Un infermiere italiano nella tempesta del Brexit

“Santo cielo. E adesso?”. Poi fine. Nient’altro. 
Nessuna parola, solo pensieri confusi e contorti. 
Per parecchi minuti. 
Questa la mia prima reazione, mentre leggevo sullo smartphone il messaggi di un collega che mi comunicava il risultato del referendum sul Brexit, all’alba del giorno in cui e’ diventata ufficiale la clamorosa, storica, drastica decisione della Gran Bretagna di abbandonare l’Unione Europea.
“E adesso?” Questa la prima reazione anche dei miei contatti Facebook e Whatsapp, dei miei tanti amici e colleghi italiani e spagnoli, andati a dormire sentendosi fiduciosi verso una Nazione che li aveva accolti quasi stendendo loro un tappeto rosso, di cui si sentivano residenti e un po’ anche cittadini e che in una sola notte ripagava il loro lavoro, il loro impegno, il loro affetto facendoli diventare immigrati extracomunitari.O meglio, comunitari in un Paese extracomunitario.
E formalmente clandestini.
Perche’ privi di un permesso di soggiorno e lavoro, la celebre VISA, che in Nazioni tanto decantate per la loro liberta’ e qualita’ di vita, come Stati Uniti, Canada od Australia, e’ indispensabile per rimanere piu’ di qualche mese.
Silenzio. Sgomento. Per ore. Poi, come alla risacca segue l’onda, e’ venuto giu’ un mare.
Un mare di dichiarazioni, spesso irose, sarcastiche, sprezzanti, non solo verso la popolazione britannica, ma anche verso gli immigrati extracomunitari, rei di aver spesso caldamente parteggiato per il Leave, di aver dichiarato che la liberta’ di movimento di cui godevano i lavoratori comunitari costituiva nei loro confronti un “privilegio” poco gradito.
Dietrologie? Paranoie di complotto? Razzismo strisciante tra immigrati? Probabilmente no.
L’NHS, il Servizio Sanitario inglese, il piu’ grande datore di lavoro del Regno Unito con i suoi circa 5 milioni di dipendenti, 40.000 di questi comunitari, ha da sempre tradizionalmente attinto alle sue ex colonie facenti parte del Commonwealth, come India, Nigeria, Paesi Caraibici, per colmare le sue lacune di medici ed inferieri.
Negli ultimi 3 anni, tuttavia, si era assistito ad una massiccia inversione di rotta, di cui anch’io sono stato testimone e protagonista, con l’innesto di decine di migliaia di professionisti, prevalentemente infermieri, dal Sud Europa. Tutti assunti senza richiedere visti o permessi.
Un privilegio, insomma.
Stando alle affermazioni dei leader del movimento per il Leave, come Nigel Farage o l’ex sindaco (Mayor) di Londra Boris Johnson, un privilegio neanche bilanciato da un’adeguata contribuzione ai servizi pubblici inglesi.
L’immagine dei lavoratori comunitari è stata anzi ripetutamente e deliberatamente calpestata durante la campagna: siamo stati (mi includo anch’io) tacciati di “drenare le risorse pubbliche” e soprattutto di “esercitare un’inaudita pressione sui servizi sanitari”.
Non è un caso che, date queste premesse, molti attivisti del movimento fossero indiani od africani.
Rispetto la decisione presa dal popolo inglese il 23 giugno, ma non ho mai digerito questa menzogna. Siamo tutti giunti dall’Unione Europea per lavorare.
E comunque in Inghilterra non si può vivere più di un mese senza lavorare.
Basterebbe fare un salto nel Pronto Soccorso di un ospedale della multietnica Londra per capire come stanno davvero le cose, oppure leggere due statistiche ufficiali e capire chi davvero accede ai benefits, ai sussidi sociali. Ma nessuno si è preso la briga di farlo, purtroppo, nè da una parte, nè dall’altra.
Nella sera del 24 giugno la marea è diventata inondazione, ma il tono medio dei commenti non è cambiato.
Tante anche le contestazioni verso un’Unione Europea ostaggio delle banche, delle multinazionali, dei burocrati. Ma non è abbandonando la partita che si vince.
Infinite le previsioni apocalittiche.
Perfino qualche sostegno al Brexit anche da parte di Italiani, spesso in possesso del doppio passaporto (vi piace vincere facile, eh?).
Per le strade, un paio di contestazioni dinanzi ai luoghi del potere.
Per il resto, solita routine, solito viavai. 
Ma mi sentivo per la prima volta ad una festa nella quale non ero stato invitato.
