L’impianto di iride artificiale, l’ultima (sciagurata) frontiera della chirurgia estetica oftalmica.

Quando vi specchiate i vostri occhi fangosi (come i miei!), vi deprimono?

Sognate occhi color lago di montagna come quelli della ragazza in foto (nessun Photoshop, garantisco!)?

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Avete magari provato a comprare in passato un paio di lenti a contatto colorate, ma le avete trovate scomode ed ingombranti?

Potete sempre pensare di farvi impiantare una protesi dell’iride.

A patto di correre il rischio di diventare ciechi.

Ho introdotto la tematica in parte esagerando e scherzando, ma sappiate che gli impianti per la correzione permanente del colore dell’iride esistono davvero e costituiscono, nel campo della chirurgia estetica oftalmica, una nuova frontiera, con migliaia di casi già documentati ed anche – purtroppo – numerosi episodi di gravi complicazioni legate a questa procedura, benché, allo stato attuale, non esistano ancora robusti studi di lunga durata.

Le protesi dell’iride non costituiscono affatto una novità e nelle strutture pubbliche sono impiantate, con buoni risultati in termini di recupero dell’acuità visiva e della qualità di vita, per la correzione di alcune anomale congenite o traumatiche come il coloboma o l’aniridia, che consistono, essenzialmente, nell’assenza di alcune porzioni dell’iride o dell’intero organo.

Considerando che stiamo parlando di un muscolo la cui rapidissima capacità contrattile e di rilassamento permette di adattare, in frazioni di secondo, il diametro della pupilla alle condizioni di luminosità presenti nell’ambiente esterno, capirete che incredibile disagio possano affrontare le persone che vivono con il coloboma o l’aniridia, anche in presenza di una debole sorgente di luce.

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Immagine di un paziente con coloboma.

Qui di seguito potete vedere il video di un ragazzo affetto da aniridia, che descrive la sua condizione. Il video è in inglese, perché, purtroppo, non ho trovato nulla in italiano.

Questi pazienti, pertanto, beneficiano moltissimo di una protesi artificiale dell’iride, la quale, comunque, non avrà mai la potenzialità di contrarsi ed espandersi come quella naturale, ma diminuirà moltissimo i disagi collegati all’impossibilità di adattamento alle condizioni di luminosità.

Anche gli impianti per scopi terapeutici, come nelle ipotesi descritte, sono tuttavia piuttosto rischiosi e le statistiche documentano, nel post-intervento, un 75% di casi di aumento della pressione intraoculare.

Spiegherò la ragione e la pericolosità di questa evenienza in poche, semplici parole.

Nella parte anteriore dell’occhio, situato nell’angolo tra l’iride e la cornea (il cosiddetto angolo irido-corneale), vi è un sistema, sofisticatissimo e delicato, di drenaggio dei fluidi oculari.

Qualunque ostacolo a questo sistema implica un innalzamento della pressione intraoculare, che, se protratto, può sfociare, per meccanismi ancora oggetto di studi, in un danno – permanente – del nervo ottico: si tratta della patologia denominata glaucoma, molto diffusa ed – ahimè – ancora causa di cecità in milioni di persone in tutto il mondo.

La protesi in silicone viene chirurgicamente posizionata proprio nel cosiddetto angolo irido-corneale, andando non solo ad ostruirlo parzialmente, ma causando anche un danno meccanico permanente dell’iride, con dispersione del pigmento (le cellule che conferiscono al muscolo il suo colore). Dove finisce questo pigmento? Esatto, sempre nel sistema di drenaggio, che verrà quindi ulteriormente ostruito fino a bloccarsi, un po’ come quando si gettano rifiuti a caso nello scarico del wc.

Oltre al glaucoma, comunque, l’aumento dei fluidi intraoculari può determinare anche edema e decompensazione della cornea, cataratta precoce, nonché infiammazione di un altro tessuto intraoculare, l’uvea (parlo dell’uveite, patologia abbastanza comune e piuttosto dolorosa).

In tutti i casi di complicazioni legate all’impianto di protesi cosmetica dell’iride descritti nella letteratura scientifica (finora ne sono stati riportati diverse decine), è stata necessaria la rimozione chirurgica della protesi medesima ed in alcuni l’edema della cornea è risultato permanente e si è dovuti pertanto ricorrere al trapianto di un nuovo tessuto.

