Storia dell’assistenza infermieristica. 1.Santa Dinfna e la prima comunità psichiatrica aperta del mondo.

Una premessa è d’obbligo. Non considero l’infermieristica una disciplina od un arte (come sosteneva la Nightingale), bensì una scienza, fondata su sperimentazioni ed evidenze.

Gli infermieri non sono missionari animati dal sacro fuoco della vocazione, bensì professionisti stipendiati (male). 
Ne ho già parlato in un mio post (poi pubblicato su Nurse Times di recente) nel maggio 2016, lo ripeto in questo. 
Appuntate queste considerazioni, la storia ci tramanda straordinari esempi di assistenza ai malati, legati a personaggi che spesso oggi sono considerati Santi, in quanto fino a non tanto tempo addietro l’assistenza ai malati ed ai bisognosi era realmente appannaggio di persone investite di una vocazione religiosa. 
La scienza medica, oltretutto, era ben lontana dal tracciare una linea netta di confine tra chi era realmente affetto da patologie e chi era invece semplicemente bisognoso di quelle che oggi definiremmo cure “sociali”: un pasto caldo, vestiti puliti, un giaciglio in cui riposare al riparo dalle intemperie. 
Malati e barboni venivano accolti tutti insieme nei lazzaretti di manzoniana memoria, dove solo uomini (e donne) di Chiesa si prestavano ad assisterli, supportati da “collaboratori” di infimo rango sociale, come prostitute e vagabondi. 
Toccare il corpo, la pelle, il sangue, le secrezioni biologiche di un altro essere umano era infatti considerato estremamente degradante ed era un compito rifiutato da quasi tutti.
E’ per questa ragione che le vite dei Santi e l’evoluzione della medicina e dell’assistenza infermieristica spesso si incrociano e procedono a braccetto, attraverso affascinanti vicende che talvolta presentano significative ripercussioni nel presente. 
Navigare nel passato, alla riscoperta di queste persone e di questi eventi è un’avventura affascinante, che comincerò oggi, narrando una vicenda praticamente sconosciuta in Italia. 
Quella di santa Dinfna (o Dimpna) è in realtà una leggenda, risalente al VII secolo e tramandata nella tradizione orale e nel folklore locale, fino a confluire in una agiografia redatta tra il 1238 ed il 1247 da un canonico della Chiesa di Sant’Auberto a Cambrai, nell’attuale Belgio, di nome Piero.
Narra il sacerdote che Dinfna era una giovane irlandese figlia di un re pagano, tale Damon, e di una bellissima ed ignota donna cristiana. Dinfna fu battezzata ed istruita all’insegnamento cristiano da un prete di nome Gerebernus, o Gerberno, secondo altre traduzioni.

Alla morte della madre di Dinfna, Damon cercò disperatamente una nuova moglie, senza riuscire tuttavia nel suo intento. Verosimilmente sofferente di disturbi mentali, indubbiamente acuiti dalla scomparsa della moglie, Damon cercò di rimpiazzarla con la figlia, in un incestuoso tentativo di alleviare le sue sofferenze.
Dinfna riuscì tuttavia a fuggire nel continente europeo, aiutata da Gerebernus, sino a sbarcare nel porto belga di Anversa, per muoversi di lì verso la città fiamminga di Geel (o Gheel), sperando di trovare un sicuro nascondiglio nei boschi che la circondavano.
Damon si mise tuttavia a caccia dei due fuggitivi, riuscendo ad individuarli grazie ad una intuizione: si vide infatti rifiutare da un oste belga alcune monete, sostenendo che fossero difficili da cambiare.
Il fatto che un taverniere di villaggio riconoscesse una valuta irlandese fece insospettire il re pagano, che infine trovò Gerebernus e Dinfna presso la Cappella di San Martino a Gheel, dove, travolto dalla sua cieca e folle furia, decapitò dapprima il prete, poi la figlia, che non voleva saperne di piegarsi agli istinti lussuriosi del padre.

Godfried Maes, La decapitazione di Santa Dinfna.

