L’arrivederci dell’emigrante

E’ inverno, ma fa caldo. La calca della folla all’imbarco rende l’aria quasi asfissiante, vorrei togliere il giaccone ma so che poi devo tenerlo in braccio per un bel pezzo e le mie mani sono gia’ occupate a portare la valigia ed altre mille cose che non riesco mai a metterci dentro. Sono troppo pigro per riaprirla e comunque il passaporto e la carta d’imbarco mi servono, li dovro’ mostrare piu’ di una volta. Il varco della dogana e’ l’ultimo ostacolo prima di approdare al mare della tranquillita’ del gate, dove forse potro’ prendermi un caffe’, mordere un panino, dare un’occhiata a qualche libro. Sono in anticipo, come sempre. Non voglio correre, non voglio contare nervosamente i secondi per riuscire ancora una volta a prendere quell’aereo che ogni volta maledico perche’ mi separa dalla mia terra e dai miei cari e al tempo stesso benedico perche’ mi sta riportando nel Paese dove ho trovato lavoro. Un buon lavoro, quello che sognavo disperatamente di avere a casa mia e che invece non ho mai avuto. Certo, potevo rimanere nella mia Nazione e continuare a cercare. Certo, potevo tentare ancora. Ma il tempo scorre. Il lavoro nobilita l’uomo, si dice. E’ vero. Non solo. Il lavoro rende uomini, perche’ permette di compiere le scelte che solo la liberta’ economica di uno stipendio sicuro puo’ dare. I soldi forse non rendono felici, ma senza la certezza di una busta paga a fine mese si e’ deboli, insicuri, facilmente soggiogabili. In una parola, brutte persone. Anch’io lo ero. Avevo bisogno di diventare – e presto!- un adulto. Forse e’ questo che mi ha spinto a partire, come tanti altri.
Non sono piu’ un ventenne che vuole “fare esperienze”, non sentivo il bisogno di conoscere realta’ diverse da quella italiana per poi tornare a casa se mi stufavo. Sono un uomo che voleva essere considerato tale. Sono partito per restare. Per tutto il tempo necessario.
Al varco passo presto, ormai sono un esperto nell’abbreviare i tempi ed evitare di portare tutto quello che puo’ causarmi problemi al controllo. Anzi, a volte sono costretto ad imbarcare inutilmente vestiti, ho scoperto che una valigia vuota desta sospetti, hai voglia a spiegare che stai tornando a casa tua per riempirla e non per svuotarla.
Sono nella sala d’attesa. Da adesso in poi sono solo.
I miei cari li ho gia’ salutati. Devo ingegnarmi a trovare un modo per rientrare, prima o poi. Loro per me ci sono sempre stati quando avevo bisogno, se arrivera’ il momento voglio ricambiarli. Il tempo passa per tutti.
Gli ho fatto ciao con la mano appena dopo il varco e li ho guardati un’ultima volta. Mi sono mostrato sereno e determinato come sempre, non voglio che mi vedano triste o preoccupato. Per ora reggo. E’ piu’ facile lasciare che essere lasciati, si soffre meno. Non ci credevo, ma e’ cosi’.
Cerco di far passare il tempo, l’attesa e’ noiosa ed alle volte carica d’ansia, specie quando non vedo l’ora di mettere fine all’agonia e vedo che sul tabellone non compare il numero del gate. Maledizione, che succede? Il meteo avverso? L’aereo ha un guasto? Cavoli, non fanno mai sapere niente se non all’ultimo momento.
Ma oggi pare tutto tranquillo.
Non ho piu’ fame comunque, prendo solo un caffe’.
Mi siedo, cerco di stare un po’ comodo. Alzo lo sguardo. Razze e lingue diverse, valigie identiche. Qualcuno chiacchiera in italiano, tanti in inglese. Mi domando perche’ diavolo abbiano deciso di partire da un piccolo aeroporto di periferia come il mio. Sembra che tutti gli stranieri della citta’ si siano radunati per prendere il mio volo. Non li voglio vedere, mi fanno credere di essere gia’ in terra straniera, in quel posto dove – qualunque cosa pensi o provi – dovro’ esprimerla con parole diverse da quelle con cui sono cresciuto. Tanto e’ inutile, con la mia fortuna finiro’ comunque con lo stare seduto accanto a qualcuno che di sicuro non e’ italiano e della cui provenienza talvolta non ho la minima idea.
Dai, non importa, hanno chiamato il volo. Meno male, vuol dire che non manca molto. Un ultimo controllo ai passaporti e si sale a bordo. O meglio ci si pressa nei soliti scomodissimi sedili del volo low cost dallo schienale dritto e dallo spazio calcolato per far soffrire gli spilungoni come me, che se cercano di sdraiarsi un po’ devono girare le gambe di lato, pressando le ginocchia contro il duro tavolino, mentre se vogliono stendere le gambe devono rimanere con la schiena ritta come se fossero di vedetta. Un confessionale mi sarebbe piu’ comodo, almeno li’ sto in penitenza senza pagare.
Pazienza, si parte. Hostess e steward ballano la strana danza delle istruzioni per le situazioni di emergenza. Non le ascolto, le conosco gia’. L’unica istruzione da ricordare e’ non farmi prendere mai dal panico. Spero di non mettermi mai alla prova.
La pista e’ pronta. L’aereo prende velocita’ ed il rombo dei reattori precede lo stacco da terra.
Le luci della mia citta’ sotto di me sfavillano nella fredda aria invernale. L’ultimo arrivederci al suo figlio che la lascia ancora una volta e che non si rassegnera’ mai a dirle addio.
Scorre la vita, scorrono le persone nella mia mente. Si stringe il cuore, gli occhi si inumidiscono. Resisto. Anche se fa male. Mi sforzo di pensare che non ho detto addio, ma arrivederci. L’ennesimo. La lacrima non scende. Mi calmo. Nessuno mi nota. Meglio cosi’.

4 pensieri su “L’arrivederci dell’emigrante

  1. Non preoccuparti, una volta atterrati dopo un pò passa…Londra e l'Inghilterra contano così tanti italiani che alle volte bastano davvero un “Buongiorno!” od un espresso per farti sentire meglio. Quando si emigra per fare il lavoro che si ama, poi, sopportare tante cose diventa più leggero. In bocca al lupo anche a te.

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