In molti pazienti non è stata più recuperata una normale acuità visiva.

Invito quindi ancora una volta tutti i miei lettori a pensarci anche mille volte prima di intraprendere qualunque procedura estetica sul proprio corpo, valutando attentamente rischi e benefici e comunque seguendo l’antico adagio che recita: “non cambiarlo se non è rotto”.

Un recente e molto interessante caso di complicanze legate all’innesto di protesi cosmetica dell’iride è descritto proprio da alcuni specialisti del Moorfields Eye Hospital ed è liberamente consultabile a questo link:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4528717/.

E’ – ovviamente – in inglese, ma se vi prendete la briga di leggerlo scoprirete quanti trattamenti sono stati necessari per salvare la vista della paziente protagonista del caso.

 

L’omicidio di George Gutteridge e la nascita del servizio di emergenza 999 nel Regno Unito.

Il 999 costituisce il numero telefonico di emergenza inglese ed è il più antico al mondo, considerando che quest’anno celebra i suoi 80 anni di vita. Si tratta di un numero nato e tuttora destinato a ricevere ogni genere di chiamata di emergenza (purtroppo, ahimé, è anche vittima di abusi quotidiani).

In effetti, a differenza che in Italia, dove i numeri di emergenza sono diversificati a seconda del servizio che si intende ricevere, componendo il 999 si può richiedere l’invio di un’ambulanza, della Polizia, dei Vigili del fuoco, della Guardia Costiera, perfino del soccorso montano e di miniera. Nella sola Londra si contano oltre 500.000 chiamate a settimana.

Il 999, inoltre, costituisce il numero di emergenza anche in molti altri Paesi al mondo, tra cui l’Irlanda e la Polonia.

Spulciando su Internet, si legge generalmente che la nascita di questo servizio nacque a seguito dell’ondata di commozione e mobilitazione generale montata dopo la morte di 5 donne in un incendio a Whimpole Street, Londra, nel 1935, in cui un vicino delle povere vittime, che tentava di chiamare la locale Fire Brigade (Stazione dei Vigili del Fuoco), venne messo in coda dalla centralinista e decise perciò di scrivere una lettera accorata al Times dopo la tragedia.

Pochi sanno, tuttavia, che nei dieci anni precedenti alla nascita del 999 le chiamate di emergenza erano state già rese gratuite e prioritarie per effetto di un altro disservizio telefonico collegato ad un altro episodio di cronaca nera, l’omicidio dell’ufficiale di polizia George Gutteridge.

Alle 6 del 27 settembre 1927 il postino William Alec Ward, come ogni mattina, stava consegnando la posta in alcuni piccoli centri della regione dell’Essex, nel nord-est di Londra, e si dirigeva in direzione di Howe Green, quando vide una figura semiseduta nella penombra, lungo la strada.

Avvicinandosi, con suo orrore riconobbe in essa un uomo, con indosso una divisa da poliziotto ed il corpo trafitto da alcuni colpi di pistola, due dei quali avevano trapassato le orbite oculari.

Ward si precipitò allora presso una casa vicina per cercare aiuto e fermò anche un’autista di un bus, poi, mancando nell’area telefoni pubblici, ritornò all’ufficio postale di Stapleton Towney, da cui proveniva, per chiamare la stazione di polizia più vicina, quella situata a Romford.

Al telefono, tuttavia, l’operatore (che all’epoca reindirizzava manualmente le chiamate) contestò al postino il mancato pagamento della tariffa di 5 pence (centesimi di sterlina) e si perdette molto tempo prima che Ward, che chiese anche l’intervento dell’impiegata dell’ufficio, riuscisse a contattare la stazione di polizia, che intervenne prontamente e riconobbe nel cadavere il police officer George Gutteridge.

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Il Police Officer George Gutteridge con la figlia.

Cambiamo per un attimo scena.

Nello stesso giorno, qualche ora dopo l’omicidio di Gutteridge, a 42 miglia di distanza, a Brixton, nel sud di Londra, venne rinvenuta un’auto rubata la notte precedente ad un medico di famiglia di Billericay, nell’Essex, il Dottor Edward Lowell.

Il medico aveva lasciato l’auto nel suo garage, con a bordo ancora la sua borsa ed alcuni strumenti di lavoro e testimoni avevano riferito di un’auto che si allontanava dai pressi della sua abitazione intorno alle 2.30 del mattino.

