzazione.

I trattamenti gratuiti non comprendono però i “dental fees”, ovvero alcune prestazioni odontoiatriche, e soprattutto le prescrizioni dei farmaci. Per tutti questi ultimi, in particolare, si applica l’NHS Charge, ovvero la tariffa unificata che, dal 1 Aprile 2018, è 8.80£ (si tratta però di una cifra che viene aggiornata a rivalutata annualmente) per tutti i farmaci, nessuno escluso: alcuni dei più popolari, come l’ibuprofene od il paracetamolo, potranno quindi essere preferenzialmente acquistati “OTC/over the counter”, vale a dire in una farmacia, come quelle della famosa catena Boots, dove costano molto, ma molto meno.

Per quanto riguarda i trattamenti pianificati, come gli interventi chirurgici non urgenti, esistono invece altre regolamentazioni. La prima è quella contemplata dalla Direttiva 2011/24/UE, per cui si potrà esercitare il diritto di ottenere la prestazione sanitaria in un altro Paese dell’Unione Europea, presso un soggetto pubblico o privato, senza chiedere l’autorizzazione allo Stato di appartenenza, ma sostenendone i costi e poi chiedendo il rimborso al Paese di origine.

Altre soluzioni solo quelle previste dalla S1 ed S2 “Route” (percorso), nei quali il cittadino dell’Unione Europea che voglia ottenere la prestazione sanitaria in UK (od in altro Paese dell’Unione) detiene uno dei due moduli, denominati appunto S1 ed S2.

Quest’ultimo è frutto di un accordo, quindi di un’autorizzazione preliminare, tra il Regno Unito e lo Stato di appartenenza del richiedente il trattamento, che si accollerà quindi tutte le relative spese. L’accordo prevede anche consultazioni preliminari con la struttura nella quale si intende ricevere il trattamento richiesto (ad esempio, un trapianto d’organo); affinché il trattamento sia coperto dallo Stato di appartenenza, tuttavia, è necessario che la struttura sia pubblica. All’arrivo, il paziente dovrà inoltre esibire il modulo S2, altrimenti saranno garantiti solo i trattamenti necessari, mentre quelli programmati resteranno interamente a pagamento.

Il modulo S1 trova invece applicazione ai pensionati britannici residenti fuori dai confini, ai lavoratori inglesi distaccati dal proprio datore di lavoro presso un altro Paese dell’Unione Europea (e viceversa), nonché a partner e figli di lavoratori distaccati in UK, quindi ad una minoranza di casi, nei quali, comunque, viene garantita una copertura anche di tutte le prestazioni sanitarie programmate.

2. I CITTADINI ITALIANI RESIDENTI NEL REGNO UNITO.

Se decidete di emigrare, sappiate che, se volete evitare inutili complicazioni, dovete essere diligenti e rispettare le normative di due Nazioni: Italia e Gran Bretagna.

In primo luogo, i cittadini italiani residenti all’estero devono contemporaneamente registrarsi all’NHS (recandosi da un GP, come vedremo tra un attimo) ed iscriversi all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero. Quest’ultimo è un obbligo previsto dalla legge che deve essere assolto entro 90 giorni dall’insediamento in un qualunque Paese estero, pena (parecchie) complicazioni dal punto di vista fiscale, in cui potrete incorrere anche a distanza di anni, essendo soggetti – nel caso non siate residenti – alla tassazione da parte di entrambi i Paesi.

L’iscrizione all’AIRE vi priverà del diritto di ricevere trattamenti sanitari non urgenti in Italia e vi cancellerà automaticamente dalle liste del vostro medico di famiglia, in quanto potrete esercitare il medesimo diritto in Inghilterra: andate dunque dal GP (General Practitioner) più vicino o comunque di vostra preferenza e registratevi. In caso contrario, potrete accedere solo alle cure dell’A&E o di un Urgent Care Service con servizio di walk-in, in pratica una sorta di punto di Primo Soccorso, in cui non è richiesta la registrazione.

Vivere e lavorare in UK, ovvero – secondo la normativa – essere ordinariamente residenti in questo Paese non vi esime, anche in questo caso, dal pagamento dei farmaci o delle prestazioni odontoiatriche, ma vi esonera dal pagamento dei servizi “planned” e di “secondary care”, ovvero quelli programmati e non urgenti, come, per esempio, le visite di follow-up dopo un trattamento effettuato in regime di urgenza.

L’obbligo di iscrizione all’Aire comporterà però la perdita di validità della TEAM e la necessità di richiedere una Tessera sanitaria europea inglese, (EHIC) attraverso una semplice domanda online (occorrono in genere dieci giorni lavorativi per vedersi recapitare la tessera), al seguente link: https://www.nhs.uk/using-the-nhs/healthcare-abroad/apply-for-a-free-ehic-european-health-insurance-card/

Il concetto di ordinaria residenza è determinante, ma piuttosto indefinito nei suoi contorni. In altri termini, è piuttosto generico e può essere soggetto a verifiche da parte degli organi competenti caso per caso, tuttavia, in linea generale, si può considerare ordinariamente residente un cittadino straniero che viva legalmente e volontariamente in Inghilterra e che abbia organizzato la sua vita in modo stabile in questo Paese. Si considera normalmente, ma non necessariamente, un residente ordinario in UK chiunque vi trascorra un periodo di almeno sei mesi l’anno, ma un cittadino dell’Unione Europea potrebbe benissimo essere considerato tale sin dal primo giorno.

La qualifica precedentemente descritta si estende anche ai figli che non vivano nel Regno Unito, a condizione che venga dimostrato che vivono abitualmente con entrambi i genitori, ma non ai partner/coniugi, che avranno invece diritto solo alle prestazioni sanitarie necessarie.

Spero che queste informazioni vi possano essere utili, ma il mio augurio è che non vi debbano mai servire davvero!

La scatola finlandese: un miracolo del welfare, un grande mistero dell’epidemiologia.

Alla nascita di un bambino, è normale attendersi che il piccolo riceva tante attenzioni e soprattutto tanti regali da parenti e amici della famiglia: vestitini, coperte, tovaglioli, biberon, mille oggetti destinati alle amorevoli cure quotidiane.

Esistono, tuttavia, anche tanti neonati che, appena venuti al mondo, devono affrontare, loro malgrado, enormi difficoltà, di salute o socio-economiche, legate alla povertà delle loro famiglie.

