L’impianto di iride artificiale, l’ultima (sciagurata) frontiera della chirurgia estetica oftalmica.

Quando vi specchiate i vostri occhi fangosi (come i miei!), vi deprimono?

Sognate occhi color lago di montagna come quelli della ragazza in foto (nessun Photoshop, garantisco!)?

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Avete magari provato a comprare in passato un paio di lenti a contatto colorate, ma le avete trovate scomode ed ingombranti?

Potete sempre pensare di farvi impiantare una protesi dell’iride.

A patto di correre il rischio di diventare ciechi.

Ho introdotto la tematica in parte esagerando e scherzando, ma sappiate che gli impianti per la correzione permanente del colore dell’iride esistono davvero e costituiscono, nel campo della chirurgia estetica oftalmica, una nuova frontiera, con migliaia di casi già documentati ed anche – purtroppo – numerosi episodi di gravi complicazioni legate a questa procedura, benché, allo stato attuale, non esistano ancora robusti studi di lunga durata.

Le protesi dell’iride non costituiscono affatto una novità e nelle strutture pubbliche sono impiantate, con buoni risultati in termini di recupero dell’acuità visiva e della qualità di vita, per la correzione di alcune anomale congenite o traumatiche come il coloboma o l’aniridia, che consistono, essenzialmente, nell’assenza di alcune porzioni dell’iride o dell’intero organo.

Considerando che stiamo parlando di un muscolo la cui rapidissima capacità contrattile e di rilassamento permette di adattare, in frazioni di secondo, il diametro della pupilla alle condizioni di luminosità presenti nell’ambiente esterno, capirete che incredibile disagio possano affrontare le persone che vivono con il coloboma o l’aniridia, anche in presenza di una debole sorgente di luce.

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Immagine di un paziente con coloboma.

Qui di seguito potete vedere il video di un ragazzo affetto da aniridia, che descrive la sua condizione. Il video è in inglese, perché, purtroppo, non ho trovato nulla in italiano.

Questi pazienti, pertanto, beneficiano moltissimo di una protesi artificiale dell’iride, la quale, comunque, non avrà mai la potenzialità di contrarsi ed espandersi come quella naturale, ma diminuirà moltissimo i disagi collegati all’impossibilità di adattamento alle condizioni di luminosità.

Anche gli impianti per scopi terapeutici, come nelle ipotesi descritte, sono tuttavia piuttosto rischiosi e le statistiche documentano, nel post-intervento, un 75% di casi di aumento della pressione intraoculare.

Spiegherò la ragione e la pericolosità di questa evenienza in poche, semplici parole.

Nella parte anteriore dell’occhio, situato nell’angolo tra l’iride e la cornea (il cosiddetto angolo irido-corneale), vi è un sistema, sofisticatissimo e delicato, di drenaggio dei fluidi oculari.

Qualunque ostacolo a questo sistema implica un innalzamento della pressione intraoculare, che, se protratto, può sfociare, per meccanismi ancora oggetto di studi, in un danno – permanente – del nervo ottico: si tratta della patologia denominata glaucoma, molto diffusa ed – ahimè – ancora causa di cecità in milioni di persone in tutto il mondo.

La protesi in silicone viene chirurgicamente posizionata proprio nel cosiddetto angolo irido-corneale, andando non solo ad ostruirlo parzialmente, ma causando anche un danno meccanico permanente dell’iride, con dispersione del pigmento (le cellule che conferiscono al muscolo il suo colore). Dove finisce questo pigmento? Esatto, sempre nel sistema di drenaggio, che verrà quindi ulteriormente ostruito fino a bloccarsi, un po’ come quando si gettano rifiuti a caso nello scarico del wc.

Oltre al glaucoma, comunque, l’aumento dei fluidi intraoculari può determinare anche edema e decompensazione della cornea, cataratta precoce, nonché infiammazione di un altro tessuto intraoculare, l’uvea (parlo dell’uveite, patologia abbastanza comune e piuttosto dolorosa).

In tutti i casi di complicazioni legate all’impianto di protesi cosmetica dell’iride descritti nella letteratura scientifica (finora ne sono stati riportati diverse decine), è stata necessaria la rimozione chirurgica della protesi medesima ed in alcuni l’edema della cornea è risultato permanente e si è dovuti pertanto ricorrere al trapianto di un nuovo tessuto.

In molti pazienti non è stata più recuperata una normale acuità visiva.

Invito quindi ancora una volta tutti i miei lettori a pensarci anche mille volte prima di intraprendere qualunque procedura estetica sul proprio corpo, valutando attentamente rischi e benefici e comunque seguendo l’antico adagio che recita: “non cambiarlo se non è rotto”.

Un recente e molto interessante caso di complicanze legate all’innesto di protesi cosmetica dell’iride è descritto proprio da alcuni specialisti del Moorfields Eye Hospital ed è liberamente consultabile a questo link:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4528717/.

E’ – ovviamente – in inglese, ma se vi prendete la briga di leggerlo scoprirete quanti trattamenti sono stati necessari per salvare la vista della paziente protagonista del caso.

 

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