Nel garage di Brixton venne ritrovato anche il caricatore di una calibro 45 vuoto.

Teniamo bene a mente questo particolare.

L’omicidio di Gutteridge sconvolse la nazione e portò alla richiesta di una taglia sugli assassini ed all’intervento di Scotland Yard, ma si dovette attendere fino al gennaio del 1928 affinché tutti i pezzi del puzzle tornassero in ordine.

La soffiata di un ex-carcerato, infatti, portò all’arresto di un pregiudicato, Frederick Guy Browne, noto anche per furti di auto e moto e per le rapine alle stazioni ferroviarie, la sua specialità. Durante la perquisizione della sua abitazione, effettuata a seguito di un furto d’auto nella zona di Vauxhall per cui era sospettato, furono rinvenuti, tra le altre cose, gli strumenti di lavoro del Dr Lowell e due pistole calibro 45, con caricatori della stessa tipologia di quelli rinvenuti nell’auto del medico.

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Frederick Guy Browne e William “Pat” Kennedy, i due assassini.

Una perizia balistica, una delle prime condotte in Inghilterra, dimostrò in seguito che i proiettili che avevano ucciso John Gutteridge erano partiti proprio da una di quelle pistole: il furto dell’auto e l’omicidio erano dunque collegati ed ulteriori indagini rivelarono che Guy Browne non aveva agito da solo, ma con un complice, di nome William Kennedy.

Durante il processo, che si concluse con la condanna a morte per impiccagione dei due assassini, emerse che il poliziotto era stato ucciso nel tentativo di fermare per un’ispezione di routine, intorno alle 3 del mattino, l’auto che i due pregiudicati avevano appena rubato al Dr. Lowell.

Browne non esitò a freddare Gutteridge con due colpi al petto. Mentre il povero ufficiale di polizia languiva, con gli occhi spalancati, negli ultimi spasmi che precedono la morte, il criminale si ricordò della leggenda secondo cui gli occhi di una persona recano impressa l’ultima immagine vista prima di morire.

Terrorizzato dalla leggenda, Browne urlò al morente poliziotto: “perché mi fissi così?”, prima di sparare due proiettili nelle sue orbite. Sia lui che il suo complice Kennedy vennero impiccati lo stesso giorno della conclusione del processo, durante il quale il postino Ward fu chiamato a testimoniare, mettendo così allo scoperto i disservizi che aveva incontrato e che avevano permesso ai due criminali di fuggire indisturbati e di far perdere le loro tracce per molti mesi.

Grazie un fatto di sangue e dalla morte di un poliziotto, tuttavia, le chiamate ai servizi di emergenza divennero gratuite e prioritarie e di lì ad alcuni anni venne istituito un servizio che in 80 anni, di vite, ne ha salvate un numero davvero incalcolabile.

 

Buon Ferragosto!

No, qui oggi farsi grigliate di arrosticini o selfie con il mojito è impensabile, non tanto per le diversità climatiche (è da un mese e mezzo che la temperatura nemmeno sfiora i 30 gradi), ma anche perché il UK il Ferragosto non è proprio celebrato, ma rappresenta un giorno come un altro. Gli infermieri italiani più fortunati o meglio organizzati sono in questo momento a festeggiare in Patria, altri sono rimasti qui al lavoro, a riposare (come me, che mi merito un po’ di relax dopo quattro turni e tre long days di fila) od a farsi una passeggiata in giro.

Essere emigranti e stare lontano da casa già porta con sé un carico di nostalgia e malinconia, a maggior ragione quando si vedono gli altri postare le foto dei loro parties su uno schermo di uno smartphone. Il mio pensiero va a voi: non rammaricatevi, pensate alle gioie vere della vostra vita e coltivate sempre i vostri desideri e le vostre ambizioni con grande determinazione, non smettete mai di sognare…sognare…che quella vasca di sangria si rovesci tutta sulla sabbia! 😀

Scherzo…un abbraccio a tutti quelli che mi leggono e a prestissimo con nuovi post!

P.s.: anche in Inghilterra, ogni tanto, si può godere il sole standosene al mare…

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La questione linguistica vista da Oltremanica: è davvero così difficile superare l’IELTS?

Se Atene piange, Sparta non ride, volendo riprendere un antico motto.

