Discharge e dimissione (non) protetta: l’assistenza domiciliare, in Italia ed in Inghilterra, del paziente post ricovero

Nei giorni scorsi sono rimasto particolarmente colpito da un articolo pubblicato sulla rivista “Starbene” e riportato, con somma indignazione e commenti sprezzanti, su molte pagine e gruppi Facebook di infermieri. 
Il “famigerato” articolo, scritto dalla Dott.ssa Cristina Faenzi, coordinatrice infermieristica a Torino, è riportato nel link sottostante:
Come si può facilmente intuire dal titolo, si tratta, in buona sostanza, di un compendio di istruzioni per eseguire a domicilio un’iniezione intramuscolare “fai da te”. 
Non c’è dubbio che l’articolo sia un esempio di cattiva informazione, a partire dal titolo (mi diceva una mia straordinaria coordinatrice che le punture le fanno le api, gli infermieri praticano le iniezioni), per proseguire con una lunga serie di imprecisioni tecniche (come il tamponamento con un batuffolo imbevuto di disinfettante, mentre è pacifico che debba essere asciutto). 
Non vi è, inoltre, alcun invito ad affidarsi, laddove sia reperibile, ad un professionista esperto, dunque – in linea di massima – ad un infermiere. 
Dopo avere, in un primo momento, commentato anch’io negativamente l’articolo, ho tuttavia mutato opinione: ritengo ora che articoli illustrativi delle più comuni procedure inferieristiche (purchè le informazioni in esso contenute siano corrette) debbano essere sempre più frequenti anche sulle riviste non del settore, ma destinate ad un vasto pubblico, anche di “profani”.
Nella mia esperienza italiana ho infatti esercitato per due anni la libera professione, anche a domicilio, e ricordo tuttora con un misto di tensione e fastidio le numerose chiamate ricevute per prestare assistenza, anche su aspetti elementari, a pazienti appena dimessi dall’ospedale. 
Clisteri evacuativi, igiene personale in pazienti allettati, posizionamento ed estrazione di cateteri vescicali e – ovviamente – iniezioni intramuscolari e infusioni endovenose: l’elenco è lungo e non si esaurisce negli esempi appena menzionati. 
Ciò che mi irritava e mi infastidisce tuttora, specialmente se confronto l’esperienza passata con quella recente e con il modello di dimissione protetta anglosassone, era il fatto che molti di questi pazienti erano stati appena dimessi da una struttura ospedaliera ed erano soggetti fragili, vuoi per l’età avanzata, vuoi per le loro comorbidità. 
Mancava spesso del tutto un piano di dimissione protetta ed un progetto di assistenza domiciliare integrata, che la famiglia veniva invitata ad avviare – dopo la dimissione! – rivolgendosi al medico di famiglia. 
Ma tra il dire ed il fare spesso trascorrevano diversi giorni, anche una settimana o più, nei quali la famiglia del paziente veniva abbandonata a se stessa, essendo costretta così a ricercare un qualunque infermiere od operatore sanitario in generale (anche Oss ed Osa) per garantire al familiare una continuità nell’assistenza e nelle cure. 
Talvolta notavo una spaventosa carenza anche delle più elementari informazioni, nonchè di numeri telefonici da contattare per chiedere consigli e suggerimenti. 
Un abisso rispetto al regno Unito, nel quale fa notizia sulla BBC un paziente malato di Alzheimer che muore a seguito di una dimissione non correttamente gestita ed in cui, prima della dimissione medesima (discharge), gli infermieri – non i medici! – devono attivarsi e contattare l’infermiere di comunità (district nurse) per garantire la continuità nella somministrazione delle terapie, il terapista occupazionale in caso di invalidità che possano compromettere al domicilio le attività quotidiane e che richiedono quindi l’acquisto di presidi da installare nell’abitazione, i servizi sociali per gestire e coordinare il progetto assistenziale se il paziente non ha un adeguato supporto familiare (i social services attiveranno quindi il cosiddetto package of care, il pacchetto di cura). 
