È chiaro che non è chiaro a tutti

Facebook ha rivoluzionato il modo di concepire la discussione pubblica.
Prima di Facebook e dei suoi gruppi, gli infermieri avevano voce solo nelle assemblee di reparto o sindacali. I limiti alla possibilità di esprimere le proprie opinioni erano evidenti.
Online, al contrario, la libertà di parola è spinta quasi all’estremo, tanto che molti hanno da tempo sciolto le redini alla loro favella, scrivendo spesso senza filtri e rivelando la loro personalità.
Tutto ciò, però,  non ha cambiato le dinamiche collettive.
Anche nei gruppi Facebook spesso entrano in gioco gli “entusiasti”, gli “scettici”, i “moderati” ed i “provocatori”, questi ultimi definiti nel gergo di Facebook “trolls”, con terminologia mutuata dalle leggende nordiche.
Forse per stemperare con un tocco di mistero l’irritazione suscitata dai loro interventi, non so.
La più importante finestra per esaminare e comprendere queste dinamiche all’interno della professione infermieristica è sicuramente il gruppo Noisiamopronti, nato solo un anno addietro in risposta alla sospensione di nove medici da parte dell’Ordine di Bologna, accusati di aver autorizzato gli infermieri alla somministrazione di farmaci sulle ambulanze,  in regime di urgenza.
All’origine dell’autorizzazione vi erano invece Protocolli operativi adottati in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, che dunque aveva già preventivamente avallato il riconoscimento di competenze avanzate e speciaistiche degli infermieri, senza che ciò comportasse alcuna violazione di legge.
Anche su Noisiamopronti sono tanti gli entusiasti, gli scettici, gli arrabbiati.
Anche i trolls sono numerosi. Profondamente irritato dai suoi insistiti commenti sprezzanti, mi è personalmente capitato di scontrarmi, nei giorni scorsi, con un personaggio di origine straniera che, dall’alto della sua arrogante saccenza, liquidava sistematicamente gli infermieri italiani come “lecchini”, “servili”, capaci di contrastare gli attacchi alla professione infermieristica solo con un “silenzio mafioso”.
Non credo si senta il bisogno di gente come lui nel nostro Paese, per cui, vista la sua costante insoddisfazione, lo avevo invitato a fare i bagagli e tornare da dove era venuto.
Ovviamente suscitando la sua piccata reazione.
Da emigrato, mi permetto di criticare in modo costruttivo, mai di offendere la Nazione che mi ospita ed i suoi cittadini.
Sono e resterò un ospite.
Ma questo non era chiaro al mio interlocutore.
Il punto è che trovo deprimente constatare come, a fronte di un momento estremamente critico per la categoria infermieristica, segnato da carenze di organico negli ospedali ed una paradossale disoccupazione al di fuori di essi, da stagnazione dei salari e continui tentativi di svilimento delle competenze, ci si divida ancora in fazioni pronte a farsi la guerra l’una contro l’altra.
Diplomati contro laureati, studenti contro lavoratori, “eroi” che si immolano in Patria contro emigrati “fuggiti” all’estero, sostenitori del “prima l’aumento di stipendio, poi la valorizzazione professionale” e sostenitori del contrario. Ci manca solo lo scontro tra guelfi e ghibellini.
Si persiste nello stesso italico errore: non riconoscere che tutte le rivendicazioni della categoria troveranno soddisfazione solo quando si sarà realmente uniti.
Negli ultimi mesi l’Inghilterra è stata interessata dai continui scioperi dei junior doctors.
Si definiscono tali tutti i medici che in UK non hanno la qualifica di consultant, quest’ultimo paragonabile un po’ al nostro primario.
Le proteste sono tutt’altro che terminate e vertono sulle condizioni imposte dal Governo per il rinnovo del contratto della categoria, considerate estremamente peggiorative dai medici.
Lo sciopero ha interessato già anche i servizi d’urgenza ed ha costretto i consultant ad effettuare turni straordinari per coprire le vacanze.
Sono piovute lamentele? Tutt’altro. I consultant hanno spalleggiato la protesta.
Non ricordo invece uno sciopero degli infermieri (in Inghilterra come in Italia, si badi bene) e la protesta degli studenti infermieri di Firenze di alcuni giorni addietro può essere considerata un fatto eccezionale.
