British, Cockney e Jargon

Quando si emigra in un Paese straniero il primo scoglio da superare è, prima ancora della lontananza dai propri affetti, la conoscenza della lingua del posto. Nel caso dell’inglese molti Italiani lo studiano a scuola e lo masticano abbastanza grazie alle canzoni ed ai mass media.
Quando si arriva in Inghilterra, tuttavia, la musica (giusto per rimanere in tema) è un’altra e l’inglese scolastico spesso (anzi quasi mai) è sufficiente per una immediata comprensione del proprio interlocutore. La cadenza adottata, nonchè termini ed espressioni colloquiali lasciano spesso a bocca aperta l’italiano che inizia a lavorare con gli Inglesi. Ovviamente è vero il contrario: come reagirebbero i sudditi della Regina che hanno appreso l’Italiano all’Università (e sono tanti, per varie ragioni, legate soprattutto all’arte ed alla musica classica) di fronte ad un ventenne che gli intimasse: “scialla!”?
Per un professionista sanitario che lavora a Londra, inoltre, la faccenda si complica ulteriormente per una serie di ragioni: in primo luogo, nella capitale britannica quasi metà della popolazione non è British, ma viene dalle ex-colonie di Sua Maestà la Regina (Her Majesty the Queen) o comunque da altri Paesi. Qui si incontrano individui di almeno duecento nazionalità! 
Londra è quindi un crogiuolo di razze, nazionalità, accenti. Alcuni di questi, credetemi, trasformano l’inglese in un impasto linguistico in cui le regole della pronunciation vanno a farsi benedire.
Ricordo che alcune settimane fa chiesi nel mio reparto ad una donna delle pulizie (di cui non citerò l’origine), che era in pausa, a che ora sarebbe rientrata al lavoro, poichè mi occorreva che mi svuotasse alcuni cestini in una camera. Lei mi rispose: “Uen”. Credendo mi stesse chiedendo “When” (quando), le risposi “Now!” (ora). Lei ripetè: “Uen”, indicandomi stavolta l’orologio alla parete.
A quel punto alcuni miei colleghi lungimiranti, o forse semplicemente dotati del traduttore universale simultaneo di Star Trek, mi fecero capire che stava dicendo “One”.
Non occorre che ne trascriva la pronuncia.
Nè che vi descriva la mia espressione attonita.
Esempi come questi sono all’ordine del giorno e sono più frequenti con persone provenienti da specifiche aree geografiche, la cui cadenza risulta davvero ardua alle orecchie di un italiano (talvolta mi domando anche quanto sia comprensibile il nostro accento ad un inglese), ma occorre tenere presente che anche i britannici parlano la loro lingua con inflessioni diverse.
Ho personalmente sperimentato che la cadenza scozzese o quella di Newcastle, nel Nord del regno Unito, mi fanno sudare ancora – a distanza di un anno – le proverbiali sette camicie, ma anche il Cockney londinese mi è ancora praticamente incomprensibile.
Un infermiere italiano in Inghilterra, inoltre, deve considerare che non solo il suo lavoro sarà scandito dal contatto con decine di persone (a meno che non lavori in una Unità di Terapia Intensiva), ma che molte di queste saranno anziane, per cui, se da una parte si esprimeranno con maggiore lentezza, dall’altra capiranno con più difficoltà il nostro inglese “broken” (arrangiato) dei primi tempi ed impiegheranno spesso espressioni cadute in disuso: dopo quanto tempo essere emigrati in UK si impara che “to spend a penny in the loo” significa “fare la pipì al bagno”?
Viceversa, quando capita di assistere pazienti giovani le espressioni gergali cambiano radicalmente e capiterà che vi chiedano se in reparto esista un distributore automatico di “fizzy”, ovvero di bevande gassate.
Ogni buon professionista sanitario immigrato nel Regno Unito dovrà poi fare i conti con il famigerato jargon, ovvero il gergo sanitario, che in UK prevede oltretutto l’impiego massivo di acronimi diversi a seconda della specializzazione clinica.
Esiste (e si ritroverà nella cartella sanitaria) praticamente un acronimo per ogni patologia, esame clinico o Dipartimento.
Da ultimo, i nomi dei farmaci: divertitevi a provare a pronunciare in inglese Ceftriaxone o Bendroflumethiazide!
L’affiatamento con questa terminologia richiede infinita pazienza, da parte del neo assunto ma anche del personale più esperto. Posso ritenermi fortunato ad avere avuto colleghi sempre disponibili in tal senso. Oggi mi diverto a riferire loro che l'”obs is fine”, ovvero che la rilevazione dei parametri vitali è soddisfacente.
In conclusione, l’emigrante vive una serie di fasi di adattamento nel processo di integrazione linguistica: si impara dapprima a comprendere l’inglese parlato da altri stranieri, più lento ed elementare, anche se – come detto – alle volte l’accento crea non pochi patemi di comprensione e fraintendimenti; in seguito si apprende l’inglese chiaro e limpido come acqua cristallina degli anziani, quello che si ascolterebbe per intenderci in un film di 50 anni fa od in un telegiornale; da ultimo si affina la conoscenza dell’inglese formale e si familiarizza con quello gergale e colloquiale.
Nel frattempo anche il nostro accento si perfeziona e si camuffa progressivamente con quello locale, pur differenziandosi inevitalìbilmente da questo.
Un’ultima considerazione, se espatriate o anche solo venite in vacanza in Inghilterra: non abbiate paura delle figure barbine.
Tanto ne farete comunque a palate, specialmente con i “false friends”, quelle parole che suonano simili a quelle usate nella lingua italiana ma che in inglese hanno un altro significato.
Anch’io ho suscitato ilarità sostenendo che un paziente in reparto potrebbe scivolare sul pavement (marciapiede) piuttosto che sul floor (questo sì che significa pavimento!).
Un breve aggiornamento a questo articolo: a partire dal 18 Gennaio 2016 l’NMC, ovvero il Collegio infermieri inglese, ha introdotto come requisito per le nuove iscrizioni di tutti gli infermieri overseas, quindi anche italiani (prima era obbligatorio sono per gli extracomunitari), il superamento del test linguistico IELTS con un punteggio pari ad almeno 7.0. Considerate le difficoltà che ho affrontato e la necessità di comunicare in un buon inglese soprattutto in ambito sanitario, condivido l’introduzione di questo requisito; vedremo con il tempo in quale misura ciò costituirà una barriera all’afflusso di nuovi colleghi dallo Stivale.  

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