Il lato oscuro degli infermieri : da San Camillo de Lellis agli amici di Maria, passando per Candy Candy

“Ha ucciso 13 pazienti in Rianimazione iniettandogli eparina endovena, è una psicopatica serial killer!” ”Gli infermieri hanno lasciato morire un uomo dopo avergli assegnato un Codice verde in Pronto Soccorso, non hanno studiato per fare questo!” “Gli infermieri facevano a gara a chi inseriva le cannule più grandi ai pazienti a Vicenza ed avevano anche costituito un gruppo Whatsapp!”
Negli ultimi mesi sono stati numerosi i fatti di cronaca che hanno coinvolto infermieri, finiti in prima pagina (e nell’occhio del ciclone) su giornali locali e nazionali.
Molti di questi hanno trovato successivamente smentita (come nel celebre caso della presunta serial killer di Piombino), scarcerata dopo che la Procura aveva rilevato errori di trascrizione delle intercettazioni telefoniche, con conseguente attribuzione di determinate affermazioni alla persona sbagliata. O come nel caso della vicenda della “gara a chi inseriva aghi cannula più grandi” al Pronto Soccorso del nosocomio di Vicenza, in cui i dipendenti coinvolti sono stati disciplinarmente sanzionati solo per l’uso improprio del cellulare in orario di servizio.
Le vicende precedentemente accennate sono sempre state comunque pesantemente ingigantite e manipolate dalla televisione e dalla carta stampata, subito pronte a puntare il dito contro infermieri assassini, torturatori e diabolici.
Manco organizzassero dei sabba in reparto durante i turni di notte.

La denigrazione ed i luoghi comuni sostenuti sono stati così sfacciati da far montare subito l’indignazione e la protesta, sui social network e nella vita reale, di tutta la categoria infermieristica, che finalmente, dopo decenni, ha mostrato di iniziare a compattarsi per fare fronte comune nell’autotutela della professione, anche per effetto di una decennale, sistematica, premeditata strategia di dequalificazione da parte dei Governi locali e nazionali.
Molti sono ancora i polemisti, che spesso dimenticano anche le più elementari regole di buona condotta nella comunicazione digitale, ma tant’è. Siamo ancora agli inizi di un dibattito che spero diventi sempre più costruttivo. 
Anche in occasione della recente Giornata Internazionale dell’infermiere (il 12 maggio, per chi non lo sapesse o non se lo fosse ricordato), ho notato che le manifestazioni, le campagne, i flash mob mi sono sembrati più numerosi del solito.
Come se non bastasse, le polemiche e le e-mail di protesta scatenate dalla trasmissione di La7 “Tagadà”, nella quale si colpevolizzavano gli infermieri triagisti a seguito di un decesso avvenuto in un Pronto Soccorso di Roma dopo l’assegnazione di un codice verde, hanno costretto gli autori una trasmissione di rettifica (almeno in teoria, non nei fatti ahimè) a cui è stata invitata la Presidente Ipasvi Mangiacavalli.

Nel leggere e partecipare alle discussioni sui sociali network mi è capitato di imbattermi in qualunque tipo di considerazione e commento, da chi condannava senza indugi, a chi invitava ad una più attenta riflessione ed analisi delle vicende (pochi, a mio parere), a chi amava alimentare polemiche ad arte per fini imprecisati, a chi infine santificava la figura infermieristica.
Quest’ultima categoria di commentatori in particolare ha carpito la mia attenzione.
Perchè accetto ogni punto di vista, ma non l’ipocrisia: gli infermieri non sono sadici torturatori, ma nemmeno posso ammettere in un professionista navigato il mito di Florence Nightingale o di Candy Candy, al massimo va bene per uno studente del primo anno.
E’ infatti bene ricordare che di santi, quelli veri, quelli come San Camillo de Lellis per intenderci (il quale, peraltro, aveva un lungo curriculum di esperienze di guerra, omicidi in duello, frequentazioni di taverne e di prostitute prima della conversione) non ne ho finora incontrato nessuno.
Ma proprio nessuno. Anzi.


