L’informazione infermieristica italiana vissuta all’estero.

Come promesso, pubblico qui di seguito la relazione tenuta a Matera il 7 Ottobre, sul tema del futuro dell’informazione infermieristica in Italia. Con due avvertenze: una riguarda chi era presente a Matera. Il mio discorso è stato molto “emozionale”, volendo tradurre un comune termine inglese, per cui, preso dalla foga di compiere una missione impossibile – condensare quasi tre anni di vita e lavoro in 15 minuti – ho omesso alcuni passaggi che invece ora leggerete qui di seguito.

In più, questa è una versione edulcorata rispetto a quelle iniziali, che ho modificato molte volte cercando di frenare, appunto la spinta dell’emotività. Quando alla malinconia dell’essere lontano dalla propria terra si aggiunge l’amarezza nel vedere sterili discussioni, polemiche e divisioni, talvolta di livello decisamente volgare, può nascere un sentimento di rabbia che è meglio mettere a tacere.

Ringrazio di nuovo Angelo Riky Del Vecchio, Gioacchino Costa, tutti i membri di Assocare (preso dall’entusiasmo vi ho dimenticato, chiedo scusa!) per avermi concesso questa opportunità ed avermi chiamato oggi ad essere portavoce, anche solo per una volta, di una collettività infermieristica diventata negli ultimi 5 anni numericamente davvero importante.

In effetti: chi sa quanti infermieri italiani sono registrati, secondo le ultime statistiche ufficiali, presso il registro inglese, l’NMC?

Ve lo dico io: 5080, di cui più di 1.500 richieste riguardano solo il periodo 2016/17.

E’ vero che il numero di nuove richieste da parte di infermieri comunitari e’ crollato dopo il Brexit, passando dalle circa 1.300 domande del mese di Aprile 2016 alle sole 40 dell’Aprile 2017, ma i numeri sono da imputare all’introduzione dell’IELTS piuttosto che al Brexit di per sé, tanto che, da qualche settimana, si sta valutando la sua sostituzione con un altro test linguistico specifico per le professioni sanitarie, l’OET (l’Occupational English Test).

La grande maggioranza dei colleghi presenti in UK è dipendente in maniera permanente di un Trust, ovvero di una organizzazione equivalente alla nostra Azienda ospedaliera, operante all’interno del Sistema Sanitario inglese, l’NHS.

Insomma, un flusso in entrata enorme, che ha segnato anche un’emorragia per l’Italia.

Ma non si è trattato solo di una perdita, della solita questione dei “cervelli in fuga”, perché l’emigrazione ha posto le premesse per una grande opportunità di entrare a stretto contatto e di confrontarsi con quello che rappresenta il più antico e famoso Sistema sanitario pubblico al mondo: l’NHS.

Il logo in basso indica un’organizzazione nata nel 1948 e che conta ad oggi circa un milione e mezzo di dipendenti, più del doppio di quelli addetti presso il SSN. E’ il più grande sistema sanitario del mondo e la terza organizzazione pubblica al mondo, dopo l’Esercito popolare di liberazione cinese e le Ferrovie indiane.

2000px-NHS-Logo.svg

Tra I suoi dipendenti, si contano circa 300.000 infermieri, di cui un decimo comunitari.

Ritorneremo tra poco sull’importanza di questo logo.

Ma perché è così importante conoscere e rilevare similitudini e differenze, non solo sul piano clinico, ma anche organizzativo, tra l’NHS ed il nostro Sistema Sanitario Nazionale?

E’ il motivo per cui ho dato vita al mio piccolo blog, che approfondisce la realtà del sistema sanitario inglese con gli occhi di un infermiere, (da cui il titolo “Il mio Regno per un infermiere, storpiatura ironica del celebre motto del Riccardo III di Shakespeare “Un cavallo, un cavallo, il mio Regno per un cavallo!”). Cerco di fare informazione e cultura per I colleghi emigrati e per voi che siete qui in Italia.

In pochi sanno, infatti, che il nostro SSN, nato 30 anni dopo, è stato realizzato sul modello dell’NHS: ne rappresenta a tutt’oggi una copia, ispirandosi, nei suoi principi, allo stesso stesso modello, denominato Beveridge dal nome del suo ideatore, che volle creare un sistema di servizi sanitari accessibile a tutti, in relazione ai loro bisogni di salute e non alle loro disponibilità economiche.

NHS

SSN

Anno di nascita

1948

1978

Numero dipendenti

1.500.000

650.000

Infermieri

285.000

270.000

Quindi l’NHS presenta ad oggi le stesse caratteristiche ed anche gli stessi difetti, tra cui perenni carenze organiche, specie nel personale infermieristico (si parla di un fabbisogno stimato tra 30 e 40.000 infermieri nella sola Inghilterra), eccessiva burocratizzazione e riduzione in termini reali degli stipendi, non solo quelli degli infermieri, alle prese con il pay cap (il blocco dell’1% all’aumento degli stipendi, n.d.A.) sin dal 2010.

