2017 fuga da Londra: cosa c’è di vero nella crisi del nursing inglese?

“96% di infermieri europei in meno nel Regno Unito a causa del Brexit”.
“Migliaia di infermieri inglesi in fuga dall’NHS perché sottopagati”.

Questi i roboanti titoli, rimbalzati anche presso la comunità infermieristica italiana, apparsi negli ultimi giorni su alcuni quotidiani inglesi (e nostrani), che hanno indotto in molti a ritenere che il Bengodi inglese, la mitica terra delle grandi opportunità per tutti gli infermieri italiani che masticassero un po’ della lingua della Regina Elisabetta, sia in crisi e che le proposte di lavoro provenienti dalla terra d’Albione non siano più così attraenti. 
Cosa c’è di vero in queste affermazioni?
Il mio articolo vuole essere non solo un condensato delle ultime notizie, ma anche un parziale bilancio di due anni e mezzo di vita e lavoro in UK, nonché una sintetica guida personale alle richieste di chiarimenti che talvolta mi giungono da colleghi interessati ad un trasferimento oltremanica, ma ancora titubanti, ed a quelli che, in generale, non conoscono bene le attuali condizioni di lavoro degli infermieri in UK. 
Le considerazioni da svolgere sono numerose ed estremamente variegate, applicandosi sia agli infermieri inglesi che a quelli comunitari (ed extracomunitari). 
Iniziamo a parlare degli infermieri British, ovvero quelli cresciuti e istruiti in Inghilterra e con passaporto britannico.
Negli ultimi anni la comunità dei nurses di Sua Maestà ha profondamente sofferto scelte politiche dei governi Tories (quello del Primo Ministro Theresa May, per intenderci) che non esiterei a definire impopolari, in particolar modo:
  • il tetto (cap) dell’1% all’incremento annuale dello stipendio di tutti i dipendenti pubblici (inclusi, dunque, anche quelli dell’NHS), imposto sin dal 2010, che ha fatto perdere valore in termini reali allo stipendio di molti infermieri, corroso dall’aumento dell’inflazione (peraltro più bassa che in Italia, visto che nel 2015 e 2016 è stata inferiore all’1% e solo quest’anno è salita al 2.9%). Non è un caso che il cap sia stato oggetto di accesi dibattiti politici durante le recenti elezioni politiche, tanto che Jeremy Corbin, candidato del Labour, il principale partito di opposizione, porta ancora avanti il tema dello “scrap the cap” (elimina il tetto) come uno dei suoi cavalli di battaglia e lo stesso RCN, il principale sindacato inglese, ne ha fatto motivo e slogan delle proteste (incluso uno sciopero generale) programmate per quest’estate;  