Quante volte è capitato ad un infermiere di pensare o di dire al collega in turno od alla moglie/marito a casa che il paziente Tizio è un gran rompi…. perchè suona ostinatamente il campanello anche per la minima sciocchezza? Quante volte è capitato di considerare insopportabile Caio, che esige in modo altrettanto petulante che l’infermiere gli fornisca informazioni dettagliatissime sulle sue condizioni cliniche e sulle cause della sua malattia, mentre rimane muto di fronte al medico, che è la figura sanitaria in primis deputata a fornire questo tipo di delucidazioni?
E ancora: quante volte, in Italia e qui, in Inghilterra, si è considerato sciocco il paziente che non ha rispettato semplici istruzioni operative finalizzate a facilitare il buon fine di un trattamento terapeutico (come l’evitare di piegare il braccio durante un’infusione endovenosa, per evitare che la cannula si pieghi e la pompa infusionale inizi ad andare in allarme)? E come credete che gli infermieri (ed i medici) considerino i pazienti che si recano in Pronto Soccorso la domenica pomeriggio per un problema che riferiscono essere presente da settimane, se non addirittura da mesi?
Ho visto e sentito medici ed infermieri ridere di un nome buffo o di una caratteristica fisica insolita. Li ho visti e sentiti imprecare, odiare, scherzare sui pazienti.
L’ho fatto anch’io: mea culpa.
Perchè siamo esseri umani. Perchè ci stanchiamo e siamo stressati. Perchè anche la nostra pazienza finisce. Perchè non siamo capaci di amare incondizionatamente, in quello sono bravi solo i santi. Di santi ce ne sono stati pochi al mondo. Gli altri amano, ma possono anche arrabbiarsi e odiare. 
Sempre nel segreto di una guardiola o di una stanzetta, o delle quattro mura di casa, o di un qualunque luogo lontano dall’ospedale.
Ma poi si esce, si torna in corsia, nella stanza di quel paziente stupido o cattivo o petulante.
E si torna a fare il proprio lavoro, magari con il mal di pancia, con il fegato che esplode, con la voglia di rispondere a tono e senza peli sulla lingua.
Ma sempre con maturità, professionalità, attenzione, con una briciola di riserva di pazienza che spunta fuori all’improvviso da chissà quale angolo dell’anima. Non si aggredisce o maltratta mai un paziente od un suo familiare. Altrimenti sì che devono scattare la condanna e la censura.
Essere infermieri non ci rende automaticamente migliori degli altri, perchè quella infermieristica non è una missione, ma una professione. Le missionarie indossano la tonaca, gli infermieri l’uniforme (anche se sono ancora numerose le suore – infermiere, come la responsabile del mio corso di laurea).
L’infermiere è pagato per il suo lavoro, il missionario no. 
Essere al capezzale dell’ammalato o di una persona in punto di morte non fa subito di noi degli empatici ed amorevoli dispensatori di carità.

Ho sempre sostenuto infatti che l’empatia, definita (secondo l’Enciclopedia Treccani) come quella forma di immedesimazione negli stati psicologici dell’altro a cui sarebbe subordinata la spiegazione, o ‘comprensione’, del suo comportamento, è così rara da non caratterizzare l’attività quotidiana dell’infermiere, se non quando egli ha vissuto la stessa situazione del paziente.
Per il resto non si può parlare di un approccio che coinvolga anche solo parzialmente il lato emotivo, come sostenuto da filosofi e psicologi, ma solo di comprensione razionale di processi emotivi e psichici del paziente.
In altre parole: il cuore non c’entra niente, c’entra solo la mente.
Perchè non è facile che la sofferenza o addirittura il calvario di un paziente scendano giù dal cervello al cuore. E quando questo succede, fa male, molto male e si rischia il burn out.
L’infermiere deve sempre conservare raziocinio e sangue freddo, non può rimanere terrorizzato di fronte ad un neonato con le convulsioni o perdere la calma se arriva un infartuato e la moglie grida disperata.
Essere infermieri è un lavoro che richiede una componente razionale solida e dominante, altro che empatia. Altrimenti ogni giorno di lavoro sarebbe una tortura. L’infermiere comprende, ma non si immedesima, se non raramente.
La componente emotiva nel suo lavoro esiste comunque, ed è costituita dal rispetto per la persona umana, che è la destinataria delle sue azioni e del suo lavoro.
