Quanto vale l’esperienza all’estero? Le riflessioni di Vincenzo Limosani, strumentista di cardiochirurgia.

Diversi mesi orsono raccolsi le riflessioni del mio collega Vincenzo Limosani sull’esperienza dei concorsi pubblici in Italia. Vincenzo, strumentista presso uno dei centri di riferimento europei della cardiochirurgia, il Papworth Hospital di Cambridge, e’ uno dei tanti, dei tantissimi.
Ovvero dei tantissimi infermieri italiani, emigrati in questi ultimi anni, che vive una appassionante esperienza di lavoro all’estero, senza però mai dimenticare la sua Patria, anzi piuttosto scervellandosi (è proprio il suo caso, credetemi!) nella ricerca di tutte le possibili opportunità per tornare a lavorare in Italia.
Ci pensiamo tutti, alla nostra terra. Ogni giorno.
Qualcuno sarebbe disposto a fare i bagagli immediatamente, purché gli venga offerta una proposta di lavoro qualunque, qualcun altro, come nel mio caso ed in quello di Vincenzo, è disposto a farlo, ma senza perdere le conquiste professionali (ed economiche) raggiunte altrove.
Non siamo solo noi infermieri a perderci in questo mare di ragionamenti.
La nostra nazione vive da decenni l’abbandono di professionisti e cervelli, in fuga all’estero in cerca di una valorizzazione meritocratica delle proprie competenze; fino a qualche anno addietro, però, si trattava di poche centinaia di medici, scienziati e ricercatori, ora la stima è di migliaia di professionisti della sanità (siamo oltre 3000 in UK), di cui l’Italia avrebbe comunque disperatamente bisogno già oggi.
L’Italia sarà davvero una nazione nuova e diversa solo a partire dal momento in cui si sarà riuscito a sciogliere il bandolo di questa matassa. Riporto di seguito le riflessioni di Vincenzo:
Quando sono partito, circa due anni fa, avevo una grande valigia piena di sogni, speranze e soprattutto voglia di imparare, acquisire nuove conoscenze. Una nuova lingua, una nuova cultura, un nuovo modo di concepire la sanità e il rapporto con i suoi dipendenti.
Mi ritengo una persona fortunata.
Ho avuto la possibilità in meno di due anni di arrivare ad un ambito specialistico partendo da zero, di lavorare con professionisti eccezionali provenienti da tutto il mondo, confrontarmi ed apprezzare culture totalmente differenti dalla mia.
Strumentare in cardiochirurgia con un team internazionale parlando in Inglese, per me che vengo da un piccolo paese del Sud Italia, è semplicemente “amazing”, come dicono qui.
Tuttavia nella mia mente spesso si presenta la nostalgia e la voglia di tornare in Italia, di tornare a casa. Tra l’altro l’avevo promesso! L’avevo promesso ai miei genitori, alla mia ragazza, a me stesso.
Avevo promesso che quando mi fossi realizzato come professionista, sarei tornato alla famiglia, agli affetti, alle cose che contano davvero.
Ma quanto vale l’esperienza all’estero al fine di tornare in Italia?
Tralasciando le assurde procedure concorsuali che mortificano il merito e annullano completamente qualsiasi tipo di esperienza, in Italia o all’estero che sia, in generale il valore, almeno per gli infermieri, è prossimo allo zero. Nel settore privato invece è diverso.
Infatti, tolte rare eccezioni, sarebbe meglio non dire che ci si è formati all’estero.
Ecco alcuni dei motivi a favore della mia tesi:
1. SIETE DEI TRADITORI DELLA PATRIA. Col diffondersi del “salvinismo”, gli Italiani, diciamocelo, sono diventati più orgogliosi anche verso i proprio connazionali. E allora tu che sei partito, che hai lasciato gli altri a soffrire la disastrosa situazione socio-economica dello Stivale, sei un traditore.
Poco importa se le motivazioni che ti hanno portato all’estero sono altre.
Quante volte ho sentito “se eri valido restavi in Italia, mentre hai scelto la via più semplice” (rido).