Se anche il domicilio non è adeguato, il paziente verrà trasferito in una nursing home od in un’altra struttura assistenziale adeguata alle sue esigenze, ma la dimissione non avverrà prima che la struttura stessa sia stata individuata (dai servizi sociali). 
Ciò può dilatare anche di mesi i tempi di degenza. 
Apparentemente, tuttavia, l’aggravio di costi risulta un effetto collaterale secondario alla sicurezza del paziente post dimissione ed alla continuità delle cure.   
Perchè invece in Italia deve essere la famiglia del paziente, bambino od adulto, a preoccuparsi di chi dovrà eseguire un ciclo di iniezioni intramuscolari od iniezioni endovenose? Perchè deve essere il medico di famiglia, già oberato di lavoro, a coordinare la continuità assistenziale, e non una struttura territoriale preposta, magari a gestione infermieristica? Perchè il cittadino dovrebbe pagare, per giunta, questo servizio, se nell’emergenza si rivolge ad un professionista in regime di libera professione, quando l’assistenza sanitaria dovrebbe – ormai sempre più in teoria – essere gratuita ed accessibile a tutti? Molti sono i progetti per rivoluzionare l’assistenza a domicilio, alcuni già in atto, ma enormi sono ancora le lacune da colmare.
Alle domande sopra esposte molti trovano risposta in tre modi: riportando il familiare in Pronto Soccorso in caso di aggravamento delle condizioni (con conseguente nuovo ricovero); arrangiandosi autonomamente, con modalità tipicamente italiana, o contattando un qualunque infermiere presente sulla piazza. 
Che spesso è un dipendente di una struttura pubblica che per arrotondare l’ormai sempre più magro stipendio lavora in nero fuori dall’orario di servizio, sottraendo peraltro il lavoro ad altri giovani professionisti. 
O è addirittura un siringaro vero e proprio, un praticone che delle evidenze scientifiche e delle corrette procedure per l’esecuzione di una qualunque prestazione non ne sa proprio un bel niente. 
Non che altri colleghi siano esenti da cattive pratiche. Nella mia esperienza professionale, fin dai tempi del tirocinio, mi è più volte capitato di chiudere tutti e due gli occhi e fingere di dimenticare ciò che osservavo dagli infermieri “esperti”, spesso e volentieri proprio durante un’iniezione intramuscolare.
E si badi bene che tutto ciò che racconto non è esagerazione, ma ricordo di reali esperienze personali. 
Ecco perchè trovo particolarmente pomposo l’atteggiamento di molti commentatori dell’articolo da cui ho tratto spunto, pronti a spaccare il capello in quattro sulle istruzioni operative in esso presenti ma mai in grado di fare un’esame di coscienza che coinvolga l’intera categoria, spesso arroccata dietro le proprie abitudini, dietro il “si è sempre fatto così”, ma molto meno spesso in grado di mettersi in discussione. 
Molto meno spesso in grado, inoltre, di fare informazione al cittadino su argomenti semplici come l’iniezione intramuscolare, ma sempre pronti a commentare o scrivere quasi sempre e solo per gli addetti ai lavori.
Di seguito pubblico il rimando ad una delle riviste online che hanno recensito l’articolo di Starbene (le mie critiche non sono rivolte a Nurse Times, comunque, ma a molti colleghi che hanno esternato la loro indignazione su Facebook).
Nella mia esperienza anglosassone l’informazione sanitaria ai pazienti ed ai familiari passa perlopiù attraverso gli infermieri, non i medici. Sono gli infermieri che coordinano la dimissione quando i medici ritengono che il paziente sia clinicamente idoneo. Sono gli infermieri che riempiono il paziente ed i suoi familiari di booklets, leaflets e di tutti quei materiali informativi in generale che illustrano in modo semplice e gradevole le caratteristiche di una patologia, di un farmaco o di un trattamento. 
E’ anche da questo che passa l’evoluzione della figura infermieristica: solo facendo informazione ai pazienti ed alle loro famiglie questi ultimi acquisteranno progressivamente la percezione dell’infermiere come di un professionista della salute e non come di un siringaro che fa le punture a casa.

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