Questo lo porta ad essere gentile, educato, premuroso, attento, paziente. Le vogliamo chiamare manifestazioni d’amore? D’accordo, mi sta bene. Ma chiunque svolga (bene) un lavoro con il pubblico, anche un commesso in un negozio di vestiti od un commecialista, possono comportarsi allo stesso modo.
Non mi sembra però che per loro si sia mai parlato di “empatia” o di “amore per il prossimo”, come invece mi è stato insegnato nel mio corso di studi.
In buona sostanza, se davvero gli infermieri ritengono di essere pronti per il cambiamento e l’evoluzione della professione infermieristica, in vista dell’acquisizione di competenze evolute e specialistiche, è ora di smetterla di mitizzare la professione, di spogliarla dei suoi connotati mistico-filosofico-religiosi, nonchè di rompere una volta per tutte il tabù dell’infermiere che si incazza (perdonate la volgarità, ma calza a pennello).
Basta considerare l’infermieristica come una missione da adempiere con spirito di abnegazione, neanche si fosse in una tenda da campo in uno scenario di guerra.
Altrimenti chiunque, dai medici, ai pazienti, ai loro familiari, fino ai politici che governano l’Italia, si sentiranno in diritto di continuare a spremerci come limoni, esigendo un sacrificio delle proprie energie e della vita privata ormai divenuto spesso intollerabile.
Abbiamo il diritto di tornare a casa quando l’orario di lavoro è terminato e se restiamo è straordinario. E va pagato.
Abbiamo il diritto di scioperare.
Abbiamo il diritto di indossare orecchini, piercing e tatuaggi, di avere capelli lunghi e perfino tinti. Le uniche regole che dobbiamo rispettare sono quelle dettate dalle evidenze scientifiche sul controllo della trasmissione delle infezioni.
Le infermiere hanno il diritto di non indossare il velo o la gonna, perchè non sono pratici (in Italia non avviene più, qui in Inghilterra spesso capita ancora di vedere indossare un lungo vestito con gonna).
E abbiamo, sì, anche il diritto di sfogarci pensando e parlando male dei pazienti.
Non tutti sono d’accordo. L’autorevole giurista, esperto di diritto infermieristico, Dott. Luca Benci, nel suo interessante articolo sui fatti di Vicenza, qui linkato, dal titolo: “Lo strano caso degli ‘Amici di Maria’. Ma è lecito scherzare sui pazienti? Ecco i verbali dell’Asl di Vicenza dopo lo scandalo della presunta gara” 

http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=39207
  
afferma: “Quello che è inconcepibile per l’opinione pubblica è soprattutto l’idea che coloro che ti stanno curando possano giudicare, scherzare e schernire proprio la persona oggetto delle sue attenzioni: medici e infermieri utilizzano, talvolta, espressioni inadatte e mettono in atto comportamenti da cui dovrebbero astenersi. (…) Che questo sia inaccettabile è evidente, ma ci si può domandare se sia realmente parte della consuetudine ospedaliera e che, forse, può avere anche la finalità di stemperare la tensione, in chi vive e tratta la sofferenza altrui per lavoro. Inaccettabile ma probabilmente accade più di quanto si possa pensare”. 
E’ vero, gentile Dott. Benci. Accade molto più di quanto Lei, non più avvezzo ai ritmi di reparto, possa immaginare. Accade in Italia ed Inghilterra. Accade più frequentemente quando si è sotto pressione o stressati. Ed è impossibile non lasciarsi andare in privato mai, ma proprio mai, ad un commento che detto in una pubblica piazza sarebbe quantomeno inopportuno e non professionale. 
Io difendo perciò a spada tratta e fino a prova contraria i colleghi di Vicenza, violati nella loro privacy attraverso la pubblicazione di conversazioni che erano e dovevano rimanere private e che comunque non dimostrano l’inappropriatezza degli interventi assistenziali: sono state forse inserite più cannule del dovuto? Con un calibro più grande del dovuto? Chi ha le prove le fornisca.
Quante volte, da studente, mi sono anch’io messo in competizione per chi inseriva gli aghi cannula nei pazienti più difficili o per individuare chi eseguiva più prelievi in un giorno!
Lo pensano e lo fanno tutti, soprattutto i più giovani. Tutti lo sanno. Ma parlarne è un tabù.