Fin qui la commovente e breve esistenza di una quindicenne trucidata da un genitore impazzito, una vicenda che si può leggere anche nella pagina Wikipedia a lei dedicata e nel Martirologio della Chiesa Cattolica romana, che la commemora il 30 maggio di ogni anno.
In quanto Santa, tuttavia, la storia di Dinfna non finisce qui, mentre inizia quella dei suoi miracoli.
Nel luogo dell’omicidio, infatti, iniziarono col tempo a susseguirsi prodigi, sino all’evento eccezionale della guarigione di tutti i malati mentali nel giorno della traslazione delle sue probabili reliquie all’interno del Santuario che ancora oggi ospita il suo cenotafio (monumento funebre) a Gheel.
Un miracolo che viene per l’appunto ricordato nell’agiografia di Piero di Cambrai e che ha reso da allora Dinfna, o Dimpna, Santa protettrice di tutti i pazienti psichiatrici ed affetti da patologie neurologiche, degli operatori sanitari specializzati (psichiatri, infermieri psichiatrici) e dei luoghi dove questi pazienti vengono curati ed assistiti.
La giovane è stata anche dichiarata patrona delle principesse (quante di loro hanno vissuto esistenze tristi e luttuose!), delle vittime d’incesto e stupro, e viene invocata in caso di perdita dei genitori e per ritrovare la felicità in famiglia.
Con la diffusione della notizia dei prodigi ad essa legati Gheel divenne rapidamente un importante centro di pellegrinaggio, dove i fedeli, affetti da patologie psichiatriche o neurologiche, come l’epilessia (allora, ahimé, si buttava tutto nel grande calderone della “pazzia”), strisciavano o camminavano in ginocchio per nove volte sulla tomba contenente le probabili reliquie della Santa. Altre fonti riportano che ai pazienti si appendeva al collo una sorta di collana, con un mattone riportante l’iscrizione di era preromanica “MA DIPNA”.
Tutti questi rituali venivano ovviamente compiuti nella speranza di ottenere la grazia e la guarigione dalla propria patologia, ma le aspettative nei confronti di un miracolo della Santa resero in breve l’afflusso dei pellegrini nella piccola cittadina di Gheel insostenibile; nonostante l’edificazione, già nel 1286, di una casa di accoglienza, trasformatasi poi in un vero e proprio istituto psichiatrico, la città divenne in breve ricettacolo di migliaia di pazienti, che finivano col trascorrere le loro giornate di pellegrinaggio nelle strade, con tutte le problematiche di igiene e di ordine pubblico che ne potevano conseguire.
Le autorità di Gheel adottarono allora una decisione rivoluzionaria: chiesero ed ottennero dagli abitanti di concedere ospitalità ed assistenza ai pellegrini. Ciò rese la cittadina fiamminga la prima grande comunità terapeutica psichiatrica aperta al mondo, in un’epoca che non conosceva ancora neppure i manicomi.

Un’immagine della cittadina di Gheel. 

La sperimentazione fu efficace, tanto che ancora oggi Gheel è il più grande esempio di casa famiglia, anzi di città famiglia, al mondo: secondo quanto riportato dalla pagina Wikipedia, si calcola che attualmente circa un migliaio di pazienti psichiatrici, su 35.000 residenti, prendano parte attivamente alla vita sociale del Paese, lavorando e svolgendo iniziative di volontariato, per andare poi a dormire (perlomeno, la maggior parte di loro) nell’istituto psichiatrico sorto accanto alla Cappella, poi divenuta nel 1749 Santuario, di Santa Dinfna.

Il santuario di Santa Dinfna nella cittadina fiamminga. 

Una giovane che, con la sua triste vicenda, ha tuttavia costituito, nei secoli, uno straordinario modello di riferimento per proteggere, assistere ed in definitiva rendere meno infelice l’esistenza di tante altre persone ancora oggi troppe volte emarginate e costrette perciò a vivere ancora più sofferenze di quelle legate alla propria patologia.
Proprio nel 2016, Santa Dinfna è tornata all’attenzione delle cronache inglesi, per una singolare iniziativa dei vescovi locali: il Blue Monday, il lunedì della terza settimana di Gennaio, è considerato dagli studiosi il giorno più triste dell’anno. I clerici hanno pertanto lanciato una serie di iniziative di preghiera e volontariato per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della depressione, dedicandola proprio alla giovane irlandese.
Per chi volesse saperne ancora di più, invito alla lettura di questo interessante blog: https://unapennaspuntata.com/2011/05/30/santa-dinfna/

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