Mentre in Italia agenzie come la Orienta, specializzata nel reclutamento di infermieri italiani da inviare all’estero, faticano a trovare italiani che conoscano la lingua della regina Elisabetta, come riportato oggi da Gioacchino Costa in un interessante articolo al cui link vi rimando: http://www.assocarenews.it/index.php/it/infermieristica/item/433-infermieri-lingua-inglese.html, nel Regno Unito proseguono la discussione e le contestazioni sull’opportunità di mantenere l’attuale sistema di certificazione linguistica IELTS, richiesto a tutti gli infermieri che intendano registrarsi presso l’NMC, il registro inglese, per svolgere poi la pratica nel Regno Unito.

Un rapporto pubblicato a marzo del 2017 a cura della HCL Workforce Solutions, una delle più importanti agenzie internazionali di recruitment di personale sanitario ed intitolata “IELTS and declining nursing recruitment: don’t blame Brexit” (“IELTS e riduzione dell’assunzione di infermieri: non date la colpa al Brexit“), ha  infatti evidenziato che gli Italiani sono in buona compagnia con gli infermieri di tutte le altre nazioni nel dividersi i risultati fallimentari dei tentativi di superamento del test, così come introdotto dall’NMC nel gennaio 2016.

Solo il 20% degli infermieri che hanno usufruito dei servizi dell’agenzia ha infatti superato la prova.

Nel rapporto, citato anche in un recente articolo della rivista Nursing Standard e comunque liberamente consultabile e scaricabile in formato pdf a questo indirizzo https://www.hclworkforce.com/wp-content/uploads/2017/05/HCL-Workforce-IELTS-Report.pdf,  sono stati portati alla luce anche casi paradossali di madrelingua inglesi (nella fattispecie, infermieri australiani) che hanno fallito il test e di cittadini britannici che hanno ugualmente dovuto sostenerlo, a seguito del conseguimento del titolo fuori dai confini nazionali.

Perché questa certificazione linguistica risulta così difficile da ottenere?

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In primo luogo, l’NMC ha richiesto il superamento con un punteggio (score) minimo di 7 su 10 per ognuna delle 4 prove: lettura, scrittura, ascolto, colloquio. Tale valutazione, secondo la HCL, sarebbe stata adottata in totale assenza di evidenze scientifiche e consultando ben 723 esperti, di cui solo 18, tuttavia, dipendenti dell’NHS, il Servizio sanitario nazionale inglese.

Una valutazione complessiva superiore a 7, ma di un mezzo punto inferiore anche in una sola delle prove, comporta il mancato superamento dell’esame.

Un punteggio che suona paradossale, se si considera che è sufficiente un overall score di 6 per iscriversi ad un corso di laurea in Nursing e che la valutazione media IELTS dei madrelingua inglesi è pari a 6.9, quindi inferiore a quella richiesta agli infermieri stranieri (overseas).

Ciò sta spingendo in molti, soprattutto le agenzie, a richiedere una valutazione non minima, ma media pari a 7, od a preferire test alternativi all’IELTS.

Va inoltre considerato che due delle prove (lettura e scrittura) sono basate sull’Academic IELTS, che risulta essere ancora più ostico della versione General dell’esame, da preferire dunque a quella attuale.

Tirando le somme, è la difficoltà dell’IELTS e non il Brexit o le condizioni di lavoro degli in Inghilterra ad aver segnato la strage nell’assunzione di infermieri stranieri, comunitari e non, con un crollo accertato del 96% registrato nell’ultimo anno delle nuove richieste di iscrizione all’NMC da parte degli infermieri provenienti dall’Unione Europea.

Le enormi difficoltà nel recruiting stanno inoltre costringendo i Trust ad un rallentamento dei loro piani di assunzione: il Royal Wolverhampthon ha infatti visto passare solo 8 dei 220 candidati selezionati ed il Barrow Hospital solo 2 dei 104 inizialmente scelti.

Le perdite economiche si sono rivelate ingenti, se si pensa che per ogni infermiere overseas un Trust investe mediamente, secondo quanto stimato dalla stessa HCL, circa 5000 sterline nel processo di recruiting.