Perchè si pensa subito male. Perchè l’infermiere (ma anche il medico) sono gli angeli del capezzale.   
Recita l’art. 15 della Costituzione: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. 
La ratio della norma è molto semplice: siamo liberi di esprimere nel privato le nostre opinioni, salvo poi attenerci pubblicamente al rispetto delle regole, fatta eccezione nei casi in cui vi è un processo in corso e quindi si prevede la possibilità di pubblicare determinati atti e documentazioni.
A determinate condizioni.
Perchè estrapolando frasi dal loro contesto è facile interpretarle erroneamente e condannare.
Ma nel caso di specie le garanzie di legge non sono invece state affatto rispettate, visto che al momento non risultano processi pendenti in corso.
Mi auguro pertanto che i responsabili della divulgazione delle conversazioni subiscano a loro volta un’indagine, anche se dubito che ciò avvenga; loro sì, che hanno causato un grave danno ai diritti (costituzionali!) altrui.
Ancora una volta: anche gli infermieri sono esseri umani.
Ci si consentano vizi privati e pubbliche virtù. 

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Discharge e dimissione (non) protetta: l’assistenza domiciliare, in Italia ed in Inghilterra, del paziente post ricovero

Nei giorni scorsi sono rimasto particolarmente colpito da un articolo pubblicato sulla rivista “Starbene” e riportato, con somma indignazione e commenti sprezzanti, su molte pagine e gruppi Facebook di infermieri. 
Il “famigerato” articolo, scritto dalla Dott.ssa Cristina Faenzi, coordinatrice infermieristica a Torino, è riportato nel link sottostante:
Come si può facilmente intuire dal titolo, si tratta, in buona sostanza, di un compendio di istruzioni per eseguire a domicilio un’iniezione intramuscolare “fai da te”. 
Non c’è dubbio che l’articolo sia un esempio di cattiva informazione, a partire dal titolo (mi diceva una mia straordinaria coordinatrice che le punture le fanno le api, gli infermieri praticano le iniezioni), per proseguire con una lunga serie di imprecisioni tecniche (come il tamponamento con un batuffolo imbevuto di disinfettante, mentre è pacifico che debba essere asciutto). 
Non vi è, inoltre, alcun invito ad affidarsi, laddove sia reperibile, ad un professionista esperto, dunque – in linea di massima – ad un infermiere. 
Dopo avere, in un primo momento, commentato anch’io negativamente l’articolo, ho tuttavia mutato opinione: ritengo ora che articoli illustrativi delle più comuni procedure inferieristiche (purchè le informazioni in esso contenute siano corrette) debbano essere sempre più frequenti anche sulle riviste non del settore, ma destinate ad un vasto pubblico, anche di “profani”.
Nella mia esperienza italiana ho infatti esercitato per due anni la libera professione, anche a domicilio, e ricordo tuttora con un misto di tensione e fastidio le numerose chiamate ricevute per prestare assistenza, anche su aspetti elementari, a pazienti appena dimessi dall’ospedale. 
Clisteri evacuativi, igiene personale in pazienti allettati, posizionamento ed estrazione di cateteri vescicali e – ovviamente – iniezioni intramuscolari e infusioni endovenose: l’elenco è lungo e non si esaurisce negli esempi appena menzionati. 
Ciò che mi irritava e mi infastidisce tuttora, specialmente se confronto l’esperienza passata con quella recente e con il modello di dimissione protetta anglosassone, era il fatto che molti di questi pazienti erano stati appena dimessi da una struttura ospedaliera ed erano soggetti fragili, vuoi per l’età avanzata, vuoi per le loro comorbidità. 
Mancava spesso del tutto un piano di dimissione protetta ed un progetto di assistenza domiciliare integrata, che la famiglia veniva invitata ad avviare – dopo la dimissione! – rivolgendosi al medico di famiglia. 
Ma tra il dire ed il fare spesso trascorrevano diversi giorni, anche una settimana o più, nei quali la famiglia del paziente veniva abbandonata a se stessa, essendo costretta così a ricercare un qualunque infermiere od operatore sanitario in generale (anche Oss ed Osa) per garantire al familiare una continuità nell’assistenza e nelle cure. 
Talvolta notavo una spaventosa carenza anche delle più elementari informazioni, nonchè di numeri telefonici da contattare per chiedere consigli e suggerimenti. 