D’altro canto, tuttavia, l’NHS continua ad essere protetto e quasi venerato dai suoi stessi cittadini, tanto da essere stato definito ”religione nazionale”, per cui, alla fine dei conti, I vari Governi investono sempre enormi risorse nel Sistema e vengono ideate soluzioni innovative per sopperire alle sue carenze. E indovinate un po’ chi e’ spesso al centro di queste innovazioni? L’infermiere.

Vi presento di seguito una carrellata di queste innovazioni, di cui ho gia’ trattato nel mio blog.

Quelli che vedete in questa immagine sono paramedici.

ACTAS_Paramedics-photo

No, non ho sbagliato traduzione. Sono professionisti che seguono un percorso accademico simile, ma parallelo a quello degli infermieri. Possono intubare, eseguire intraossee e somministrare farmaci senza prescrizione, sulla base di protocolli operativi, quelli per cui diversi medici del 118 di Bologna sono stati sospesi dall’Ordine, facendo così nascere l’iniziativa del movimento Noisiamopronti.

Per rimanere in tema di protocolli operativi, vi presento poi i PGDs, i Patient Group Directions, che altro non sono che prescrizioni collettive per procedure di routine.

Gli infermieri che hanno dimostrato, a seguito di colloquio, di conoscere i contenuti del PGD vengono abilitati a somministrare farmaci in assenza di prescrizione.

Io stesso lo faccio ogni giorno.

Conoscete inoltre le procedure di see and treat, ma pochi sapranno che altre novità nei nostri triage di pronto Soccorso, sono basate sul Sistema ECDS (Emergency Care Data Set), ancora una volta elaborato in Inghilterra e tuttora in questo Paese in fase di implementazione.

Ancora: il pre-triage, appena introdotto per la fase di sperimentazione a Mantova e che sta facendo tanto discutere perché vede la presenza di un medico alla porta, prima del triagista, per allontanare I pazienti non eleggibili per il Pronto Soccorso, è il frutto di un’idea applicata con grande successo da qualche mese al Queen’s Hospital di Romford, nei dintorni di Londra, con beneficio di tutti, medici ed infermieri.

Queens_hospital_london

Infine: la brandizzazione del logo NHS, la sua trasformazione in marchio, in entità scollegata dall’odiata politica e dalle istituzioni locali e nazionali, con effetti così positivi nella percezione da parte dell’opinione pubblica che la suddetta trasformazione è stata recentemente proposta anche per il SSN, tramite petizioni online.

Insomma, di sicuro, tra le “alte sfere”, c’e’ qualcuno che studia l’NHS e ne trapianta le idee più innovative per rendere il servizio più efficiente. La comunità infermieristica italiana, invece mi ha mostrato di essere del tutto ignara non solo delle similitudini tra I due sistemi, ma anche delle grandi opportunità di confronto e scambio che l’emigrazione di massa ha creato negli ultimi 5 anni.

Il fatto è che anche i media, quando si approcciano alla questione dell’emigrazione, lo fanno spesso in modo non oggettivo, anche per colpa dei miei stessi colleghi emigrati, che, quando intervistati , generalizzano troppo la loro esperienza personale e dipingono imprudentemente il Regno Unito come il Paese del Bengodi dove si guadagnano stipendi da favola, o come un piovoso inferno di ignoranti sanitari, come ho potuto constatare in molti commenti online. Manca, insomma, una visione del quadro più bilanciata.

Nel contesto inglese, comunque, lavora, studia e cresce, facendo carriera, una collettività di infermieri italiani, che dovrebbe essere comunità, che dovrebbe formare un sistema, ma che invece non vi riesce affatto, essendo ancora culturalmente incapace di unirsi professionalmente, proprio come avviene in Italia.

Perchè non ci dobbiamo dimenticare che nel nostro DNA di Italiani è insito quello che lo storico Ginzburg definiva “familismo amorale”, ovvero la tendenza a coltivare il proprio orticello ed a disinteressarsi del bene pubblico.

Ecco allora che quando ho proposto, un paio d’anni addietro, sulla pagina Facebook della più importante community di infermieri espatriati in UK, di costituire un’associazione che mettesse in piedi quello che ho definito “consolato Ipasvi in Gran Bretagna”, ho ricevuto 5 commenti: uno di mio fratello e 4 di miei coinquilini (italiani anch’essi) che mi prendevano per i fondelli.

Salvo poi veder pubblicate online, qualche mese dopo, storie di italiane che subiscono mobbing e discriminazione sul luogo di lavoro.