Nonostante le mille problematiche, l’NMC, nella persona della sua responsabile delle registrazioni, Emma Broadbent, sostiene che non vi siano evidenze che il punteggio richiesto sia troppo alto, affermando che esso sia in linea, se non inferiore, a quelli imposti da altri Ordini, come ad esempio quello dei medici, che in effetti hanno proposto un innalzamento del livello di score necessario al superamento del test, equiparandolo appunto a quello dei medici stranieri, per i quali è richiesto un punteggio minimo di 7.5.

Alcuni Trust, inoltre, come il Wrightington, Wigan and Leigh NHS Foundation Trust, stanno valutando di aggirare l’ostacolo del reclutamento internazionale, tornando ad investire su nuovi “vivai” di infermieri “allevati” presso le Università inglesi.

Una scelta di lungo termine (ci vorranno almeno cinque anni) indubbiamente molto rischiosa e che comunque comporterà ugualmente ingenti investimenti da parte del Trust medesimo, allo scopo di rinfocolare la domanda verso una professione che agli inglesi risulta ancor meno appetibile in passato, per due ordini di ragioni.

A partire dal 2016, infatti, le borse di studio che finanziavano la maggioranza degli studenti universitari in Nursing (sì, avete capito bene), sono stati sostituiti con prestiti finanziari, mentre agli stipendi degli infermieri già assunti è imposto dal 2010 il tetto dell’1% all’aumento annuo, che sta portando la categoria sull’orlo dello sciopero generale, come già più volte minacciato dall’RCN, il principale sindacato.

Quella che costituiva una giusta pretesa di tutela dei pazienti e della professione infermieristica, si sta dunque trasformando in uno dei tre elementi che potrebbero determinare una futura “tempesta perfetta” per l’infermieristica in Gran Bretagna, già sofferente di 24.000 vacanze (40.000 secondo fonti sindacali) nella sola Inghilterra.

Nel frattempo, per capire se davvero questo IELTS è così complicato potete cimentarvi con la visione di questa prova di colloquio.

Vi sono molte versioni con docenti e discenti con accenti asiatici od americani: ho pertanto scelto questa, con un madrelingua inglese ed una studentessa portoghese, per consentire al lettore interessato di cimentarsi nell’ascolto e nella comprensione di un parlato molto simile a quello che si può riscontrare in un normale ambiente di lavoro britannico e comunque decisamente più elementare. Buon ascolto.

I 15 minuti di vestizione e il taylorismo dell’assistenza ai pazienti

Nei giorni scorsi la Regione Toscana ha varato le linee di indirizzo in materia di tempi di “Vestizione e passaggio delle consegne” relativamente al personale del Comparto del Servizio Sanitario Regionale, in primo luogo gli infermieri.

Un atto dovuto, per evitare le innumerevoli richieste di indennizzo che avrebbero fatto seguito alle recenti sentenze che hanno riconosciuto il diritto al compenso per i 15 minuti necessari agli infermieri ed agli altri professionisti sanitari, per vestire l’uniforme ed avere il passaggio di consegne dai colleghi prima dell’inizio del turno di lavoro. 

Ho sempre considerato questa battaglia sindacale tanto giusta quanto deprimente, il fallimento di un patto sociale: quello che avrebbe portato una categoria di professionisti, ovvero gli infermieri, ad ignorare pochi minuti spalmati su un turno di 7-8 ore, se solo il Governo della sanità avesse riconosciuto uno stipendio adeguato alle loro responsabilità e se fossero state pianificate dotazioni di organico bilanciate con i crescenti carichi di lavoro dell’assistenza.

Non ci si aggrappa al cavillo legislativo ed a pochi euro mensili, quando i rapporti con il datore di lavoro sono ottimali.

La battaglia giudiziaria per il tempo della vestizione e del passaggio delle consegne è però anche la prova di un altro fallimento del Sistema Sanitario Nazionale: è infatti la vittoria di Pirro di una categoria professionale, quella infermieristica, degradata ad operaia di un sistema che, nella sua trasformazione in chiave aziendalistica, a metà degli anni Novanta, ha cambiato un’organizzazione dell’assistenza che – pur con il difetto di essere totalmente medicocentrica – era fondata sul risultato della cura della persona, in una basata sui tempi e metodi finalizzati al conseguimento degli obiettivi di pareggio del bilancio o profitto.

In un taylorismo dell’assistenza, insomma.