Un abisso rispetto al regno Unito, nel quale fa notizia sulla BBC un paziente malato di Alzheimer che muore a seguito di una dimissione non correttamente gestita ed in cui, prima della dimissione medesima (discharge), gli infermieri – non i medici! – devono attivarsi e contattare l’infermiere di comunità (district nurse) per garantire la continuità nella somministrazione delle terapie, il terapista occupazionale in caso di invalidità che possano compromettere al domicilio le attività quotidiane e che richiedono quindi l’acquisto di presidi da installare nell’abitazione, i servizi sociali per gestire e coordinare il progetto assistenziale se il paziente non ha un adeguato supporto familiare (i social services attiveranno quindi il cosiddetto package of care, il pacchetto di cura). 
Se anche il domicilio non è adeguato, il paziente verrà trasferito in una nursing home od in un’altra struttura assistenziale adeguata alle sue esigenze, ma la dimissione non avverrà prima che la struttura stessa sia stata individuata (dai servizi sociali). 
Ciò può dilatare anche di mesi i tempi di degenza. 
Apparentemente, tuttavia, l’aggravio di costi risulta un effetto collaterale secondario alla sicurezza del paziente post dimissione ed alla continuità delle cure.   
Perchè invece in Italia deve essere la famiglia del paziente, bambino od adulto, a preoccuparsi di chi dovrà eseguire un ciclo di iniezioni intramuscolari od iniezioni endovenose? Perchè deve essere il medico di famiglia, già oberato di lavoro, a coordinare la continuità assistenziale, e non una struttura territoriale preposta, magari a gestione infermieristica? Perchè il cittadino dovrebbe pagare, per giunta, questo servizio, se nell’emergenza si rivolge ad un professionista in regime di libera professione, quando l’assistenza sanitaria dovrebbe – ormai sempre più in teoria – essere gratuita ed accessibile a tutti? Molti sono i progetti per rivoluzionare l’assistenza a domicilio, alcuni già in atto, ma enormi sono ancora le lacune da colmare.
Alle domande sopra esposte molti trovano risposta in tre modi: riportando il familiare in Pronto Soccorso in caso di aggravamento delle condizioni (con conseguente nuovo ricovero); arrangiandosi autonomamente, con modalità tipicamente italiana, o contattando un qualunque infermiere presente sulla piazza. 
Che spesso è un dipendente di una struttura pubblica che per arrotondare l’ormai sempre più magro stipendio lavora in nero fuori dall’orario di servizio, sottraendo peraltro il lavoro ad altri giovani professionisti. 
O è addirittura un siringaro vero e proprio, un praticone che delle evidenze scientifiche e delle corrette procedure per l’esecuzione di una qualunque prestazione non ne sa proprio un bel niente. 
Non che altri colleghi siano esenti da cattive pratiche. Nella mia esperienza professionale, fin dai tempi del tirocinio, mi è più volte capitato di chiudere tutti e due gli occhi e fingere di dimenticare ciò che osservavo dagli infermieri “esperti”, spesso e volentieri proprio durante un’iniezione intramuscolare.
E si badi bene che tutto ciò che racconto non è esagerazione, ma ricordo di reali esperienze personali. 
Ecco perchè trovo particolarmente pomposo l’atteggiamento di molti commentatori dell’articolo da cui ho tratto spunto, pronti a spaccare il capello in quattro sulle istruzioni operative in esso presenti ma mai in grado di fare un’esame di coscienza che coinvolga l’intera categoria, spesso arroccata dietro le proprie abitudini, dietro il “si è sempre fatto così”, ma molto meno spesso in grado di mettersi in discussione. 
Molto meno spesso in grado, inoltre, di fare informazione al cittadino su argomenti semplici come l’iniezione intramuscolare, ma sempre pronti a commentare o scrivere quasi sempre e solo per gli addetti ai lavori.
Di seguito pubblico il rimando ad una delle riviste online che hanno recensito l’articolo di Starbene (le mie critiche non sono rivolte a Nurse Times, comunque, ma a molti colleghi che hanno esternato la loro indignazione su Facebook).
