Strane visioni alla fine di un turno

Il Pronto Soccorso è uno straordinario osservatorio della società in cui viviamo.
Un’esperienza che arricchisce enormemente non solo sul piano professionale, ma anche su quello umano e culturale, specie in una città multietnica come Londra, che al pari di New York fa del melting pot motivo di orgoglio.
Di recente mi sono trasferito nel Pronto Soccorso oculistico (A&E, acronimo di Accident and Emergency) del mio ospedale: sentivo la necessità di un cambiamento, ho colto l’occasione. 
A differenza che in Italia, dove è necessario il nulla osta dietro richiesta scritta, nel Regno Unito anche solo cambiare unità operativa nell’ambito dello stesso ospedale richiede il superamento di un colloquio, come se si ottenesse una nuova assunzione. 
Il Dipartimento per il quale lavoro è specialistico, ma non per questo serve un’utenza meno numerosa: nel solo 2015-2016 il Moorfields Eye Hospital ha registrato poco più di 100.000 accessi nel suo A&E, oltre 300 al giorno. 
Il rischio “catena di montaggio”, come lo definisco io, è notevole e reale: l’ingranaggio è così frenetico, nella sua ripetitiva sequenza di accessi, trattamenti e dimissioni, che si percepisce alle volte la netta sensazione di essere in un ambiente nel quale, piuttosto che erogare assistenza infermieristica individualizzata, si producano outcomes – risultati – standardizzati, in termini di diagnosi e trattamento.
Come in una fabbrica, appunto.
In più, tali outcomes devono essere erogati entro il limite delle quattro ore dall’accesso del paziente.
Il target delle 4 ore deve essere garantito in almeno il 95% dei casi, come indicato già a partire dal 2010 dal Ministero della Salute inglese (Department of Health) per tutti gli Emergency Departments. 
Bisogna essere allora non solo rapidi ed efficienti, ma anche avere l’abilità di separare il grano dal loglio, di distinguere i casi di minore gravità – la grande maggioranza (spesso gestita dai soli nurse practitioners, in grado di formulare diagnosi ed anche, per alcuni, di prescrivere farmaci) – dai casi che meritano invece un maggiore impegno analitico e numerosi accertamenti diagnostici.
Bisogna avere, inoltre, l’ancor più elevata abilità di garantire lo stesso eccellente servizio a tutti, anche se si dovesse trattare, come affermava il grande Totò, di “quisquilie e pinzillacchere”. 
D’altronde, molte patologie hanno una presentazione subdola o persino stravagante: l’aneddotica medica ne abbonda.
Non è solo una questione di mantenere alta la reputazione dell’ospedale, ma anche la propria. 
Nel mio A&E oculistico ogni infermiere ha una precisa allocazione, decisa dal coordinatore” del giorno, in genere un nurse practitioner.