Qualche rassicurazione sul posto di lavoro da parte dei colleghi e niente più: “Non cambierà nulla, vedrai!” “Ci sarà un periodo di turbolenza, poi tutto si sistemerà!”. 
Sembra facile, nelle intenzioni. Ma non per noi Italiani.
Non ci siamo mai fidati dei nostri Governi, ma la mazzata che ha colpito un’intera generazione dal 2008 non verrà mai dimenticata: d’altronde, è per questo che siamo qui, lontani da casa.
Anch’io, da Abruzzese “forte e generoso” sono diventato, dopo le delusioni subite, debole e sospettoso, come afferma un noto comico pescarese.
Perchè il problema non è la burocrazia, non è il permesso di lavoro, la VISA.
Sono perfettamente consapevole che il mio datore di lavoro dovrà attivarsi per fornirmela o dovrà andare a cercarsi decine di nuovi dipendenti altrove, compromettendo servizi, turnazioni di lavoro e perdendo immense professionalità. E so benissimo che non ci sarà alcun problema neanche per I nuovi arrivati o per chi volesse cercare lavoro come infermiere, medico, professionista in generale, nel Regno Unito.
Sono infatti in genere gli stessi ospedali che, come nel mio caso, hanno organizzato, tramite agenzie, campagne di reclutamento in Europa, per cui il problema della sponsorship, cioè dell’offerta di impiego da parte di un datore di lavoro e della VISA, non ha ragion d’essere.
Lo scoglio principale all’immigrazione dei professionisti, gli skilled workers, d’altronde, è sempre stato quello linguistico. Ma sotto questo aspetto l’NMC, il Registro Infermieri, aveva già messo un paletto prima del Brexit, quando il 18 gennaio 2016 era entrata in vigore l’obbligatorietà, per tutte le nuove domande di iscrizione, di allegare alla richiesta il certificato di superamento del test di lingua IELTS.
Sai parlare inglese? Hai una certificazione? Sei un infermiere? Bene, sei e sarai sempre il benvenuto.
No, non è questo il problema.
La preoccupazione serpeggiante nella comunità di Italiani residenti nel Regno Unito è infatti quella di rivivere le stesse condizioni di crisi economica che ancora oggi, dopo diversi anni, stritolano l’Italia: stagnazione dei salari, aumento del costo della vita con conseguente perdita della capacità del potere d’acquisto, tagli ai servizi od aumento della tassazione per compensare le perdite di bilancio, riduzione della domanda di lavoro e soprattutto della domanda di lavoro a tempo indeterminato, aumento del precariato ed esternalizzazione all’estero di posti di lavoro, in Paesi dove esiste maggior convenienza fiscale.
In una parola, le condizioni che hanno portato oltre 100.000 Italiani nel 2015 ad espatriare, in cerca di maggior fortuna. Come in Inghilterra, dove si può tuttora vantare una qualità di vita più elevata, potendo, nella peggiore delle ipotesi, ancora agevolmente ottenere contratti di lavoro permanenti ed usufruire di servizi pubblici mediamente più efficienti che in Italia.
Servizi sempre mai pretesi in virtù di una “comune cittadinanza comunitaria”, ma profumatamente pagati attraverso le tasse od a parte: la Oyster per usare I trasporti pubblici a Londra non è certo gratuita, nè mi è mai parso di vedere passeggeri comunitari mostrare tessere di esenzione.
Già all’indomani del referendum si sono iniziate ad avvertire le prime conseguenze negative sull’economia inglese, che potrebbero inficiare la vita quotidiana: il crollo della sterlina renderà meno vantaggiose le rimesse all’estero, le vacanze estive in Europa sono poi diventate più costose.
I biglietti del trasporto aereo potrebbero poi aumentare sensibilmente, in virtù della necessità di ridefinire gli accordi internazionali sullo spazio aereo e la legislazione sulla tassazione aeroportuale.
Chissà se cambieranno anche le code alla barriera doganale, per noi e per loro.
Nella prima notte dopo il Brexit, nell’area delle Docklands di Londra, dove vivo, sirene della polizia improvvisamente squarciano il silenzio per ore, per la prima volta da quando sono in questa Nazione.
Guardo la città dalla finestra. Mi sforzo di negarlo a me stesso, ma non ci riesco.
Non provo più solo sgomento e confusione.
Non sono più semplicemente amareggiato dalla necessità di dover ridefinire, almeno nella mia mente, i piani per il mio futuro.
Ora aleggia anche un pò di tensione.
Ma ce la posso fare, ancora una volta.

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