Eppure l’opportunità per scendere in piazza e lasciare gli ospedali e gli ambulatori ci sarebbe.
Basterebbe sospendere per un giorno tutti i servizi non erogati in regime di urgenza, ad esempio nelle sale operatorie, negli ambulatori, in comunità.
Un giorno di protesta che non pregiudicherebbe la salute di nessuno, ma farebbe pesare il ruolo della categoria professionale. Niente prelievi ematici, niente visite domiciliari, niente interventi chirurgici, se non urgenti e necessari. Lo hanno fatto i medici in Inghilterra e non è morto nessuno per questo, lo possono fare gli infermieri, in Italia ed in UK, dove però, al momento, ci sono meno ragioni per protestare (fatta eccezione per gli studenti, cui stanno tagliando sensibilmente le borse di studio universitarie).
Invece no.
Anche questo concetto non è chiaro, infatti gli infermieri non scioperano mai.
Perché sono precario ed il datore di lavoro potrebbe arrabbiarsi.
Perché tanto Renzi adesso aumenta lo stipendio di otto euro mensili.
Perché i sindacati non servono a niente e rubano pure loro.
Perché tanto è tutto un magna magna e allora magno pure io se posso.
Così si va avanti alla giornata, con stipendi di 1500 euro al mese dopo anni di lavoro in dure realtà di reparto, con master di specializzazione da migliaia di euro che non approdano ad uno sbocco lavorativo migliore, con contratti di lavoro nelle cooperative private mortificanti, e meno male che l’italiano lo parlano solo un po’ di rumeni e sudamericani, altrimenti sarebbe stato gioco facile, per datori di lavoro senza scrupoli, giocare al ribasso con chi non conosce il sistema sanitario ed i livelli salariali di una Nazione.
Sono molte, insomma, le realtà evidenti, ma che si vuole ignorare, nascondendole come la polvere sotto il tappeto.
La più evidente di tutte è che non esiste “guerra” giusta quando si sta sulla stessa barca, ma solo quando si fa fronte compatto contro chi “naviga su altre barche”.
Presto molti emigrati della recente ondata di questi ultimi anni inizieranno a tornare in Italia.
Chiunque li guardi con sospetto e gelosia sappia che si sbagliera’.
Perché, a parte qualche “pecora nera”, gli infermieri Italiani oriundi porteranno in Patria un bagaglio di conoscenze antropologiche, giuridiche, linguistiche (ovviamente), prima ancora che infermieristiche, impensabile per chi è rimasto in Italia, semplicemente perché non può conoscere una realtà che non ha mai vissuto in prima persona.
Questi “oriundi” saranno pronti a condividere conoscenze, esattamente come faccio io con il mio blog, da cui l’intera categoria potrà trarre spunto e giovamento, proprio come quando l’introduzione dell’istruzione universitaria ha incrementato – è un dato di fatto, piaccia o meno – il patrimonio di conoscenze in ambito manageriale, psicologico, legale.
Ulteriori cambiamenti sono alle porte ed un gruppo Facebook composto da 28.000 infermieri come Noisiamopronti non farà altro che orientare il timone verso la rotta corretta.
Non dimentichiamo che entro il 2020 circa 20.000 medici italiani andranno in pensione e saranno difficilmente rimpiazzati da altri, vuoi per gli effetti del numero chiuso nelle università, vuoi per il motivo, già accennato, relativo alla scarsa conoscenza della lingua italiana presso altri popoli, vuoi per i continui tagli al Sistema Sanitario Nazionale.
La soluzione più ovvia ed economica, come da decenni avviene in Inghilterra, sarà l’affidamento ad infermieri esperti della gestione di ambulatori che non richiedono prestazioni diagnostiche, dunque riservate alla competenza medica, ma che possono operare sulla base di protocolli operativi condivisi con i medici: penso ad un ambulatorio di diabetologia o vulnologia, mentre esistono già realtà di ambulatori stomatologici a gestione infermieristica.
In questi ambiti l’infermiere potrà davvero esercitare competenze specialistiche ed avanzate in completa autonomia, ma il riconoscimento economico e presso l’opinione pubblica arriveranno di pari passo solo se l’intera categoria continuerà a crescere e lottare in modo compatto.
Smettiamola di giocare ai guelfi e ghibellini.

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