La Finlandia, oggi uno dei Paesi col tenore di vita più alto del mondo, in virtù delle sue decennali politiche di welfare, cioè di ridistribuzione delle risorse pubbliche a sostegno dei più svantaggiati, nel 1938 era una Nazione povera e con un tasso di mortalità infantile molto elevato: 65 bambini ogni 1000 nati.

L’imminente guerra, che vide coinvolta anche la stessa Finlandia contro l’Unione Sovietica, non avrebbe potuto far altro che peggiorare la situazione.

59a3cab32684d4de549a897c63ed929d

Piccoli profughi finlandesi in fuga dalla guerra verso la confinante Svezia nel 1939.

Nel 1938, tuttavia, il Governo finlandese decise di regalare un “pacchetto maternità” a tutte le neomamme, racchiuso dentro una scatola di cartone: il dono aveva l’obiettivo di garantire alle famiglie con un basso reddito condizioni di assistenza ai loro bambini uguali a quelli delle coppie più benestanti. La scatola conteneva vestiti, una sleeping bag, ovvero un sacco a pelo, lenzuola ed un materasso sottile che, insieme alle quattro pareti della scatola, avrebbe costituito la prima culla del bambino.

Il regalo veniva però elargito, tramite servizio postale, a condizione però che le gestanti, entro il quarto mese di gravidanza, si recassero da un medico o presso una “pre-natal clinic”, un ambulatorio di maternità. Elemento essenziale, indubbiamente, per estendere a tutta la popolazione essenziali screening prenatali.

In alternativa alla baby box, il Governo poteva versare una somma di denaro, che nel tempo è stata adeguata al tasso di inflazione ed oggi ammonta a circa 140 Euro, ma una schiacciante percentuale, che ancora oggi si attesta al 95%, delle mamme, ha sempre optato per la scatola, cui venne attribuita, già dall’inizio, un valore assai superiore.

L’idea fu straordinariamente vincente ed efficace, tanto che, nel 1949, il dono della baby box venne estesa – udite udite! – a tutte le neomamme, anche quelle più agiate.

Nei decenni, il Sistema Sanitario finlandese ha conosciuto numerose riorganizzazioni e le condizioni socio-economiche dei cittadini sono sensibilmente migliorate, ma la baby box ha continuato ad essere richiesta e distribuita, ricevendo anzi una serie di aggiornamenti e divenendo, nel tempo, parte integrante della tradizione popolare.

Ad oggi, la scatola contiene decine di oggetti, comprendendo, oltre alle lenzuola, coperte e vestiti, anche pannolini riusabili, biberon, asciugamani e prodotti per la toilette, creme, fino a prodotti specifici per le mamme ed i papà, come i tiralatte e persino i condom.

maternity package 2

I contenuti tipici di una Finnish box.

In particolar modo a partire dal dopoguerra, la “scatola di cartone” ha contribuito al crollo del tasso di mortalità infantile nel Paese scandinavo, portandolo a valori inferiori al 5 mille, uno dei migliori al mondo, come evidenziato da questo grafico ufficiale, tratto dall’istituto nazionale di statistica finlandese:

ksyyt_2010_2011-12-16_kat_007_en_001

Le idee vincenti, ovviamente, trovano proseliti. Negli ultimi anni, infatti, la tradizione della baby box è stata adottata dal Canada, dal Sudafrica, dall’India, da alcuni Stati USA, come il New Jersey, e nel Regno Unito. Gli ospedali londinesi di Chelsea and Westminster ed il Queen Charlotte’s sono stati infatti, nel 2016, i capofila di una sperimentazione, nell’ambito dell’NHS, che in breve tempo ha portato alla introduzione in via permanente del maternity package a tutte le mamme disagiate in molti Trusts dell’Inghilterra e, a partire dall’agosto di quest’anno, anche in Scozia.

Ma perché la Finnish box contribuirebbe ad abbattere il tasso di mortalità infantile? Non solo, la baby box è stata anche collegata alla riduzione della SIDS, Sudden Infant Death Syndrome o sindrome della morte improvvisa del lattante, che in Gran Bretagna registra ancora 300 casi all’anno ed in Italia circa 250.

Benché vi siano studi che dimostrano come vi sia un rapporto inversamente proporzionale tra tasso di mortalità infantile e condizioni socio-economiche, non ho trovato, al contrario, ricerche che spiegassero il rapporto tra l’adozione della scatola e la riduzione del suddetto tasso e dei casi di SIDS in particolare. in altre parole, la Finnish box è un miracolo del welfare, ma anche un mistero per l’epidemiologia.

D’accordo, non esageriamo.

I fenomeni sociali spesso trovano spiegazione in diverse concause, mentre, per quanto riguarda la morte del lattante, alcune ricerche associano una parte di questi infausti eventi all’abitudine di alcuni genitori di far dormire il neonato insieme a loro nel letto matrimoniale – abitudine che, ovviamente, la scatole di cartone permetterebbe di evitare.

16566386297_034d16a4fa_b

Mancando, tuttavia, evidenze scientifiche relative all’efficacia della scatola, di recente una charity, ovvero una Onlus inglese, il Lullaby Trust, ha messo in guardia da un utilizzo improprio della scatola, sostenendo che la culla è il posto più sicuro dove un bambino possa dormire e che, se proprio si voglia adottare una scatola di cartone, devono essere seguite alcune indicazioni, quali:

  • Utilizzare solo la scatola per i pisolini diurni e far dormire il bambino in una culla o vicino al letto dei genitori durante la notte;
  • Non utilizzare la scatola una volta che il bambino è in grado di rotolare;
  • Non mettere più materassini in cima al primo, per alzare il bambino fino ad un livello superiore;
  • Assicurarsi che la scatola sia posizionata su una superficie solida e non possa rovesciarsi;
  • Non utilizzare la scatola se si bagna o sporca;
  • Non mettere la scatola su un pavimento freddo;
  • Tenere gli animali domestici lontani dalla scatola;
  • Non lasciare il bambino incustodito o fuori controllo;
  • Non sollevare o portare la scatola intorno alla casa se il bambino è dentro di essa;
  • Non mettere il coperchio sulla scatola se il bambino è dentro di essa;
  • Assicurarsi di rispettare tutte le istruzioni relative all’età ed al peso massimi.