In pratica: sei in Inghilterra, ora restaci.
2. PARLATE ANCHE L’INGLESE. Una persona che parla Inglese da una parte affascina e può essere utile, dall’altra è una persona pericolosa, ovvero poco ricattabile.
Mi spiego meglio: parlare inglese fluente e avere una qualifica professionale riconosciuta, quale l’infermiere, apre le porte al mondo intero. Quante volte vi siete sentiti spremuti dal vostro datore di lavoro, sfruttati, maltrattati ma non potete dire nulla perché si rischia di perdere il lavoro? E perdere il lavoro oggi in Italia non conviene, lo riconosco.
Quindi non c’è limite alla spremitura.
Ma per uno che parla Inglese il limite esiste eccome.
C’è un limite a tutto.
Magari si torna in UK o si va in Australia, ma comunque un lavoro lo si avrà sempre.
Se c’è una cosa di cui oggi non ho più paura è quella di perdere il lavoro. E questo, per un datore di lavoro italiano è un fattore negativo.
Estremamente negativo.
3. AVETE IDEE DIVERSE, SIETE DIVERSI. Per forza di cose, l’esperienza all’estero ti cambia. Ovviamente si assorbe tanto delle culture con le quali si viene a contatto e anche dal punto di vista lavorativo si entra a far parte di un altro sistema. Ci tengo a precisare che non reputo assolutamente il sistema sanitario anglosassone migliore di quello italiano, ma semplicemente differente, nel bene e nel male.
Volenti o nolenti, si viene influenzati dal nuovo sistema e il risultato che ne scaturisce è sicuramente un infermiere italiano diverso, anche se non per forza migliore.
Tuttavia tornare in un ambiente lavorativo italiano potrebbe significare introdurre dei cambiamenti, dei modi differenti di pensare e di fare.
Qui il peggiore nemico non è più il datore di lavoro, ma i colleghi stessi.
Non tutti , ovviamente; ma già li vedo, in seduta comune, quelli del “si è sempre fatto così!”, dell’ “ ora è arrivato l’Inglese a dirci il nostro lavoro” e del “tornasse da dove è venuto”.
In conclusione, consiglierei l’esperienza all’estero?
ASSOLUTAMENTE SI’. SEMPRE.
È un’esperienza unica a livello umano e professionale che non ha prezzo. La vita è breve ed è meglio non tornare piuttosto che non partire affatto. Semplicemente, non partite perché l’esperienza all’estero vi darà più possibilità di tornare in Italia. Questo non posso garantirlo, nemmeno su me stesso.
Forse le mie tesi risultano pessimistiche o negative, ma come diceva Giulio Andreotti, che, in quanto a malizia ne sapeva tanto, “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”.
Saluti,
Vincenzo Limosani
Infermiere Strumentista
Papworth Hospital, Cambridge
Ovviamente le opinioni di Vincenzo sono personali ed opinabili; ad esempio, non mi trova d’accordo sulle resistenze al cambiamento che l’ambiente di lavoro potrebbe manifestare, solo in ragione della provenienza di un nuovo infermiere italiano da un’altra nazione.
L’opposizione dipende strettamente dalla mentalità del singolo ambiente di lavoro e l’esistenza del movimento #noisiamopronti, nonché l’interesse suscitato nei miei interlocutori quando racconto le mie esperienza all’estero, dimostra che una buona fetta della classe infermieristica, quanto meno, è aperta al cambiamento ed a nuovi contributi.
Per il resto, condivido molte delle sue affermazioni.
Nei confronti di un datore di lavoro, è meglio, in molti casi, mostrare di non essere od essere poco competenti, piuttosto che sfoderare le proprie competenze.
Sotto questo profilo, tra l’Italia e nazioni come l’Inghilterra persiste un abisso culturale: in UK il datore di lavoro offre mille opportunità per la crescita professionale (bisogna essere testardi e mettere in campo il massimo impegno, ma è ovvio), in Italia il datore di lavoro arriva perfino a formare il suo dipendente, per poi mandarlo a casa quando il contratto (precario) è scaduto.