Per chi non lo conosce, il taylorismo è una teoria che prende il nome dal suo fondatore, Frederick Winslow Taylor, che nel 1911 elaborò un metodo di organizzazione scientifica del lavoro basato sulla razionalizzazione ed ottimizzazione economica del ciclo produttivo, scomponendo e parcellizzando i processi di lavorazione.

Per realizzare un singolo prodotto occorre una serie di singoli movimenti fisici, cui Taylor sosteneva che dovessero essere assegnati tempi standard di esecuzione.

Pertanto, per ogni processo di lavorazione era necessario prevedere tre fasi:

  1. analizzare le mansioni da svolgere in modo scientifico, con un calcolo matematico dei tempi e dei metodi di lavoro;
  2. creare un prototipo teorico di lavoratore adatto ai vari tipi di mansione;
  3. selezionare, introdurre e formare in azienda il lavoratore assegnandolo alla mansione a lui più idonea, monitorandone costantemente i tempi di esecuzione, per farlo meglio rispondere al modello teorico.

Il metodo di organizzazione del lavoro ebbe grande successo nei primi decenni del XX secolo, venendo applicato in larga scala, tra gli altri, da Henry Ford per la sua industria automobilistica e venne immortalato sul grande schermo da Charlie Chaplin nel suo meraviglioso “Tempi moderni”.

 

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Ora, tagliamola corta e giungiamo dritti al punto.

Vi siete mai accorti che una procedura infermieristica può essere parcellizzata in singole azioni e movimenti? Avete mai notato che l’esecuzione delle tecniche in un modo piuttosto che in un altro ottimizza i tempi?

Quante volte vi siete sentiti sotto pressione perché dovevate terminare i prelievi od il giro flebo prima della visita medica, anche se quella maledetta vena non si trovava?

Lo sapevate che in UK è previsto un target di trattamento e dimissione dei pazienti entro 4 ore nel 95% dei casi, al di sotto del quale i manager del Dipartimento devono risponderne al board (cioè il Consiglio di amministrazione) del Trust (in Veneto, ad esempio, si stanno sperimentando target simili per i codici bianchi)? E che le visite domiciliari dei care worker (che non sono gli infermieri, ma una sorta di badanti fornite dal community team, i servizi infermieristici di comunità), nelle quali il paziente dovrebbe essere lavato, vestito, nutrito e vedersi somministrate le terapie prescritte, devono durare 15 minuti (sì, avete letto bene)?

Tutti gli esempi qui menzionati sono una dimostrazione del fatto che oggi l’assistenza in sanità è pregna dei principi del taylorismo.

Non che i medici ne siano esenti, altrimenti non verrebbero previsti, ad esempio, tempi standard di esecuzione di ogni tipologia di intervento chirurgico, sulla base dei quali formare le liste operatorie, oppure obiettivi di performance nel ricovero e dimissione sulla base di specifiche diagnosi: l’ormai celeberrimo e consolidato sistema DRG.

Imporre tempi standard di esecuzione, sulla base di metodologie standard (mi si perdoni la ripetizione), espresse in procedure operative non è necessariamente un male, poiché il sistema sanitario, in particolar modo quello pubblico, necessita di fornire obiettivi di trattamento e cura alla popolazione entro limiti il più possibile certi e ragionevoli, altrimenti fallirebbe la sua intrinseca mission.

L’assistenza ai pazienti, però, non è un’industria manifatturiera, per cui l’applicazione, consapevole o meno, del taylorismo mostra tutte le sue carenze non solo quando si tratta di gestire casi complessi, che richiedono un impiego di risorse superiore a quelle medie, ma anche quando in generale le risorse produttive impiegate sono scarse, in termini di mezzi e risorse umane, soprattutto per colpa di un Governo della sanità (quello italiano) che, sempre per perseguire obiettivi di bilancio, si è illuso di rientrare del deficit accumulato in decenni di gestione inefficiente, tagliando trasversalmente costi e servizi, anche essenziali.

Ne deriva, quindi, un vero e proprio sfruttamento della principale (da un punto di vista quantitativo) forza lavoro della sanità: gli infermieri, che, di fronte alla progressiva riduzione dei mezzi forniti ed all’estraniamento dalle scelte organizzative, perdono spesso di vista il loro senso di autonomia e responsabilità e vivono sentimenti di alienazione, che si traducono poi nel “timbro il cartellino e faccio solo il minimo che mi compete”, “faccio così perché mi hanno detto di fare così”, “la faccio sbrigare al medico, che lui prende di più e per lo stipendio da fame che guadagno non ne vale la pena”.

