Walk e charities

Approfittando di una minima tregua in una serie estenuante di turni di lavoro, ritorno a pubblicare su questo blog.
In UK le direttive europee in materia di lavoro, che hanno previsto dalla fine di Novembre 2015 l’obbligo in tutta l’Unione Europea di rispettare le 11 ore consecutive di lavoro nelle 24 ore giornaliere (e hanno costretto l’Italia ad abrogare la norma di deroga che esponeva da anni il personale sanitario a turni massacranti), sembrano – sembrano! – essere serenamente ignorate, ma questo è un argomento di cui mi occuperò a breve.
La scorsa domenica mi sono invece lasciato convincere . nonostante fosse il miomunico giorno di riposo – ad aderire ad una manifestazione di beneficenza organizzata dal mio ospedale, la Moorfields Eye to Eye Walk.
Si trattava di una camminata nel centro di Londra, organizzata per la raccolta di fondi a sostegno della charity, ovvero dell’associazione di beneficenza dell’ospedale, la Moorfields Eye Charity, per l’appunto.


Il fundraising, ovvero la raccolta fondi, in Inghilterra è una “industria” di proporzioni inimmaginabili in Italia e le charity più importanti raccolgono milioni di sterline organizzando eventi come quello cui ho partecipato.
Ogni ospedale, ogni associazione di persone sofferenti di una specifica patologia od aventi un particolare disagio sociale (veterani di guerra, ex alcolisti, ecc.) possono far riferimento ad una propria charity. Pubblicità relative a manifestazioni a sostegno di una particolare iniziativa si ritrovano costantemente sui mass media.
Solo il mio ospedale, che è di piccole dimensioni rispetto ad altri qui a Londra, conta due charities, la Moorfields Eye Charity e Friends of Moorfields.
Entrambe organizzano eventi di ogni tipo, tutto l’anno: mostre, mercatini, lotterie, camminate, corse ciclistiche. Anche loro, come molte altre charities nel Regno Unito, hanno un proprio shop, cioè un negozio, in cui generalmente si vende merce usata (le più grandi hanno addirittura catene di negozi).
In Inghilterra l’involvement, cioè la partecipazione a questi eventi – così come la raccolta e la donazione di somme di denaro talvolta davvero ingenti, ovvero il fundraising, è davvero sentita e costituisce elemento di importante aggregazione anche all’interno dello staff di una organizzazione, tanto che diversi miei colleghi, medici ed infermieri, hanno preso parte alla camminata.
Probabilmente – ma è solo una mia opinione – questo coinvolgimento è tipicamente frutto della mentalità anglosassone, nella quale è richiesto un grande impegno caritatevole in favore di chi è meno fortunato di noi.
L’aver partecipato alla Moorfields Eye to Eye Walk mi ha davvero entusiasmato: ho visitato luoghi di Londra che non avevo mai visto finora, angoli davvero suggestivi, sotto un sole primaverile splendente, con me oltre 750 partecipanti.
Buona parte del percorso – dopo la partenza dall’ospedale – si snodava lungo il Regent’s canal, uno dei luoghi più affascinanti della città che abbia mai visto, per proseguire ad Hyde Park e poi nel centro di Londra, fino a Westminster ed al London Eye. Eye to Eye, di qui il nome.
Al termine della camminata, rinfreschi e gadget per tutti i partecipanti a bordo di due battelli sul Tamigi.

Piccolo particolare da non trascurare: l’evento prevedeva due camminate diverse, la prima di 4 miglia (circa sei chilometri e mezzo) e l’adesione richiedeva il pagamento della somma di 12 sterline, la seconda ben 14 (ovvero 22 chilometri e mezzo!) ed il pagamento di 18 sterline.
Indovinate a quale delle due sono stato convinto a partecipare?
Nonostante la stanchezza, credo tuttavia che ripetero’ l’esperienza l’anno prossimo.
Durante le 5 (eh, si’) ore di percorrenza del tragitto, comunque mi tornava costantemente in mente una domanda: quante di queste manifestazioni si riuscirebbero ad organizzare in Italia? Quante persone sarebbero disposte a camminare per un così lungo percorso, per giunta non gratuitamente, ma dopo aver versato una somma – non irrisoria – per aderire?
Non molte, credo. Questione di cultura… 

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