E’ capitato a me, che ho lavorato sei mesi in dialisi, di cui due di solo affiancamento.
Chi lavora in dialisi, sa quanto sia complesso imparare a gestire un emodializzatore e ad incannulare pazienti.
E’ capitato alle migliaia di infermieri licenziati dopo mesi, anni di precariato in unità operative altamente specializzate.
Che spreco.
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La lingua inglese nella comunicazione in sanità: il punto di vista di un infermiere italiano in Inghilterra

Ho letto stamattina il breve ed interessante articolo del collega Marco Alaimo, pubblicato su www.nurse24.it, su un tema quanto mai attuale: l’impiego massivo di termini inglesi nel linguaggio corrente degli operatori sanitari.
Qui di seguito il link al pezzo:
http://www.nurse24.it/lingua-inglese-sanita-comunicare-meglio/

Da infermiere italiano trapiantato in Inghilterra ed ormai a tutti gli effetti bilingue, l’articolo mi offre lo spunto per un’interessante riflessione, troppo lunga ed articolata per essere condensata in un semplice commento su una pagina Facebook.
Il ricorso alla lingua inglese è un virus relativamente recente, da cui sono stati contagiati prima i medici, poi anche gli infermieri e tutti gli altri operatori sanitari.
In quanti lavorano nel day surgery? Quante volte i colleghi strumentisti hanno effettuato una check list di garze e strumenti?
Gli esempi, ormai, abbondano.
In realtà, tanti altri settori dell’economia e del lavoro sono stati da tempo “infettati” dal virus dell’anglicizzazione del linguaggio: fate una chiaccherata con un informatico od un economista e, se ci fate caso, vi stupirete per l’impressionante quantità di termini inglesi con cui infarciscono le conversazioni su temi inerenti alla loro professione.
Per non parlare dei politici, spesso – peraltro – del tutto ignari delle parole anglosassoni che impiegano.
Sarebbe interessante, per esempio, intervistare qualcuno dei relatori o del pubblico presente al convegno nell’immagine sottostante e capire se abbia la minima idea di che cosa significa l’espressione “uncostitutional payback”. Vorrei anche sapere perchè usano “governance” invece di “governo”.

Ma per chi lavora nella sanità italiana, a diretto contatto con i pazienti, l’inglese serve davvero?
Anticipo subito la conclusione del mio ragionamento: nel rapporto con il paziente, l’uso dell’inglese è inutile e dannoso.
Vivere e lavorare come infermiere in Inghilterra non ha fatto altro che rafforzare una convinzione già da tempo maturata nelle mie precedenti esperienze professionali, essendo in grado, ora, non solo di conoscere entrambe le lingue, ma anche di inquadrare la questione da una prospettiva completamente ribaltata e sicuramente molto più vicina al punto di vista del paziente.
In altri termini: siamo sicuri, quando comunichiamo con il paziente, di essere stati compresi?
Nella mia esperienza quotidiana gli ostacoli ad una comunicazione efficace, quella nella quale il paziente comprende e trattiene (mentalmente) le informazioni ricevute, arrivando anche ad interagire, sono numerose.
Il primo è proprio quello linguistico.
Avevo già trattato il tema in un mio precedente post, ma qui lo sviluppo per uno scopo differente.
Mi capita frequentemente di approcciare pazienti con una pessima conoscenza della lingua inglese. Molti lo hanno appreso come madrelingua, ma mescolato a termini tipici della loro area di provenienza. Il creolo è, appunto, la fusione di lingue locali e dell’inglese (o del francese) ed è molto diffuso in Africa e nei Caraibi.
Chi proviene da quelle Regioni riterrà di parlare inglese, ma – credetemi – comprendere spesso può essere una sfida, anche a causa di un accento particolarmente pesante. Di recente, anche i miei colleghi stranieri sono rimasti stupefatti dalla pronuncia, da parte di un’operatrice dell’ospedale, del termine “milk”, latte, che andrebbe correttamente pronunciato “miik”, enfatizzando la lettera “i” e quasi saltando la “l”, e che lei invece indicava come “mack”.