Che dire? Rivolgo a chiunque incontrasse questi problemi un sincero in bocca al lupo – potrei essere io nei loro panni, un giorno -, nonché di trovare un buon legale tramite sindacato, perché tanto non esiste nessuna associazione od organizzazione fatta da italiani e per gli italiani in grado di tutelarci.

Non tralascio, poi, i numerosi post di richieste di informazioni sulla documentazione necessaria a farsi riconoscere il periodo di lavoro svolto all’estero, in funzione di concorsi pubblici.

Gli infermieri italiani in Inghilterra hanno quindi un estremo bisogno di rappresentatività, di persone che conoscano la loro condizione e che tutelino i loro diritti e le loro aspettative, sia nel Regno Unito, che in vista di un eventuale rientro in Italia.

Bisogna creare scambi permanenti di informazione, anche giornalistica e comunicazione, vitali anche per la famiglia infermieristica italiana, che, per quanto recalcitrante all’apertura ed al dialogo, essendo chiusa nello sforzo di risolvere gli evidenti problemi di casa, ha bisogno di trovare spinta anche da questo confronto, non solo con gli emigranti italiani, ma anche con la controparte inglese, per non perdere un altro treno fondamentale.

Ma va detto anche che gli infermieri italiani in Inghilterra leggono e giudicano quanto avviene in Italia e quello che viene scritto. I social media, Facebook in particolare, hanno il pregio di essere una piazza che mostra vizi e virtù in modo spudorato. E’ difficile nascondere la propria natura per molto tempo su di essi.

Ho chiesto qualche opinione ad alcuni colleghi e la reazione che più mi ha colpito è stata: ma perché continuano a litigare, quando dovrebbero essere uniti?

Una reazione quasi tenera nella sua ingenuità, viste alcune incresciose gazzarre che si sono consumate nelle scorse settimane e su cui preferisco stendere un velo pietoso, ma alle quali ho assistito attraverso lo schermo del mio PC.

Volevo inserire nella mia presentazione l’immagine del sindacalista sulla tazza del gabinetto, ma è stata tanta la repulsione che alla fine mi sono rifiutato.

Non sono queste le persone con cui dovremmo costruire alleanze strategiche, con cui dovremmo combattere le nostre battaglie. Noi che viviamo all’estero, lo cogliamo forse meglio, perché forse non comprendiamo certe dinamiche, ma vi vediamo dall’esterno.

Io vorrei invece vedere queste copertine, queste foto.

anything is possible.jpg

Osservate questa, in particolare.

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E’ una donna non più giovane, ha i capelli arruffati dal vento.

Non ha make-up, non c’è Photoshop.

Mi sono innamorato di questa foto, perché mostra una donna normale, che potreste, se foste inglesi, trovare nell’ambulatorio sotto casa, ma che svolge così maledettamente bene il suo lavoro da essere finita sulla copertina di una rivista inviata ad oltre 400.000 iscritti.

Sono queste le immagini e gli esempi che vorremmo rappresentassero gli infermieri italiani.

C’è un motivo di fondo.

Esistono due categorie di emigranti.

Ci sono molti giovani che vengono qui “per fare esperienza”, spesso senza sapere cosa li aspetta, che speranzosamente – o forse un pò ingenuamente – tornano in Italia alla prima occasione dicendo: cerco di vincere un concorso pubblico, poi mi riavvicino.

Chi come me, invece, emigra per seguire le sue aspettative e le sue ambizioni lo fa spesso per restarci a lungo, pur pagando un prezzo personale carissimo.

Ma lo fa per provarci, per tentare il botto, per eccellere.

Potrei citarvi mille esempi di italiani che vivono all’estero e risplendono nei vari settori della scienza e della cultura. Io non sono ancora tra questi – ci mancherebbe – , ma spero in futuro di esserci.

Per ora vivo come tanti la vita dell’emigrante, cari colleghi, e non è necessario andare all’estero per capirla: qualcuno di voi la vive o l’ha vissuta qui in Patria, e sa che spesso è una vita venata di malinconia, quando talvolta non di vera e propria sofferenza per il distacco subito.

Ma la dimensione dell’emigrante straniero è peculiare; l’italiano all’estero recupera il suo senso di italianità ed unità, vi osserva dall’esterno e pensa che la famiglia infermieristica in Italia riceve già continui attacchi da altre categorie, per cui bisogna mettere da parte le divisioni e combattere insieme per la causa comune.

Allora, quando un giorno la famiglia infermieristica italiana sarà unita e compatta, sarò fiero di riportare insieme a tanti altri il nostro immenso bagaglio di conoscenze a beneficio di tutti.

Quel giorno deve ancora arrivare e forse è lontano.

Ma quel giorno a Bologna saranno davvero pronti, voi sarete pronti, noi saremo pronti a tornare.

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