Nella mia esperienza anglosassone l’informazione sanitaria ai pazienti ed ai familiari passa perlopiù attraverso gli infermieri, non i medici. Sono gli infermieri che coordinano la dimissione quando i medici ritengono che il paziente sia clinicamente idoneo. Sono gli infermieri che riempiono il paziente ed i suoi familiari di booklets, leaflets e di tutti quei materiali informativi in generale che illustrano in modo semplice e gradevole le caratteristiche di una patologia, di un farmaco o di un trattamento. 
E’ anche da questo che passa l’evoluzione della figura infermieristica: solo facendo informazione ai pazienti ed alle loro famiglie questi ultimi acquisteranno progressivamente la percezione dell’infermiere come di un professionista della salute e non come di un siringaro che fa le punture a casa.

Dalla Nightingale School of Nursing all’Università: come si diventa infermieri in UK?

L’assistenza è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale ed una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza è che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti. Anzi, la più bella delle Arti Belle.” Quando si pensa alla figura dell’infermiere moderno la prima immagine che viene alla mente è quella di Florence Nightingale, la “signora con la lampada”, che con i suoi scritti (celebre il “Notes on Nursing”) ha posto i fondamenti della teoria e della pratica dell’assistenza infermieristica, così come oggi la concepiamo.
Nata a Firenze (da cui il nome), la Nightingale fondò anche la prima scuola per infermiere della Gran Bretagna e del mondo, all’epoca aperta solo alle donne (per i maschietti, come in Italia, bisognerà attendere ancora un po’ di tempo) la Training School for Nurses. All’epoca il corso era organizzato come convitto, per cui le studentesse, anche di famiglie non agiate, soggiornavano in locali attigui al St. Thomas’ Hospital, presso cui svolgevano il proprio tirocinio e ricevevano la preparazione teorica. Il corso aveva la durata di un anno ed era estremamente selettivo: la Nightingale pretendeva che le sue allieve venissero valutate dalle matron, le direttrici, anche sotto il profilo comportamentale.Il modello di scuola della Nightingale venne esportato nel mondo intero e riconobbe dignità anche alla formazione infermieristica, posto che prima di allora le infermiere venivano letteralmente reclutate dalla strada, tra donne di bassissimo rango sociale.
Date queste premesse storiche, ci si attende che la formazione universitaria dell’infermiere inglese di oggi costituisca ancora un modello di riferimento.
In realtà, il mondo intero ha compiuto nei decenni passi da gigante nel riconoscimento sociale dell’importanza del nursing (anche se c’è ancora da percorrere molta strada) ed il corso di studi abilitante alla professione infermieristica in Gran Bretagna è perfettamente paragonabile a quello esistente nel resto d’Europa, Italia compresa.
Il ciclo ha infatti una durata di tre anni e comprende una formazione teorica ed un tirocinio (practice) presso vari Dipartimenti, anche di diverse strutture ospedaliere. La durata delle lezioni e dell’attività “sul campo” è sostanzialmente equiparabile a quella italiana.
I corsi sono organizzati in moduli, che attribuiscono, a seguito del superamento di una serie di prove scritte, pratiche od orali, un determinato ammontare di crediti.
Al termine del corso è previsto il superamento di una prova scritta ed orale, mentre l’equivalente della nostra tesi non esiste ed è previsto solo un progetto di ricerca al secondo anno (research project).
Anche nei contenuti dei moduli di studio, non sembra esserci differenza tra I programmi inglesi e quelli italiani; basta recarsi sul sito Internet di una qualunque Università inglese, anche se l’impressione che ne ho ricavato è che la nostra preparazione teorica (ma si tratta solo di una opinione personale, si badi bene!) sia più approfondita sul piano clinico.
Conseguito il certificato (degree) di laurea, ci si può iscrivere al NMC, il Registro infermieri.
Il divario (purtroppo abissale) tra la formazione universitaria del nurse inglese e quella dell’infermiere italiano la si rileva, invece, sotto altri aspetti.
In primo luogo, è interessante notare che nei Paesi anglosassoni è prevista una formazione universitaria specifica per l’operatore dei servizi di emergenza-urgenza sul territorio, ovvero il paramedic, laddove in Italia non esiste allo stato attuale alcuna normativa che inquadri giuridicamente la figura del soccorritore, ricoperta pertanto, comunque con grande dedizione e competenza, da operatori professionali (infermieri) e volontari a vario titolo.