Non va comunque trascurato il fatto che anche l’accento di un infermiere o di un medico straniero, come nel mio caso, possono rendere problematica la comunicazione, anche (e soprattutto) nei confronti di un paziente inglese.
Per questo motivo, pur conscio che il mio accento italiano verrà sempre individuato dai pazienti British, sto sostenendo uno sforzo quotidiano per affinare sempre più la cadenza.
Qui si incontra il secondo ostacolo: quale accento dovrebbe imparare un infermiere o medico overseas come me? La cadenza londinese, almeno alle mie orecchie, comporta l’aspirazione di tutte le vocali. Alle volte, parlando con una donna, mi sembra di conversare – non intendo comunque mancare di rispetto alle londinesi – con Lisa Simpson.
Nella versione doppiata in italiano.
E’ d’obbligo imparare a comprendere la cadenza cockney, ma non si può assorbirla.
Altrimenti potrebbe risultare difficlmente intellegibile per un paziente scozzese, irlandese o di Manchester.
Un pò come se un infermiere napoletano intrattesse una conversazione con un bolzanino.
Idem dicasi per gli altri accenti.
La prima regola d’oro, quindi, è comunicare in un inglese “accademico”, quello degli attori di teatro o dei film degli anni ’60 e ’70. La seconda, immediatamente conseguente ed insegnatami da un collega della Repubblica Ceca, è quello di esprimersi lentamente.
Accelerare la conversazione sporca la pronuncia. Non serve a nulla, complica solo le cose.
Per tornare al tema principale, ovvero l’impiego della lingua inglese da parte degli operatori sanitari italiani, se usare termini anglosassoni è proprio inevitabile è auspicabile che lo si faccia con una pronuncia corretta: audit (che peraltro è un termine latino) si pronuncia “odit”, non come sta scritto, please.
Il secondo ostacolo alla comunicazione è quello lessicale.
L’inglese scientifico è prettamente di derivazione latina.
Per un infermiere italiano (o spagnolo, o francese), tradurre un referto medico è un gioco da ragazzi.
Non lo è per un paziente inglese.
Non di rado, l’uso di termini come “strabismus” o “nausea” ha fatto sgranare gli occhi a più di una persona, per il semplice motivo che l’inglese scientifico colloquiale spesso varia sensibilmente da quello accademico, per cui se un paziente si è sottoposto ad un intervento chirurgico per lo strabismo vi parlerà di “squint surgery”, se ha nausea vi riferirà “dizziness”, se starà per vomitare sarà sul punto di “throwing up”, non di “vomiting”.
Anche l’italiano scientifico può rivelarsi molto complesso per un paziente medio; pochi, ad esempio, conoscono il significato del termine “paracentesi”; pertanto, perchè dovemmo ulteriormente complicare la comunicazione inserendovi parole inglesi, quando gli stessi britannici, in ambito sanitario, fuggono non solo dalle parole di origine straniera, ma persino da quelle di derivazione latina, dunque di un ceppo linguistico differente da quello anglosassone?
Per ogni termine inglese esiste un corrispettivo italiano, per cui, se proprio non vogliamo trascendere in una ridicola deriva autarchica di mussoliniana memoria, in cui “menu” diventava “lista” e “Apache” “teppista”, possiamo almeno limitarci alle espressioni ormai diventate di uso comune, come day surgery.
In aggiunta, si possono impiegare termini anglosassoni quando la comunicazione avviene tra operatori: non credo che un infermiere od un medico rimangano a bocca aperta se si chiede di effettuare insieme una check list.
Ma con il paziente no, per favore.
Negli ultimi anni si è diffuso ed è infine prevalso un atteggiamento di diffidenza e di complottismo verso le “caste al potere”: banchieri, politici, medici, fomentato anche dai numerosi scandali che hanno travolto il nostro Paese.