Non nascondo, tuttavia, che l’idea della “scatola finlandese” mi ha affascinato fin da quando ne sono venuto a conoscenza. Ho da pochissimo saputo che l’idea è stata importata anche in Italia, sotto il nome di “valigia maternità” nell’ambito del Programma 1000 giorni, in alcuni ospedali aderenti di Napoli e Roma. Il progetto è stato sviluppato dall’associazione Pianoterra Onlus, in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri, ma ne accoglierei con entusiasmo l’estensione a tutto il SSN.

Due Paesi, stessa Sanità, stessi problemi.

L’NHS ed il nostro SSN, per chi ancora non lo sapesse, sono due sistemi sanitari identici, benché nati a 30 anni di distanza: quello italiano è stato letteralmente copiato dal modello inglese ed è ancora oggi identico nell’organizzazione e nei principi, un po’ meno per quanto riguarda gli esiti delle prestazioni.

L’NHS conta inoltre più del doppio dei dipendenti del SSN (oltre 1.500.000), che lo rendono la terza organizzazione pubblica più grande al mondo, dopo l’Esercito di liberazione popolare cinese e le Ferrovie indiane.

Logico, dunque, presupporre che i due sistemi presentino gli stessi difetti.

Alcune trafiletti di giornale pubblicati negli ultimi giorni confermano quest’ultima affermazione. Tre di questi, in particolare, hanno catturato la mia attenzione.

Ve ne parlo di seguito.

1. IL DEMANSIONAMENTO ESISTE ANCHE IN INGHILTERRA. 

Leicester_infirmary

Il Leicester Royal Infirmary è un Trust situato nell’omonima cittadina, divenuta famosa per la vittoria della Premier League da parte della sua squadra di calcio nel 2016, che contra oltre 500 vacanze organiche tra gli infermieri. Dovendo fronteggiare una situazione di emergenza, gli infermieri sono costretti anche a pulire i bed spaces, ovvero i posti letto, e servire tè ai pazienti. Competenze che, ovviamente, potrebbero essere delegate ad altre figure, come ammesso dal chief nurse, ovvero il Dirigente infermieristico del Trust, Julie Smith. Le carenze sono state accentuate dal Brexit, che ha creato una situazione di incertezza nel personale europeo, tanto da spingere via più della metà degli oltre 450 infermieri comunitari impiegati nella struttura.

Una procedura di recruitment ha individuato già 200 infermieri filippini ed indiani disponibili ad essere assunti, ma il loro processo di inserimento deve essere ancora completato, non incontrando ancora i requisiti linguistici richiesti dall’NMC per esercitare la professione infermieristica.

La soluzione a tutto questo? Il Governo si sta muovendo su più fronti, come incentivare l’iscrizione di oltre 5000 studenti nelle Università inglesi (è chiaro, però, che bisognerà attendere anni prima che gli stessi siano pienamente operativi) e attraverso l’introduzione di una nuova figura di supporto, il nursing associate, i cui compiti e limiti, però, devono essere ancora pienamente delineati.

Un’altra soluzione potrebbe consistere nel coprire le carenze di infermieri con…fisioterapisti e farmacisti, come proposto – forse provocatoriamente – dalla stessa Smith.

2. OPERATORI SANITARI DI SUPPORTO INQUADRATI COME NURSES? FACCIAMO CHIAREZZA!

Uno studio del mese scorso, condotto dalla South Bank University di Londra, ha rivelato che, su un campione di oltre 8.000 dipendenti NHS intervistati, circa 300 (il 4%) di loro era inquadrato e si presentava ai pazienti con il titolo di nurses, addirittura – in alcuni casi – di advanced nurse, pur non essendo abilitati ed iscritti al registro NMC, ma essendo esclusivamente operatori di supporto, quali HCA, technician o nursing associate.

Benché una tale condotta non costituisca, in genere, reato – non esiste un copyright, ovvero un diritto d’autore, in merito alla qualifica di nurse, e le distinzioni di ruoli nel Regno Unito sono molto più fluide, tanto che gli HCA ed i technician possono essere abilitati ai prelievi ematici, ad esempio –  la chief executive dell’NMC Jackie Smith, alla luce dello studio, ha invitato gli alti dirigenti NHS a fare chiarezza, poiché una eccessiva confusione di ruoli può seriamente minare la credibilità e la fiducia dei pazienti verso la categoria infermieristica, mentre il Professor Leary, autore dello studio, ha proposto che la qualifica di “nurse” trovi protezione giuridica, così come già avviene negli USA ed in Australia.

3. BASTA ALLE AGGRESSIONI CONTRO I DIPENDENTI NHS!

aggressionestrutturesanitarie-visiconsult-pos-psc-dvr-231-etica-qualita-sicurezzasullavoro-ambiente-iso-uni-certificazione-9001-27000-18001-14001-milano-brescia-bergamo-sondrio-rimini-va

Il fenomeno della violenza contro il personale sanitario – non solo nei confronti dei paramedics impiegati nelle ambulanze e degli addetti ai Pronto Soccorso – ha conosciuto una rapida escalation anche in Gran Bretagna, toccando il picco di 70.000 casi nel periodo 2015-2016. Un sondaggio condotto dall’RCN su 6.000 dipendenti NHS ha rivelato che il 28% di loro aveva subito violenze fisiche negli ultimi 12 mesi.

Nel tentativo di arginare il fenomeno, la Met Police, la Polizia londinese, ha istituito presidi permanenti presso 4 grandi Trusts della capitale, mentre in quasi tutti opera personale di security.

In Scozia, l’aggressione al personale NHS costituisce dal 2005 un reato specifico, punibile fino a 12 mesi di reclusione e 10.000 sterline di multa. Attraverso una petizione online, il presentatore radiofonico dell’emittente LBC Nick Ferrari (di chiare origini italiane) ha lanciato da circa un anno una petizione volta ad estendere le medesime sanzioni in tutto il Regno Unito, raccogliendo oltre 100.000 adesioni.

E’ di questi giorni la notizia che alcuni rappresentanti dell’RCN hanno iniziato un’azione di lobby, cioè di pressione, attraverso incontri e richieste ad alcuni parlamentari, per discutere l’approvazione della legge che istituirebbe il reato anche in Inghilterra, Galles ed Irlanda del Nord.

Ma quanto guadagna davvero un infermiere inglese? Piccola guida agli stipendi degli infermieri NHS.