Logico che poi si scatenino guerre sindacali (giuste, come già osservato, ma che tristezza!) sui 15 minuti necessari per indossare l’uniform…pardon, la divisa, sui buoni pasto,  su indennità di vario tipo. Ci si sente operai, si agisce da operai.

Questo post vuole allora essere occasione di rilancio dell’intelligente discussione iniziata qualche giorno addietro sulle pagine social di Facebook dall’ottimo Nicola Draoli, Presidente del Collegio Ipasvi di Grosseto, che auspica una diversa organizzazione del lavoro dell’assistenza, in cui non si debba più timbrare il cartellino e nel quale ci si concentri sugli obiettivi da raggiungere, dedicando maggiore attenzione ai casi complessi e garantendo continuità di cure, soprattutto nel passaggio della presa in carico del paziente dall’ospedale al territorio, che la sanità “tayloristica” non garantisce.

Il sistema ipotizzato è molto vicino all’utopia, ma realizzabile.

In Inghilterra molti Trust, ad esempio, non richiedono la timbratura del cartellino.

Si basano su un rapporto fiduciario azienda – lavoratore che in Italia suscita risate amare solo a menzionarlo.

In Inghilterra ogni giorno un nurse in charge (diverso) assume la responsabilità del conseguimento degli obiettivi quotidiani dell’Unità Operativa.

In Inghilterra i matron ed i nurse manager hanno responsabilità di risultato nel medio termine e ne rispondono ai loro superiori, quindi non hanno limiti di orario.

In Inghilterra è poi prevista la dimissione sulla base del package of care, pacchetto di assistenza, dei pazienti con complesse problematiche sanitarie e socio-sanitarie, analogo al piano assistenziale individualizzato nei casi di dimissione protetta, che dovrebbe essere anch’esso garantito, anche se mi è personalmente capitato di osservare casi in cui il PAI è stato completamente ignorato.

In Inghilterra, infine, ogni infermiere è un professionista in grado di adottare decisioni sull’assistenza dei pazienti, nei limiti della sua competenza e ruolo: in buona sostanza, il modello desiderato, che trova applicazione in Inghilterra – pur con i limiti prima accennati – sarebbe un adattamento del modello di primary nursing, che in Italia porterebbe ad una intensa rivisitazione non solo del modello organizzativo per compiti e funzioni – che non riesce ad oggi a liberare la categoria dalle sabbie mobili del mansionario – ma anche culturale.

Un modello, a mio parere, non sempre applicabile a tutti i contesti operativi ed a tutti i pazienti –  il taylorismo funziona bene nei “casi” standard – ma che varrebbe la pena implementare. In un sistema, però, fondato su risorse umane e strumentali finalmente adeguate.

In chiusura, vi propongo un breve ed ironico video confezionato dall’Unison, il secondo sindacato infermieristico inglese, che metteva alla berlina l’assurdo limite di 15 minuti imposto dai Councils, le autorità locali, oggi portato (ma solo nell’80% dei casi, secondo statistiche del 2017) a mezz’ora per le visite domiciliari dei care workers:

Allarmante incremento di aggressioni con acido in Inghilterra: anche gli infermieri in prima linea nell’assistenza alle vittime.

Una delle aggressioni più vili, brutali e devastanti per le conseguenze fisiche e psicologiche sulla vittima è quella perpetrata con sostanze corrosive, non solo acide (in particolar modo, acido solforico ed ammoniaca), ma anche alcaline.

L’Inghilterra, come purtroppo l’Italia, non è nuova a tristi vicende di cronaca in cui la vittima è stata uccisa o sfigurata da sostanze corrosive: il caso più celebre è quello di Katie Piper, modella aggredita nel 2008 da un complice dell’ex-fidanzato, la quale ha dovuto sottoporsi ad oltre 250 interventi di chirurgia estetica e ricostruttiva, molti dei quali pionieristici.

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Katie ha tuttavia saputo rinascere da questo dramma, fondando una Charity a supporto delle vittime di queste aggressioni  e diventando un’assoluta star in tutto il Regno Unito: qui di seguito potete leggere (in inglese) la sua storia.