  • lo stop alle bursaries. Bursary significa borsa di studio: la grande maggioranza degli studenti inglesi era infatti retribuita durante gli studi in Infermieristica (un sogno per noi, vero?), incentivo che spingeva anche molti adulti un po’ più attempati ad intraprendere la professione. Scopo della cancellazione delle bursaries era quello di liberare 800 milioni di sterline, da destinare alle assunzioni di personale per coprire le 40.000 vacanze negli organici della sola Inghilterra (a queste si sommano  quelle di Scozia, Irlanda del Nord e Galles e quelle di 2.000 paramedici, come scrissi in un precedente articolo). Le bursaries, da un anno, sono concesse in casi molto rari.
Ora, mescolando insieme tutti questi ingredienti, è chiaro che il risultato sarà una polpetta molto indigesta per gli infermieri inglesi.
Gli studi in infermieristica non sono più retribuiti, quindi seguire un corso di laurea è spesso proibitivo, specie se si hanno figli e/o familiari a carico, perché il Governo ha voluto destinare più risorse alle assunzioni di nuovo personale, il quale però nicchia e fugge dall’NHS per via del cap dell’1% e delle carenze di organico, che spingono ad un superlavoro chi è già occupato.
Un cane che si morde la coda, insomma. 
Il Governo e la May, peraltro, latitano nel riconoscere ed affrontare la complessità del problema. 
Risultato: nell’ultimo anno l’NMC, il registro degli infermieri inglesi, ha registrato oltre 1.700 cancellazioni, a cui si devono sommare le 3.200 dei mesi di Aprile e Maggio 2017.
Ma dove scappano gli infermieri inglesi? 
Al di là della personale considerazione che, nell’attuale condizione economica, è ancora estremamente semplice guadagnare lo stesso stipendio base di un infermiere (1.600 – 1.700 sterline, nell’area di Londra) lavorando dal lunedì al venerdì dietro una comoda scrivania d’ufficio, negli ultimi anni mete come l’Australia, gli Emirati Arabi e gli Usa sono diventate polo di grande attrazione, con stipendi che variano dai 45.000 ed oltre degli States, fino agli 80.000 di Dubai od Abu Dhabi (fonte: payscale.com), senza considerare i pacchetti di assistenza al ricollocamento (relocation pack) ed al completamento delle pratiche burocratiche, offerti da molte agenzie di intermediazione.
Unici requisiti: la laurea in infermieristica ed un inglese fluente.
Requisiti base, insomma, per i colleghi British.       
Si va, quindi, dove l’aria è più leggera, un po’ come avvenuto e come avviene per gli infermieri comunitari, in prima fila quelli italiani e spagnoli. 
Qui veniamo alla seconda parte del problema: l’NHS, infatti, da sempre si affanna per sopperire alle sue lacune di personale. Sono così antiche che, storicamente, fu Winston Churchill in persona, negli anni ’40, a garantire per primo permessi di soggiorno agevolati agli immigrati delle colonie di Sua Maestà (India, Paesi caraibici ed africani), disposti a trasferirsi per diventare conducenti di mezzi pubblici od infermieri.