Il bello dell’Inghilterra è che, quando si vogliono trovare dati e statistiche ufficiali relativi alla Pubblica Amministrazione, non serve effettuare ricerche complesse: bastano pochi minuti online ed una adeguata conoscenza dell’inglese.

E’ tutto liberamente consultabile e spesso anche liberamente scaricabile.

L’immenso vantaggio che ne deriva è che non vi è molto spazio all’immaginazione od alle supposizioni.

Da lungo tempo mi capita di leggere cifre contrastanti e spesso esorbitanti sui guadagni degli infermieri inglesi. Ho creduto, pertanto, che fosse utile fare un po’ di chiarezza in materia attingendo proprio dalle statistiche ufficiali ed aggiornate dell’NHS, in modo da orientare chi fosse intenzionato a partire ora per il Regno Unito o non fosse ancora abituato a comprendere le bande ed i livelli salariali degli infermieri inglesi.

La mia, pertanto, sarà una piccola, ma il più possibile pratica ed esaustiva guida.

Per inciso, consentitemi una polemica, richiamando l’introduzione: provate a fare la stessa cosa digitando parole come “stipendio infermieri italiani” e fatemi sapere poi quanto tempo ci mettete a trovare le informazioni che vi occorrono.

Le retribuzioni, nell’NHS, sono organizzate in pay scales, livelli salariali, applicabili ad ogni categoria professionale, medici ed infermieri inclusi.

money-1632055_960_720

Per questi ultimi, le trovate a questo link, tratto dal sito del principale sindacato, l’RCN (Royal College of Nursing): https://www.rcn.org.uk/employment-and-pay/nhs-pay-scales-2017-18

Per comprendere un po’ meglio la loro impostazione, bisogna partire da un presupposto: gli stipendi non sono identici in tutta la Gran Bretagna, toccando – a parità di banda e di anzianità di servizio – i loro livelli minimi nell’Irlanda del Nord e quelli massimi in Scozia. La differenza è attestabile in 400-500 sterline annue.

Va poi aggiunto che la strutturazione delle pay scales avviene per bands, bande o scalini salariali, che corrispondono anche ai diversi “scatti di carriera” previsti per gli infermieri inglesi.

Per intenderci, laddove un HCA (Health Care Assistant), l’operatore di supporto, è inquadrato generalmente nel band 3, la nuova figura del Nursing Associate, paragonabile al nostro “Oss specializzato” (con formazione complementare) rientrerà nel band 4. Un infermiere neoassunto sarà inserito nel band 5; l’infermiere senior o specialist potrà essere un band 6 o 7, un matron (figura superiore al nostro Coordinatore di Unità Operativa ed assimilabile ad un Coordinatore infermieristico dipartimentale) sarà un band 8, mentre un Dirigente infermieristico del Trust potrà essere un band 9, il livello massimo.

All’interno di ogni band sono poi previsti incrementi retributivi annui di circa 1000 sterline (pounds), legati dunque all’anzianità di servizio.

E’ su questi scatti che si sono imperniate le recenti proteste della famiglia infermieristica inglese, capitanate dall’RCN: dal 2010, infatti, il Governo aveva imposto a tutti i dipendenti pubblici, compresi quindi gli infermieri, un tetto dell’1% all’incremento annuo degli stipendi, causando pertanto perdite, in termini reali, quantificate nel 15% in 7 anni.

E’ di tre giorni fa, tuttavia, la dichiarazione da parte del Segretario di Stato alla Salute, Jeremy Hunt, che il tetto è stato finalmente rimosso: vedremo, pertanto, a quanto si attesterà il prossimo incremento.

Soddisfatte queste premesse, vorrei rispondere alla fatidica domanda: se mi trasferisco nel Regno Unito (consideriamo da ora in poi, per comodità, solo l’Inghilterra, escludendo Scozia, Galles ed Irlanda del Nord) quanto guadagnerò?

Alla questione non vi è una risposta univoca.

In primo luogo, comprovare, a seguito dell’assunzione, di aver svolto esperienza lavorativa in Italia, comporterà l’inserimento in un livello salariale adeguato agli anni di lavoro maturati: se un neolaureato, pertanto, guadagnerà poco più di 22.000 sterline nel suo primo anno di assunzione (11 sterline orarie), un infermiere che abbia già maturato 4 anni di lavoro in Italia verrà inquadrato come band 5, ma arriverà a guadagnare immediatamente oltre 25.000 sterline annue, più di 13 orarie.

Per estrapolare il guadagno (lordo!) mensile, le cifre qui indicate devono essere poi necessariamente divise per 12, non esistendo, in Gran Bretagna, gli istituti della tredicesima e quattordicesima. Ecco, allora, che per il giovane neolaureato di prima la busta paga mensile si aggirerà sulle 2.200 sterline lorde, da cui andranno detratti i contributi pensionistici e le imposte, pari a circa 600-700 pounds.

Calma. Non c’è nessun trucco, nessuna delusione.

Si tratta, infatti, di una paga base, che non considera le maggiorazioni per l’attività svolta nel weekend, nei giorni festivi (Bank Holidays) e notturna, ovvero le unsocial hours, le ore – letteralmente – sottratte alla socialità (famiglia ed amici).

Chi lavora nella realtà metropolitana di Londra, inoltre, conosce un’ulteriore retribuzione (denominata High Cost Area supplement), che compensa il maggior costo della vita nella metropoli ed ammonta a circa 450 sterline.

Prendendo a prestito una metafora dai giochi di carte, un’ulteriore “briscola” sta nel ricevere un’altra maggiorazione in caso di overtime, ovvero di sforamento del tetto di 150 ore mensili previsto contrattualmente.

Un discorso a parte merita sicuramente la prestazione di lavoro straordinario, anche in regime di Bank attraverso società interinali, le agencies: come ho già scritto in altri articoli del blog, la regolamentazione e le retribuzioni di questa attività sono completamente diverse, variando, per un turno diurno ed infrasettimanale, dalle 18 fino alle 22-23 sterline lorde orarie, a seconda dell’Agency per cui si svolgono le proprie prestazioni.

Anche un infermiere assunto come dipendente a tempo indeterminato presso un Trust NHS può lavorare in regime di Bank nella propria Unità Operativa, in una diversa all’interno dello stesso Trust, per un Trust differente o persino nel settore privato: non vi sono limiti in materia, ma approfondirò ulteriormente il tema in una successiva guida.