Probabilmente, se esistesse una definizione ed una formazione specifica del nostro soccorritore sarebbe meno problematico per certe categorie professionali e soggetti istituzionali prevedere l’istituzione di ambulanze dove i medici non sono presenti e sulle quali gli operatori sono autorizzati a somministrare farmaci solo sulla base di protocolli e linee guida, ma questo è un aspetto sul quale l’Inghilterra è davvero – malauguratamente – avanti anni luce rispetto a noi e che comunque esula dal tema trattato.
Va poi notato che nel Regno Unito la figura dell’infermiere specialist rappresenta una realtà pluridecennale, consolidata da una miriade di corsi di specializzazione post-universitari della durata di uno o due anni, che presentano un’ampia flessibilità nella frequenza delle lezioni (esistono anche corsi part-time, così come quelli di primo livello, del resto), in modo da essere accessibili anche a chi lavora. In genere, non ci si iscrive ad un postgraduate degree solo per il piacere di studiare, ma perchè si concorda con gli stessi dirigenti infermieristici dell’ospedale la necessità e l’opportunità di migliorare ed approfondire le proprie conoscenze, ovvero gli skills, in relazione all’attività quotidianamente svolta.
In parole povere, sono i manager che autorizzano o spronano essi stessi l’infermiere ad acquisire competenze specialistiche, principalmente perchè hanno bisogno di una figura da far crescere professionalmente all’interno del Dipartimento (e di infermieri specialist, comunque, c’è sempre bisogno!).
In mancanza di queste condizioni, frequentare un postgraduate degree diventa impresa più complicata, non tanto per la necessità di ottenere il permesso di assentarsi dall’attività lavorativa per frequentare le lezioni, ma anche perchè il costo questi corsi è piuttosto impegnativo, nell’ordine (almeno per quanto attiene alla mia specializzazione, quella di ophthalmic nurse, ovvero di infermiere oftalmico) di 5-6000 euro l’anno. Nell’ipotesi in cui i dirigenti della struttura ospedaliera forniscano il loro assenso, invece, saranno essi stessi a provvedere al funding, ovvero al finanziamento del ciclo di studi, che dunque sarà completamente gratuito per il richiedente.
A questo punto viene naturale chiedersi quanto si debba spendere per un ciclo triennale di studi di primo livello in una qualunque Università inglese, anche non necessariamente prestigiosa.
Premesso che anche nel Regno Unito esiste il numero chiuso, per cui i posti sono limitati, la risposta è davvero sconvolgente: niente. La formazione universitaria dell’infermiere inglese è inftti interamente finanziata dall’NHS, ovvero dal Servizio Sanitario Nazionale, che provvede anche al conferimento di borse di studio (bursary), normalmente (sì, normalmente) riconosciute a tutti gli studenti per sostenere i costi vivi, come per esempio quelli di trasporto alla sede universitaria.
Questi benefici sono estesi anche agli infermieri overseas provenienti da altri Paesi dell’Unione Europea, seppur con qualche limitazione rispetto alle bursary.
Obiettivo di questo finanziamento a fondo perduto è ovviamente l’incentivazione e quindi il mantenimento nel tempo di un adeguato numero di professionisti la cui funzione è considerata fondamentale nella società inglese, tanto che gli infermieri sono qualificati come lavoratori chiave (keyworkers) ed hanno, in ragione di ciò, un accesso privilegiato ad una serie di benefici, come l’assegnazione di alloggi in residenze per lavoratori (accomodations).
Attenzione però: anche in Paradiso si piange, tant’è vero che da tempo si è acceso il dibattito sulla necessità di ampliare i posti disponibili nelle Università inglesi, stante le continue carenze organiche e la conseguente necessità per l’NHS di attingere personale da altri Paesi, come sta avvenendo ora soprattutto per la Spagna e l’Italia.
 Ripensando agli anni di tirocinio, segnati dal duro lavoro non solo gratuito, anzi pagato, nelle Unità Operative del mio ospedale, mi viene da pensare che gli infermieri italiani hanno davvero una marcia in più rispetto agli altri, se non altro perchè completare un ciclo di studi in infermieristica, alle condizioni esistenti nel nostro Paese, vuol dire avere davvero tanto, tanto spirito di abnegazione…