Winston Churchill, il celebre Primo Ministro inglese durante la Seconda Guerra mondiale. 
Fu lui a coniare il celebre detto, diventato poi iconico: “keep calm and carry on“, “state calmi e andate avanti“. 

Negli ultimi cinque anni, la ricerca disperata di personale qualificato e con un discreto livello di inglese si è invece spostata verso il Mediterraneo, generando l’afflusso di almeno 3.000 infermieri italiani ed almeno altrettanti spagnoli.  
Gli Europei oggi ammontano a circa 33.000 unità, circa il 5%, su un totale di oltre 690.000 nurses nel Regno Unito, con punte a Londra del doppio (mentre gli extracomunitari sono circa 67.000).
Per tutti, me incluso, il 23 giugno 2016, data in cui l’Inghilterra ha optato per l’uscita dall’Unione Europea (il famoso Brexit), è stata una grande delusione. 
Molti i timori di perdere il posto di lavoro a breve e di essere espulsi, senza una valida motivazione se non quella politica, oppure di assistere ad un imminente crollo dell’economia inglese e delle proprie condizioni lavorative. 
Dopo qualche tempo, tuttavia, al di là delle rassicurazioni sulla permanenza in UK giunte da politici come il Sindaco di Londra e dai datori di lavoro NHS più che dal Primo Ministro, ci si è resi conto che nulla di tutto questo sta succedendo o succederà.
In effetti, al di là del fatto che il Brexit sarà operativo solo nel 2019 e che il quadro normativo, al momento, è invariato, nei giorni scorsi lo stesso Primo Ministro ha proposto una “carta d’identità” speciale per gli Europei presenti in UK negli anni precedenti al Brexit. 
Pertanto, i corsi e ricorsi storici sono inevitabili, l’economia inglese conoscerà sicuramente periodi futuri di crisi, la sterlina ha perso in due anni quasi il 20% del suo valore in rapporto all’euro, la burocrazia diventerà più restrittiva, ma sarebbe masochistico, per l’Inghilterra, espellere tre milioni di lavoratori comunitari solo perché non in regola con un futuro ipotetico permesso di soggiorno. 
Tale considerazione acquista ancora più forza se si pensa a lavoratori qualificati come i medici o gli infermieri, per i motivi appena esposti.
La decimazione degli infermieri comunitari, quantificata in un calo del 96% in un anno delle nuove richieste di iscrizione al registro NMC, dipende invece da un altro fattore: l’introduzione dell’obbligo, ai fini dell’iscrizione medesima, della certificazione linguistica IELTS (con un punteggio superiore a 7) a partire da gennaio 2016.
Le statistiche parlano chiaro: il crollo è legato principalmente a questo fattore, per quanto diversi sondaggi puntino invece il dito sul Brexit.
Superare l’IELTS comporta spese e anni di studio e costituisce una barriera piuttosto alta per chi, come gli Italiani (ammettiamolo, per favore, valeva anche per me fino a due anni e mezzo fa) ha una conoscenza dell’inglese generalmente mediocre e scolastica. 
Io stesso, forse, non sarei riuscito a superare il test, all’epoca in cui presentai il mio curriculum vitae.
Per tutti coloro in possesso della certificazione (e della laurea), però, le porte sono sempre aperte e le offerte di lavoro incessanti: se siete in possesso di questi requisiti, vi concedo al massimo una settimana prima di essere contattati per un colloquio di lavoro, che abbiate o meno pregressa esperienza. 
Non è una pubblicità: provate e vedrete. 
Molte agenzie, inoltre, offrono un relocation pack, con agevolazioni nel primo mese di permanenza, come l’alloggio gratuito presso una accomodation (residenza ospedaliera) od un periodo di abbonamento già pagato ai trasporti pubblici (la famosa Oyster card londinese).
Lavorare in UK non è un paradiso.
Nessun posto lo è. 
La vita dell’emigrante non è un’avventura divertente.

Les voyageurs“, una delle sculture di Bruno Catalano presenti nelle strade di Marsiglia e dedicate agli emigrati.

Lunghi periodi vedono una noiosa alternanza casa – lavoro – casa, lontani dalla famiglia e dagli amici di sempre.