In buona sostanza, la propria payslip, ovvero la busta paga, potrà tranquillamente superare, dopo un periodo di permanenza in UK, le 2.000 sterline, questa volta nette. Tenete però presente che, per ragioni che ancora in parte mi sfuggono, è meglio che non spargiate troppo la voce su quanto intascate ogni mese, poiché, se da un lato le informazioni ufficiali sono liberamente fruibili e condivisibili, parlare dei guadagni personali, o lamentarsi per essi, anche e soprattutto con i propri colleghi, non è un’abitudine vista di buon occhio.

Non solo tra i dipendenti NHS.

L’informazione infermieristica italiana vissuta all’estero.

Come promesso, pubblico qui di seguito la relazione tenuta a Matera il 7 Ottobre, sul tema del futuro dell’informazione infermieristica in Italia. Con due avvertenze: una riguarda chi era presente a Matera. Il mio discorso è stato molto “emozionale”, volendo tradurre un comune termine inglese, per cui, preso dalla foga di compiere una missione impossibile – condensare quasi tre anni di vita e lavoro in 15 minuti – ho omesso alcuni passaggi che invece ora leggerete qui di seguito.

In più, questa è una versione edulcorata rispetto a quelle iniziali, che ho modificato molte volte cercando di frenare, appunto la spinta dell’emotività. Quando alla malinconia dell’essere lontano dalla propria terra si aggiunge l’amarezza nel vedere sterili discussioni, polemiche e divisioni, talvolta di livello decisamente volgare, può nascere un sentimento di rabbia che è meglio mettere a tacere.

Ringrazio di nuovo Angelo Riky Del Vecchio, Gioacchino Costa, tutti i membri di Assocare (preso dall’entusiasmo vi ho dimenticato, chiedo scusa!) per avermi concesso questa opportunità ed avermi chiamato oggi ad essere portavoce, anche solo per una volta, di una collettività infermieristica diventata negli ultimi 5 anni numericamente davvero importante.

In effetti: chi sa quanti infermieri italiani sono registrati, secondo le ultime statistiche ufficiali, presso il registro inglese, l’NMC?

Ve lo dico io: 5080, di cui più di 1.500 richieste riguardano solo il periodo 2016/17.

E’ vero che il numero di nuove richieste da parte di infermieri comunitari e’ crollato dopo il Brexit, passando dalle circa 1.300 domande del mese di Aprile 2016 alle sole 40 dell’Aprile 2017, ma i numeri sono da imputare all’introduzione dell’IELTS piuttosto che al Brexit di per sé, tanto che, da qualche settimana, si sta valutando la sua sostituzione con un altro test linguistico specifico per le professioni sanitarie, l’OET (l’Occupational English Test).

La grande maggioranza dei colleghi presenti in UK è dipendente in maniera permanente di un Trust, ovvero di una organizzazione equivalente alla nostra Azienda ospedaliera, operante all’interno del Sistema Sanitario inglese, l’NHS.

Insomma, un flusso in entrata enorme, che ha segnato anche un’emorragia per l’Italia.

Ma non si è trattato solo di una perdita, della solita questione dei “cervelli in fuga”, perché l’emigrazione ha posto le premesse per una grande opportunità di entrare a stretto contatto e di confrontarsi con quello che rappresenta il più antico e famoso Sistema sanitario pubblico al mondo: l’NHS.

Il logo in basso indica un’organizzazione nata nel 1948 e che conta ad oggi circa un milione e mezzo di dipendenti, più del doppio di quelli addetti presso il SSN. E’ il più grande sistema sanitario del mondo e la terza organizzazione pubblica al mondo, dopo l’Esercito popolare di liberazione cinese e le Ferrovie indiane.

2000px-NHS-Logo.svg

Tra I suoi dipendenti, si contano circa 300.000 infermieri, di cui un decimo comunitari.

Ritorneremo tra poco sull’importanza di questo logo.

Ma perché è così importante conoscere e rilevare similitudini e differenze, non solo sul piano clinico, ma anche organizzativo, tra l’NHS ed il nostro Sistema Sanitario Nazionale?

E’ il motivo per cui ho dato vita al mio piccolo blog, che approfondisce la realtà del sistema sanitario inglese con gli occhi di un infermiere, (da cui il titolo “Il mio Regno per un infermiere, storpiatura ironica del celebre motto del Riccardo III di Shakespeare “Un cavallo, un cavallo, il mio Regno per un cavallo!”). Cerco di fare informazione e cultura per I colleghi emigrati e per voi che siete qui in Italia.

In pochi sanno, infatti, che il nostro SSN, nato 30 anni dopo, è stato realizzato sul modello dell’NHS: ne rappresenta a tutt’oggi una copia, ispirandosi, nei suoi principi, allo stesso stesso modello, denominato Beveridge dal nome del suo ideatore, che volle creare un sistema di servizi sanitari accessibile a tutti, in relazione ai loro bisogni di salute e non alle loro disponibilità economiche.

NHS

SSN

Anno di nascita

1948

1978

Numero dipendenti

1.500.000

650.000

Infermieri

285.000

270.000

Quindi l’NHS presenta ad oggi le stesse caratteristiche ed anche gli stessi difetti, tra cui perenni carenze organiche, specie nel personale infermieristico (si parla di un fabbisogno stimato tra 30 e 40.000 infermieri nella sola Inghilterra), eccessiva burocratizzazione e riduzione in termini reali degli stipendi, non solo quelli degli infermieri, alle prese con il pay cap (il blocco dell’1% all’aumento degli stipendi, n.d.A.) sin dal 2010.

D’altro canto, tuttavia, l’NHS continua ad essere protetto e quasi venerato dai suoi stessi cittadini, tanto da essere stato definito ”religione nazionale”, per cui, alla fine dei conti, I vari Governi investono sempre enormi risorse nel Sistema e vengono ideate soluzioni innovative per sopperire alle sue carenze. E indovinate un po’ chi e’ spesso al centro di queste innovazioni? L’infermiere.

Vi presento di seguito una carrellata di queste innovazioni, di cui ho gia’ trattato nel mio blog.

Quelli che vedete in questa immagine sono paramedici.