Quella sera, verso la fine di un lungo turno, ero stato incaricato di effettuare l’anamnesi e di controllare l’acuità visiva di ogni paziente con la tavola ortottica: un compito piuttosto semplice, che in genere richiede poco più di cinque minuti.
Meglio così, la stanchezza iniziava a farsi sentire. 
Chiamo il mio successivo paziente. 
In sala d’attesa si alza un giovane sui 30 anni.
E’ a torso nudo. 
Fingo indifferenza, lo porto in stanza. 
Si scusa per il look, sostiene che soffre il caldo. 
Effettivamente le temperature, in questi giorni, sono insolitamente elevate anche a Londra.
Mi verrebbe comunque da considerare il suo “stile” irrispettoso, ma nessuno si è lamentato e sono alla fine del turno: non ho voglia di farglielo notare. 
Gli pongo le solite domande, mi risponde che gode di buona salute e non fa uso di farmaci.
Mi soffermo poi sulle osservazioni del triagista, che spiegano in breve il complaint del paziente, il suo motivo di accesso al Pronto Soccorso.
Leggo che da due settimane, con sempre maggiore intensità, lamenta una serie di disturbi visivi, come figure ed altre distorsioni.
Bene, potrebbe essere un problema della retina, oppure un aumento della pressione intraoculare, ma è ancora presto per dirlo.
Ne vedo molti di casi con una simile presentazione. 
Approfondisco la questione, non solo per curiosità, ma anche perché siamo alla fine del turno e non sono rimaste molte persone in sala d’attesa.
Ho un po’ di tempo in più da poter spendere per imparare. 
Spesso, inoltre, l’infermiere che ha la mia allocazione è tenuto ad approfondire il triage, per indirizzare il paziente verso il percorso (pathway) più opportuno, nel quale verranno effettuati gli esami più adeguati alla sua problematica (come il controllo della pressione oculare o del fundus oculi). 
Gli chiedo perciò spiegazioni di quello che ha affermato al triagista. 
Afferma, senza battere ciglio, che soprattutto con l’occhio destro vede figure geometriche psichedeliche, mentre quando chiude le palpebre nota figure di persone.
Prosegue sostenendo poi che fa sogni in “3D” e qualche volta gli capita di avere la sensazione, quando guarda gli oggetti, di vedere movimenti simili al riavvolgimento di una cassetta VHS.

Sgrano gli occhi. 
Siamo esseri umani.
Di natura maliziosi. 
Il primo pensiero che salta alla mente è quello di chiedere: che razza di roba hai preso?
Annoto tutto con scrupolosità in cartella e mantengo un atteggiamento professionale, ma dentro di me mi assale il pensiero che abbia solo fatto dei “trip” sbagliati.
Sarei disonesto con me stesso, se non lo pensassi.
D’altronde abbiamo numerosi accessi impropri in A&E, diversi vengono rimandati ogni giorno a casa, dal medico di famiglia o dal farmacista, con il sistema dell'”active triage”, in uso nel mio come in altri ospedali inglesi (l’esempio più celebre in tempi recenti è quello dell’ospedale di Romford, di cui ho già scritto).
Il giovane mostra comunque segnali di preoccupazione per la sua vista, mi parla con evidente intensità emotiva, ma senza mai perdere il controllo.  
Mi fa notare che era un tassista e che, siccome aveva queste distorsioni anche al lavoro, soprattutto quando osservava le luci dei semafori, ha perso il posto da qualche tempo.
Cerca di trasmettermi una percezione che lo ha portato in una tarda sera fino ad un Pronto Soccorso specialistico. 
In quel momento mi balza un pensiero, si accende la lampadina del dubbio.
E se fosse tutto vero?
Se le sue allucinazioni fossero il segnale, magari, di un tumore cerebrale allo stadio iniziale?
Se fossero, in ogni caso, espressione di una patologia psichiatrica agli esordi?
Se si fosse solo spiegato in maniera, è il caso di dirlo, troppo “colorita”?
Quante persone sono state derise o sottovalutate, per vedersi poi diagnosticata una patologia anche di grave entità, magari quando era troppo tardi per trattarla?
Da professionisti sanitari, occorre basare la scienza della propria attività sulla comunicazione con il paziente.
Quest’ultima, però, è spesso imperfetta, per cui il rischio è quello di erogare prestazioni per rispondere a domande di salute inesistenti, ma anche il contrario; ovvero, può accadere di trascurare problemi reali.
Gli spiego quali saranno i successivi passaggi in Pronto Soccorso, lo congedo e lo rimando in sala d’attesa, dove verrà richiamato poco dopo per altri accertamenti.
Trascorre qualche minuto, vado a chiamare il successivo e forse ultimo mio paziente della giornata.
Con la coda dell’occhio lo osservo, si è rimesso la maglietta.
Ha gli occhi chiusi, forse cerca di riposare.
In fondo è tardi, è passata da un po’ anche l’ora di cena.
Non aspetterò di vedere la sua diagnosi, d’altronde non spetta a me accertare se ha davvero un problema oculistico.
In più, sono quasi alla fine del turno. 

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