L’abitazione, in grandi città come Londra, è impossibile da affittare per conto proprio, a meno che non si viva in coppia ed entrambi i partner lavorino: oltre mille sterline per uno studio flat, ovvero un monolocale o bilocale, peraltro in una zona periferica, sono insostenibili per chi si trasferisce individualmente, per cui l’appartamento andrà condiviso con altri coinquilini.
Per giunta, è difficile trovare una camera doppia, in buono stato di manutenzione ed in una zona non troppo decentrata, ad una cifra inferiore alle 600 sterline. 
Effetto, questo, di recenti anni di impressionanti speculazioni immobiliari condotte nel Regno Unito da investitori arabi, russi, cinesi ed indiani, tra i principali artefici di una housing crisis che ha costretto in molti a trasferirsi lontano dalle grandi città. 
Lo stipendio è adeguato al costo della vita ed a Londra supera abbondantemente – in partenza – i 2.000 euro, senza considerare gli straordinari, i festivi ed i turni notturni, per i quali si viene retribuiti molto di più. Ne ho trattato in altre circostanze. 
Nelle grandi città, tuttavia, l’automobile è sconsigliabile (non un grande sforzo a Londra, che ha una efficientissima rete di trasporti pubblici) e quindi bisogna rinunciarvi, così come bisognerà tollerare spostamenti quotidiani lunghi su mezzi affollati.
Anche la realtà dei luoghi di lavoro e’ estremamente variegata e non sintetizzabile in verità assolute: a Londra e Manchester l’ambiente di lavoro sara’ fortemente multietnico (cosi’ come la “clientela”), mentre in piccoli centri la quasi totalità dei colleghi e dei pazienti sarà British; le possibilità di integrazione sono legate al singolo contesto, anche se va segnalato un generale atteggiamento di apertura e tolleranza verso gli Italiani, frutto della grande passione del popolo inglese verso la nostra cultura e storia, quella romana in particolare.
Ho letto di isolati episodi di mobbing e razzismo, ma non ne ho vissuti, neppure in terza persona.
I carichi di lavoro risulteranno ovviamente proporzionati alle caratteristiche dell’unità operativa: anche qui, nelle unita’ di medicina o di riabilitazione l’impegno fisico, oltre che mentale, è molto elevato e, per quanto si cerchi di rispettare il rapporto di un infermiere ed un HCA ogni 6-7 posti letto, malattie o licenziamenti possono comprometterlo.
Ogni realtà opera comunque, in generale, ai limiti delle sue capacità, anche in contesti che un collega italiano giudicherebbe a priori “tranquilli”, come nell’ospedale oculistico per il quale lavoro, soprattutto per effetto dell’invecchiamento della popolazione inglese, che ha originato un consistente incremento della domanda di salute negli ultimi anni ed una sofferenza dell’NHS nel fornire servizi adeguati; ma questo e’ un tema su cui ritornerò in futuro.
Le luci ed ombre, i sacrifici e la fatica, gli ambiti di miglioramento e le lacune organizzative, insomma, ci sono anche in UK.
E’ fisiologico, pertanto, che dopo la prima grande ondata si sia registrato un calo anche consistente delle presenze (4.300, secondo un rapporto del partito liberaldemocratico) e che molti infermieri siano tornati in Italia od altri Paesi europei, avendo trovato nuove opportunità di lavoro in patria o semplicemente avendo deciso di concludere la propria esperienza.
Mai, tuttavia, mi sono personalmente sentito emarginato, un “marocchino del sistema sanitario inglese”, come ho letto in un commento su un gruppo Facebook da parte di un’improvvisata quanto superficiale opinionista.
Al pari degli extracomunitari, gli infermieri europei sono una preziosa risorsa, da non sciupare.
Nella peggiore delle ipotesi, rappresentano un investimento su cui i Trust inglesi versano ogni anno cifre consistenti per la formazione e l’inserimento: non si assume per sfruttare o trattare con condizioni di lavoro peggiori dei British perché i lavoratori devono essere trattenuti il più a lungo possibile.
Le opportunità di crescita professionali sono concesse in misura identica a tutti e dipendono quindi esclusivamente dalle proprie capacità e dallo spirito di iniziativa: anche un po’ dalla fortuna, perché no?
Si è tutti parte della stessa comunità infermieristica e se le condizioni di lavoro non piacciono, non occorre passare attraverso la ghigliottina degli obsoleti concorsoni pubblici da 10.000 posti nei palazzetti dello sport: le offerte di lavoro vengono pubblicate quotidianamente dai Trust sul sito NHS jobs. Basta presentare il proprio curriculum vitae, si sostiene un colloquio, ci si trasferisce. Semplice.
Quando mi si chiede se emigrare o meno, non invito a farlo.
Anzi, consiglio piuttosto di pensarci due volte, specie se si ha famiglia e figli. Non posso entrare nel merito delle singole motivazioni, occorre trovare interiormente l’energia per farlo: se questa manca, meglio lasciar perdere, altrimenti si riprepareranno i bagagli dopo pochi mesi.
Da un male (la crisi economica e la disoccupazione) ne è nato però un bene: si aveva bisogno da decenni di un confronto culturale intenso con altre realtà europee, come sta avvenendo ora, non solo in Inghilterra ed Irlanda, ma anche in Germania.
L’emigrazione è pertanto diventata, oltre che necessità, anche motivo di straordinaria crescita ed arricchimento professionale, di cui l’intera comunità infermieristica italiana potrà beneficiare, attraverso contributi – permettetemelo – come quello del mio modesto blog.
Il mio consiglio perciò è: se non avete valide alternative, non esitate a partire.
Magari ve ne pentirete, ma non avrete rinunciato ad una grande opportunità. 

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