ACTAS_Paramedics-photo

No, non ho sbagliato traduzione. Sono professionisti che seguono un percorso accademico simile, ma parallelo a quello degli infermieri. Possono intubare, eseguire intraossee e somministrare farmaci senza prescrizione, sulla base di protocolli operativi, quelli per cui diversi medici del 118 di Bologna sono stati sospesi dall’Ordine, facendo così nascere l’iniziativa del movimento Noisiamopronti.

Per rimanere in tema di protocolli operativi, vi presento poi i PGDs, i Patient Group Directions, che altro non sono che prescrizioni collettive per procedure di routine.

Gli infermieri che hanno dimostrato, a seguito di colloquio, di conoscere i contenuti del PGD vengono abilitati a somministrare farmaci in assenza di prescrizione.

Io stesso lo faccio ogni giorno.

Conoscete inoltre le procedure di see and treat, ma pochi sapranno che altre novità nei nostri triage di pronto Soccorso, sono basate sul Sistema ECDS (Emergency Care Data Set), ancora una volta elaborato in Inghilterra e tuttora in questo Paese in fase di implementazione.

Ancora: il pre-triage, appena introdotto per la fase di sperimentazione a Mantova e che sta facendo tanto discutere perché vede la presenza di un medico alla porta, prima del triagista, per allontanare I pazienti non eleggibili per il Pronto Soccorso, è il frutto di un’idea applicata con grande successo da qualche mese al Queen’s Hospital di Romford, nei dintorni di Londra, con beneficio di tutti, medici ed infermieri.

Queens_hospital_london

Infine: la brandizzazione del logo NHS, la sua trasformazione in marchio, in entità scollegata dall’odiata politica e dalle istituzioni locali e nazionali, con effetti così positivi nella percezione da parte dell’opinione pubblica che la suddetta trasformazione è stata recentemente proposta anche per il SSN, tramite petizioni online.

Insomma, di sicuro, tra le “alte sfere”, c’e’ qualcuno che studia l’NHS e ne trapianta le idee più innovative per rendere il servizio più efficiente. La comunità infermieristica italiana, invece mi ha mostrato di essere del tutto ignara non solo delle similitudini tra I due sistemi, ma anche delle grandi opportunità di confronto e scambio che l’emigrazione di massa ha creato negli ultimi 5 anni.

Il fatto è che anche i media, quando si approcciano alla questione dell’emigrazione, lo fanno spesso in modo non oggettivo, anche per colpa dei miei stessi colleghi emigrati, che, quando intervistati , generalizzano troppo la loro esperienza personale e dipingono imprudentemente il Regno Unito come il Paese del Bengodi dove si guadagnano stipendi da favola, o come un piovoso inferno di ignoranti sanitari, come ho potuto constatare in molti commenti online. Manca, insomma, una visione del quadro più bilanciata.

Nel contesto inglese, comunque, lavora, studia e cresce, facendo carriera, una collettività di infermieri italiani, che dovrebbe essere comunità, che dovrebbe formare un sistema, ma che invece non vi riesce affatto, essendo ancora culturalmente incapace di unirsi professionalmente, proprio come avviene in Italia.

Perchè non ci dobbiamo dimenticare che nel nostro DNA di Italiani è insito quello che lo storico Ginzburg definiva “familismo amorale”, ovvero la tendenza a coltivare il proprio orticello ed a disinteressarsi del bene pubblico.

Ecco allora che quando ho proposto, un paio d’anni addietro, sulla pagina Facebook della più importante community di infermieri espatriati in UK, di costituire un’associazione che mettesse in piedi quello che ho definito “consolato Ipasvi in Gran Bretagna”, ho ricevuto 5 commenti: uno di mio fratello e 4 di miei coinquilini (italiani anch’essi) che mi prendevano per i fondelli.

Salvo poi veder pubblicate online, qualche mese dopo, storie di italiane che subiscono mobbing e discriminazione sul luogo di lavoro.

Che dire? Rivolgo a chiunque incontrasse questi problemi un sincero in bocca al lupo – potrei essere io nei loro panni, un giorno -, nonché di trovare un buon legale tramite sindacato, perché tanto non esiste nessuna associazione od organizzazione fatta da italiani e per gli italiani in grado di tutelarci.

Non tralascio, poi, i numerosi post di richieste di informazioni sulla documentazione necessaria a farsi riconoscere il periodo di lavoro svolto all’estero, in funzione di concorsi pubblici.

Gli infermieri italiani in Inghilterra hanno quindi un estremo bisogno di rappresentatività, di persone che conoscano la loro condizione e che tutelino i loro diritti e le loro aspettative, sia nel Regno Unito, che in vista di un eventuale rientro in Italia.

Bisogna creare scambi permanenti di informazione, anche giornalistica e comunicazione, vitali anche per la famiglia infermieristica italiana, che, per quanto recalcitrante all’apertura ed al dialogo, essendo chiusa nello sforzo di risolvere gli evidenti problemi di casa, ha bisogno di trovare spinta anche da questo confronto, non solo con gli emigranti italiani, ma anche con la controparte inglese, per non perdere un altro treno fondamentale.

Ma va detto anche che gli infermieri italiani in Inghilterra leggono e giudicano quanto avviene in Italia e quello che viene scritto. I social media, Facebook in particolare, hanno il pregio di essere una piazza che mostra vizi e virtù in modo spudorato. E’ difficile nascondere la propria natura per molto tempo su di essi.

Ho chiesto qualche opinione ad alcuni colleghi e la reazione che più mi ha colpito è stata: ma perché continuano a litigare, quando dovrebbero essere uniti?

Una reazione quasi tenera nella sua ingenuità, viste alcune incresciose gazzarre che si sono consumate nelle scorse settimane e su cui preferisco stendere un velo pietoso, ma alle quali ho assistito attraverso lo schermo del mio PC.

Volevo inserire nella mia presentazione l’immagine del sindacalista sulla tazza del gabinetto, ma è stata tanta la repulsione che alla fine mi sono rifiutato.

Non sono queste le persone con cui dovremmo costruire alleanze strategiche, con cui dovremmo combattere le nostre battaglie. Noi che viviamo all’estero, lo cogliamo forse meglio, perché forse non comprendiamo certe dinamiche, ma vi vediamo dall’esterno.

Io vorrei invece vedere queste copertine, queste foto.

anything is possible.jpg

Osservate questa, in particolare.

dav

E’ una donna non più giovane, ha i capelli arruffati dal vento.