Negli ultimi due anni, tuttavia, l’Inghilterra e Londra hanno registrato un sensibile e preoccupante incremento di questi attacchi, cresciuti in percentuale del 74% nel solo 2016. Solo nei primi 4 mesi del 2017 si sono verificate nella capitale ben 117 aggressioni, aventi in genere come protagonisti uomini, sia dal lato della vittima che da quello dell’aggressore.

Molti sono infatti i crimini di questo genere collegati a lotte tra gang rivali per il controllo del territorio, i cui membri usano acidi come armi perché sanno di poter causare lesioni permanenti ed al tempo stesso di subire condanne più lievi, se paragonate ad aggressioni perpetrate con armi da taglio o da fuoco.

Vigili del fuoco (Fire Brigade officers) e poliziotti, nel tentativo di contenere gli effetti di questi attacchi, sono stati dotati di kit comprendenti anche abbigliamento protettivo e bottiglie di acqua da 5 litri.

I principali Trust inglesi (compreso il Moorfields) e l’RCN hanno inoltre diramato indicazioni sul trattamento nell’immediato delle vittime da parte di personale qualificato e non, specificando che è essenziale rimuovere i vestiti contaminati ed irrigare copiosamente con acqua per almeno 15 minuti tutte le parti del corpo interessate, prestando particolare attenzione agli occhi, poiché – questa informazione la aggiungo io, basandomi sulla mia esperienza nel settore – un’abrasione della cornea particolarmente profonda, causata da un’ustione chimica, può risultare in una cicatrice permanente, con grave compromissione dell’acuità visiva, necessità di un trapianto (cheratoplastica), fino alla totale cecità.

Devo purtroppo ammettere che negli ultimi tempi ho dovuto anch’io prestare assistenza ad alcune vittime di queste crimini odiosi, per fortuna con esiti minori e temporanei.

E’ tuttavia essenziale la rapidità di intervento negli attimi immediatamente successivi all’attacco, mentre, una volta superata la fase acuta ed il trattamento in urgenza presso una struttura ospedaliera, molte delle vittime che hanno subito danni permanenti, in particolar modo al volto, necessiteranno di un lungo ed adeguato supporto psicologico per superare il trauma causato dalle lesioni sfiguranti, ritrovando nuova stabilità psicologica.

Anche il Governo, nel frattempo, sta studiando soluzioni che fungano da deterrente (o da prevenzione, a seconda della prospettiva con cui si valutano queste proposte), come il restringere l’acquisto di tutte le sostanze corrosive o l’introduzione di sistemi di schedatura, in modo da risalire all’acquirente.

Diverse sono state poi le voci levatesi, tra i Parlamentari, per introdurre pene più severe ed equiparare l’uso di acidi a quello dei coltelli o delle pistole.

Qui di seguito trovate un video che mostra come trattare una vittima subito dopo l’incidente ed un altro che spiega le ragioni dell’ascesa del numero di queste aggressioni a Londra.

Dal blog al sito web: nasce oggi www.ilmioregnoperuninfermiere.info.

Quando iniziai a raccontare le mie esperienze di infermiere italiano nel Regno Unito, circa un anno e mezzo fa, mi resi subito conto che avevo davvero tante cose da scrivere. Non mi importava sapere se mi avrebbero letto in tanti, ma non volevo conservare solo dentro di me quello che vedevo, leggevo e vivevo.

Volevo archiviare i miei ricordi e condividerli con chiunque fosse interessato nel modo che mi riesce meglio: scrivendo.

Oggi, dopo 18 mesi, quello che era nato come un piccolo blog quasi ad uso e consumo personale diventa un sito web: http://www.ilmioregnoperuninfermiere.info, dove chiunque lo desideri potrà leggere tutti gli articoli che ho finora pubblicato e quelli che seguiranno, condividerli a sua volta ed utilizzarli come meglio crede, purché faccia il mio nome, citandomi come fonte.

Io intanto continuerò nel mio, speriamo fruttuoso e coinvolgente, tentativo di fare informazione di settore, destinata non solo ai colleghi emigrati come me in Inghilterra, ma anche a tutti quelli che lavorano in Italia ed ai lettori interessati in generale.

D’altronde vale la pena perseverare, perché – se mi permettete un vanto – questo sito rappresenta un piccolo primato: è il primo nel suo genere.

Buona lettura e seguitemi su http://www.ilmioregnoperuninfermiere.info. cropped-img_20170805_183309.jpg