Decido io cosa fare del mio corpo: un interessante caso di cronaca inglese

Viviamo in un’epoca di dilemmi etici.
Un’epoca nella quale vecchio e nuovo si fronteggiano, in cui nuove concezioni etiche e radicati dogmi, ostaggio di una teologia che fatica ad adattarsi ai tempi moderni, si scontrano in una lotta che è ben lontana dal trovare un armistizio. 
L’Italia è e resterà per tanto tempo ancora un Paese cattolico, spesso ostaggio di un’ingerenza pesante delle gerarchie religiose su problematiche laiche, ma i dilemmi sul fine vita, sul diritto a scegliere come decidere di vivere e di morire, come decidere di curarsi o non curarsi e cosa fare del proprio corpo sono vivi oggi più che mai, sebbene anche avvelenati, presso l’opinione pubblica, da estremismi figli di una profonda ignoranza. 
Diritto alla “dolce morte”, ovvero all’eutanasia od al suicidio assistito (si veda il recentissimo caso del Dj Fabo), diritto all’aborto (si veda il recentissimo caso della decisione del San Camillo di Roma di assumere solo ginecologi non obiettori, da impiegare nel servizio di interruzione di gravidanza), diritto a scegliere di non essere vaccinati (anche questo è un diritto, ma ne riparleremo più avanti), sono temi che fanno discutere la Nazione e finiscono sui titoli dei giornali ed in Parlamento. 
Dove vengono messi in un cassetto e volutamente dimenticati, ma questa è un’altra storia. 
Proprio in questi giorni arriva dall’Inghilterra un caso che invita a far riflettere proprio sulla necessità non solo di trovare, ma talvolta anche di applicare correttamente le regole che definiscono la libertà degli individui di decidere cosa fare del proprio corpo e della propria salute. 
I fatti in breve.
Una giovane donna si rivolge ad un noto medico londinese. E’ insoddisfatta da anni dell’aspetto dei propri genitali. Sì, avete capito bene. Ha già subito un intervento, ma vuole una nuova labioplastica vaginale. L’intervento comporta anche la mutilazione del clitoride. Il medico, che è anche professore universitario, asseconda la paziente. Un altro chirurgo esegue l’intervento. Tutto bene. 
Il caso viene pubblicato da due medici (entrambi uomini) nel 2011 su una rivista specialistica. 
A questo punto scoppia il finimondo. 
Un altro chirurgo (donna) legge l’articolo e non la prende bene. 
Denuncia i due medici per aver violato la legge inglese sulle mutilazioni genitali femminili, legge introdotta per rendere illecita, anche in ambiente ospedaliero, una pratica tradizionale ancora oggi estremamente diffusa specie nell’Africa subsahariana, che viene praticata su milioni di bambine, generando enormi sofferenze, traumi, infezioni, morti.
La legge prevede che la mutilazione dei genitali sia ammissibile solo in casi in cui l’intervento sia motivato da ragioni di salute o psicologiche.  
Seguono tre anni di indagini sulla vicenda. 
E’ interessante l’accenno al genere dei soggetti coinvolti, perché sembra quasi che sia stata condotta una battaglia di solidarietà femminile contro due macellai colpevoli di avere circuito un’incapace. 
E invece no. La paziente era una donna istruita, nel pieno delle sue facoltà mentali, che viveva da anni un forte disagio psicologico legato all’aspetto delle sue parti intime e che aveva firmato un consenso pienamente informato. 
Il magistrato incaricato dell’inchiesta decide infatti, alla fine, di archiviarla. 
Il chirurgo donna che aveva lanciato l’accusa non la prende bene. Di nuovo. 
L’accusato risponde sostenendo invece che la denuncia era ridicola e che la mutilazione genitale femminile è una pratica condotta contro la volontà dei soggetti. In questo caso, invece, era stata la stessa paziente a scegliere liberamente. Una terapia psicologica magari avrebbe aiutato, ma chi lo può dire? Ora questa giovane donna, insoddisfatta dell’aspetto della propria vulva, probabilmente vive una vita sociale e sessuale più serena.

Per chi volesse saperne di più, qui di seguito il link all’articolo (in inglese, ovviamente): http://www.standard.co.uk/news/health/doctor-cleared-over-fgm-says-women-should-be-free-to-have-intimate-surgery-a3477941.html
Al di là dei risvolti pruriginosi della vicenda, il caso è emblematico.
La legge, sia italiana che inglese, già prevede la libertà di scelta in molti casi. Si può scegliere di non vaccinarsi, anche contrastando decenni di evidenze scientifiche, Si può perfino decidere per i propri figli. E su questo punto non sono d’accordo, perché se vuoi giocare col fuoco, negando decenni di evidenze scientifiche, non vedo perché sulla brace ci debba camminare anche tuo figlio. 
Mi ricordo che quando svolgevo tirocinio in Rianimazione capitavano spesso pazienti che esprimevano il rifiuto alla tracheostomia. 
Si possono eseguire mille tipologie di interventi estetici, anche deturpanti. 
Eppure di fronte a certi argomenti noi tutti, come cittadini, pazienti od operatori sanitari, troviamo dei muri. Muri di pregiudizi, piuttosto che di complessità delle tematiche. 
Gli Italiani non sono ancora maturi per un confronto ed una soluzione di certi argomenti, ci si accapiglia ancora fra fascisti e comunisti quando si discute di politica, figuriamoci se non ci si divide tra pii cattolici e seguaci del demonio quando si discute di eutanasia od aborto, diritto alla sospensione delle cure, interruzione dell’accanimento terapeutico, testamento biologico o come diavolo altro si voglia definire questa problematica.
Eppure basterebbe seguire un filo rosso, che accomuna tutti: la libertà dell’individuo di scegliere. 
Sono già tutti d’accordo su questo, laici e cattolici: non sono forse gli scopi dell’agire umano, nella religione cristiana, fondati sul libero arbitrio? Eppure lo si dimentica spesso, quasi sempre.
Sono piuttosto lieto, in quanto operatore sanitario, impegnato nel’assistenza alla persona, che il nuovo Codice deontologico, al momento in discussione (a proposito, potete commentarlo liberamente andando sul sito Ipasvi, vi invito a farlo), lasci ampia libertà di azione all’infermiere, che può uniformare la propria condotta ai suoi principi etici ed a quelli dell’assistito, come si evince dalla bozza del nuovo articolo 6: “L’infermiere si impegna a sostenere la relazione assistenziale anche qualora la persona manifesti concezioni etiche diverse dalle proprie. Laddove la persona assistita esprimesse e persistesse in una richiesta di attività in contrasto con i principi e i valori dell’ infermiere e/o con le norme deontologiche della professione, si avvale della clausola di coscienza rendendosi garante della continuità assistenziale“. 
Un bel passo in avanti rispetto al vecchio Codice, che invece vincolava l’infermiere a farsi “garante delle prestazioni necessarie per l’incolumità e la vita dell’assistito” (art 8), costringendolo quindi ad insistere anche nell’accanimento terapeutico.
Mentre il dibattito e la presa di coscienza dell’opinione pubblica proseguono, mando un grande abbraccio a tutti quelli che vivono una vita di sofferenza quotidiana per sé ed i propri cari e non sono ancora liberi di scegliere. 
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