Non ha make-up, non c’è Photoshop.

Mi sono innamorato di questa foto, perché mostra una donna normale, che potreste, se foste inglesi, trovare nell’ambulatorio sotto casa, ma che svolge così maledettamente bene il suo lavoro da essere finita sulla copertina di una rivista inviata ad oltre 400.000 iscritti.

Sono queste le immagini e gli esempi che vorremmo rappresentassero gli infermieri italiani.

C’è un motivo di fondo.

Esistono due categorie di emigranti.

Ci sono molti giovani che vengono qui “per fare esperienza”, spesso senza sapere cosa li aspetta, che speranzosamente – o forse un pò ingenuamente – tornano in Italia alla prima occasione dicendo: cerco di vincere un concorso pubblico, poi mi riavvicino.

Chi come me, invece, emigra per seguire le sue aspettative e le sue ambizioni lo fa spesso per restarci a lungo, pur pagando un prezzo personale carissimo.

Ma lo fa per provarci, per tentare il botto, per eccellere.

Potrei citarvi mille esempi di italiani che vivono all’estero e risplendono nei vari settori della scienza e della cultura. Io non sono ancora tra questi – ci mancherebbe – , ma spero in futuro di esserci.

Per ora vivo come tanti la vita dell’emigrante, cari colleghi, e non è necessario andare all’estero per capirla: qualcuno di voi la vive o l’ha vissuta qui in Patria, e sa che spesso è una vita venata di malinconia, quando talvolta non di vera e propria sofferenza per il distacco subito.

Ma la dimensione dell’emigrante straniero è peculiare; l’italiano all’estero recupera il suo senso di italianità ed unità, vi osserva dall’esterno e pensa che la famiglia infermieristica in Italia riceve già continui attacchi da altre categorie, per cui bisogna mettere da parte le divisioni e combattere insieme per la causa comune.

Allora, quando un giorno la famiglia infermieristica italiana sarà unita e compatta, sarò fiero di riportare insieme a tanti altri il nostro immenso bagaglio di conoscenze a beneficio di tutti.

Quel giorno deve ancora arrivare e forse è lontano.

Ma quel giorno a Bologna saranno davvero pronti, voi sarete pronti, noi saremo pronti a tornare.

Essere infermieri gay: Inghilterra ed Italia a confronto. 

Nei prossimi mesi l’RCN, il principale sindacato infermieristico inglese, celebrerà con una serie di eventi la diversità nel nursing, ovvero esplorera’ le esperienze vissute, all’interno della comunità infermieristica, non solo dagli infermieri appartenenti alle cosiddette “minoranze etniche ( in particolar modo quella africana), ma anche dai colleghi LGBT (acronimo che sta per Lesbian – Gay – Bisexual – Transgender). 

Molti sono i passi che devono essere ancora compiuti affinché l’accettazione di queste comunità spesso tristemente definite” minoranze”, diventi riconoscimento e infine normalità, specie nel nostro Paese.

Dal mio punto di vista, credo che il problema sia di chi se lo pone: la serietà e la professionalità,  specie (ma non solo) in un ambiente di lavoro, sono del tutto dissociate dall’origine etnica o dall’orientamento sessuale. Chiunque si fondi ancora sui vecchi pregiudizi e rifiuti, per esempio, l’assistenza di un infermiere omosessuale (o non gli offra il posto di lavoro in base a ciò) non farà altro che privarsi deliberatamente di una possibilità. 

Quella di poter crescere insieme verso un futuro migliore. 

Anticipando le iniziative dell’RCN, ho approfittato dell’amicizia con Andrea Fulgenzi, infermiere pescarese trapiantato a Manchester che ha fatto coming out da tempo, per chiedere la sua opinione e farmi raccontare le sue esperienze sul tema.

Lo ringrazio pertanto della sua collaborazione e vi lascio alla sua testimonianza. 

Essere infermieri gay in Italia non è attualmente facile per molteplici motivi: una forte presenza cattolica nel nostro Paese sicuramente ha imposto nella mentalità popolare l’immagine della famiglia tradizionale; uno stereotipo misogino rende ancora oggi difficile eradicare la figura dell’infermiera sexy (molto frequente in alcuni film degli anni ’70); è poi diffusa una cultura “machista” che toccò il suo apice durante il periodo fascista. 

Troppo spesso si sentono atti di aggressione e violenza omofobica e transfobica a danno di tutta la comunità LGBT, atti di bullismo nelle scuole a danno di ragazzi e ragazze che vengono derisi e spesso indotti ad atti di autolesionismo, più o meno gravi. 

Molti sono stati i casi di licenziamenti, in vari settori, di persone LGBT solo in base all’orientamento sessuale. A maggior ragione nell’ambito della sanità, luogo ancora più delicato in cui ci si deve fidare delle persone che si prenderanno cura di te. 

La professione infermieristica è tradizionalmente stata rivolta al sesso femminile; anche in Italia, solo dal 1971 gli uomini sono stati autorizzati a potersi iscrivere al vecchio corso regionale, poi divenuto Diploma Universitario ed infine corso di laurea. Credo che negli ultimi anni vi sia stato un notevole avvicinamento del mondo maschile alla professione infermieristica. 

I tempi avanzano e cambiano e la società si evolve (anche se non dovunque). 

Spesso e volentieri, però, in Italia l’abito fa il monaco. 

Il pregiudizio e, spesso, l’ignoranza tendono ad dequalificare le persone LGBT come inferiori e inaffidabili, come se il loro orientamento sessuale incidesse sulla qualità delle cure che dovrebbero dare ai loro pazienti. Un infermiere gay, in Italia, avrebbe molte difficoltà sia a farsi accettare dai suoi colleghi (medici e altri infermieri) o peggio ancora dai propri pazienti.

A parte qualche battutina sciocca nata e morta subito, tuttavia, non ho mai avuto particolari problemi sul posto di lavoro, mentre in una circostanza (fuori dal contesto lavorativo) sono riuscito a sfuggire ad un tentativo di aggressione,  peraltro da parte di ragazzi che conoscevo. 

A tal proposito, credo però che in caso di aggressione, verbale o fisica, un infermiere LGBT in Italia non sarebbe a mio parere minimamente supportato e difeso, sia da un punto di vista fisico, sia da un punto di vista legale (penso alla proposta di legge contro l’omo-transfobia che ancora non viene approvata da anni ).

In inghilterra la situazione è decisamente diversa. Durante la compilazione dei moduli per un colloquio di lavoro, tra i vari campi, viene richiesto ( solo se uno vuole scriverlo, non è obbligatorio) di dichiarare il proprio orientamento sessuale, in quanto l’Equality Act del 2010 tutela tutti i dipendenti da ogni tipo di discriminazione ( razziale, sessuale, culturale, religiosa, di genere, di orientamento sessuale), ma anche in caso di aggressione (verbale o fisica).

Gli ambienti di lavoro sono totalmente friendly; onestamente, a nessuno importa se uno sia gay o meno; ciò che conta è svolgere con serietà e professionalità il proprio lavoro. Nel mio caso, presso il CMFT (Central Manchester Foundation Trust), esiste addirittura un gruppo LGBT di dipendenti ospedalieri che si riuniscono bimestralmente per parlare delle attività della comunità e degli eventi cittadini, tra cui l’evento più importante dell’anno, ovvero il Manchester Pride. 

Durante questa manifestazione, nel corteo che si svolge nel centro città, ci sono anche rappresentanti dell’NHS a supporto del Pride: medici, infermieri, paramedici delle ambulances; tutte le figure professionali, LGBT e non, sfilano unite per mostrare il proprio orgoglio di poter essere liberi e se stessi nel proprio posto di lavoro. Essere infermieri gay in UK, pertanto, non è un problema, e credo mai lo sarà. Tutti i miei capi, i miei colleghi e le altre figure professionali del mio reparto sanno che sono gay, ma onestamente non gliene importa più di tanto. All’inizio della mia esperienza lavorativa qui in UK, ho riflettuto molto (ed ero anche molto intimorito) sul pensiero di fare coming out; in verità diciamo che, nel mio caso, non ci vuole molto a capire il mio orientamento sessuale, ma quando l’ho raccontato ai miei colleghi, o quando i miei capi l’hanno saputo, la risposta è stata neutrale. Lo scorso anno, in occasione del Pride 2016 mi ero anche ossigenato i capelli, diventando biondo platino. Anche lì, la reazione è stata quasi di indifferenza, salvo poi ricevere complimenti per il fatto che con i capelli biondi stavo bene, a detta di tutti. 

Per cui, anche da un punto di vista socio-culturale, essere infermieri e gay in UK, è molto meglio che in Italia (non che l’ NHS sia perfetto, sia ben chiaro; molte sono le cose che andrebbero riviste, ma cerco di non lamentarmi e di prendere ciò che di buono ha da offrire). 

La Church Of England (quella che in Italia è definita Chiesa Anglicana, N.d.A.) mi appare poi molto più laica e meno bacchettona rispetto alla Chiesa Cattolica Romana. 

Essendo infine l’UK un melting pot di religioni e culture totalmente differenti, l’essere gay è solo una caratteristica in più, e non un difetto o una macchia di cui vergognarsi”.

Gli schermi degli smartphone stanno alimentando un’epidemia di miopia.

La notizia è di quelle che si leggono di solito su un trafiletto di giornale, ma in questo caso merita una lettura attenta perché la fonte è estremamente autorevole, ovvero un consultant (figura paragonabile a quella del primario) in oftalmologia pediatrica, presso il Moorfields Eye Hospital di Londra. Mi sono preso la briga di tradurla per voi, ma potrete leggere l’originale linkando all’articolo dell’Evening Standard riportato qui sotto:

https://www.standard.co.uk/news/health/smartphone-screens-are-fuelling-an-epidemic-of-shortsightedness-a3638036.html

Una specialista del Moorfields Eye Hospital ha lanciato oggi l’allarme: sbirciare gli smartphone dentro casa e non uscire a giocare sta alimentando la miopia tra i giovani londinesi.

Annegret Dahlmann-Noor ha affermato che la miopia progressiva – il peggioramento della vista dei giovani pazienti nella fase di sviluppo – è due volte più comune nei bambini delle scuole primarie rispetto a 50 anni fa.

Smartphone-1184865_960_720

Ciò ha portato ad un aumento delle richieste di consulenza da parte degli optometristi di Londra.

L’oftalmologa ha dichiarato: “I genitori sono molto preoccupati per il numero di ore spese dai figli sui dispositivi.

“Mi dicono che il loro bambino trascorre quattro ore al giorno su uno smartphone o iPad – in genere sono gli schermi più piccoli quelli che preoccupano maggiormente. I dettagli sono molto piccoli, devono tenere gli occhi in una fase di messa a fuoco costante per vedere le cose chiaramente per ore e ore.

“È molto spesso un tema regolare della consulenza. Sembra che le persone che studiano molto o trascorrono molto tempo sui dispositivi, diminuiscano l’attività all’aperto e non godano dell’effetto diretto della luce solare sulla crescita dell’occhio nei primi anni di vita.

La miopia nei bambini delle scuole primarie è salita al 16,4 per cento dal 7 per cento negli anni Sessanta. I sintomi includono il bambino che si lamenta di una vista offuscata, oppure sono gli insegnanti che notano il problema di uno studente che copia in modo errato. I bambini devono essere incoraggiati ad uscire per 30 minuti ogni 90 minuti in casa. Altrimenti, i bulbi oculari possono crescere leggermente di più, rendendo le immagini sfocate.

La miopia è anche genetica, ma la signora Dahlmann-Noor ha affermato che, in questo caso, condizione “inizia prima e progredisce più velocemente”. Questi pazienti possono inoltre essere a rischio di glaucoma.

La Dott.ssa Dahlmann-Noor ha sostenuto che un altro problema è che i genitori spesso studiano la condizione dei loro figli online ed acquistano farmaci nel tentativo di trattare il problema.

“Per noi è frustrante che le persone vengano in questi giorni con stampe da siti Internet, venendo a conoscenza di studi randomizzati di controllo che si stanno conducendo a Singapore o che acquistino gocce di atropina laggiù”, ha detto. “Portano qui i propri farmaci e poi vogliono che i figli siano monitorati a Londra.

“Chiedono anche speciali lenti a contatto che ridisegnano la forma della cornea durante la notte, ma c’è un elevato rischio di infezione (nell’indossare questi dispositivi, N.d.A.)”.

Bene. Credo che ora sia il caso di uscire a fare una passeggiata.

Ahia, troppo tardi.