L’impiego dell’inglese non fa altro che aggravare la distanza interculturale e quindi l’atteggiamento di scetticismo e di messa in dubbio di ogni avviso, comunicazione, consiglio rivolto al paziente.
Tanto più che l’Italia, nell’ambito della comunicazione sanitaria, presenta gravissimi ritardi rispetto al mondo anglosassone: se in Inghilterra soffro di una determinata patologia o voglio conoscere i servizi che mi offre un determinato ospedale posso recarmi sul sito Internet o, in alternativa, essere letteralmente sommerso da booklet e leaflet, ovvero libricini e foglietti informativi: i pazienti più informati spesso ne sanno quanto medici ed infermieri, ma in virtù dell’aver ricevuto una comunicazione corretta e mirata.  Non hanno, in altri termini, bisogno di rovistare nella spazzatura di informazioni che spesso il web fornisce.
In Italia, invece, risulta spesso estremamente difficile reperire una carta dei servizi, conoscere i propri diritti nel caso in cui si voglia presentare un reclamo, oppure sapere gli orari di apertura o le prestazioni offerte da un determinato ambulatorio.
Bisogna inoltre avere l’abilità di cercare le informazioni desiderate sul sito Internet e non necessariamente su quello della struttura ospedaliera.
Per l’utenza più anziana, ottenere la risposta ai legittimi dubbi e quesiti che ci si pone in caso di malattia diventa spesso impossibile.
In buona sostanza, mettiamo da parte l’inglese, rispolveriamo un pò di umiltà e saniamo il rapporto con la popolazione che usufruisce dei servizi sanitari attraverso una comunicazione semplice e corretta.
Patients will appreciate it, i pazienti lo apprezzeranno.

Anche le pulci hanno la tosse. Internet come megafono dell’incompetenza.

Quando tornavo a casa mi facevano male i piedi.
Tanto che, molto spesso, ero costretto a stare a letto fino ad ora di cena.
Il dolore si irradiava fino alle ginocchia e mi rendeva pesante e faticoso il ritorno al lavoro il giorno dopo.
Così per mesi.
Fino a quando ho insistito per far sì che il mio manager ordinasse, per me e per altri, delle ciabatte da ospedale.
Quelle che in Italia si trovano in qualunque negozio di sanitaria, che al lavoro sono indossate da tutti gli infermieri e che in Inghilterra, fatto strano ma vero (tuttavia, mi è stato riferito, la stessa prassi è adottata anche in altri Paesi anglosassoni, come gli Stati Uniti), non sono obbligatorie.
Tant’è che molti infermieri vengono in ospedale con le ballerine, con le scarpe da tennis o da passeggio. Qualcuna azzarda anche un piccolo tacco.
Tutto normale. Ho chiesto conferma: non esiste nessuna policy, nessuna regolamentazione che imponga l’uso delle classiche ciabatte ospedaliere, quelle alla Dr. Scholl’s, per intenderci.
All’inizio mi ero adeguato ed avevo acquistato un paio di calzature da passeggio, consapevole del fatto che si sarebbe comunque trattato di una soluzione temporanea, ma dopo qualche mese mi sono dovuto arrendere, preda dei dolori lancinanti cui facevo precedentemente riferimento.
Il fatto è che le ciabatte ospedaliere non sono semplicemente delle scarpe più confortevoli di altre.
Sono dei DPI, dei dispositivi di protezione individuale.
In Inghilterra sono denominati PPE, Personal Protective Equipment.
Sono fabbricate rispondendo a specifici requisiti tecnici, dettati dalla Comunità Europea (sì, proprio quella dalla quale la Gran Bretagna sta per uscire).
La ragione di ciò dipende dal fatto che devono permettere al lavoratore di evitare, per quanto possibile, infortuni derivanti dall’utilizzo di calzature inadatte all’ambiente di lavoro.
Devono dunque impedire, sostanzialmente, scivoloni, torsioni della caviglia, devono proteggere da eventuali aghi che potrebbero cadere sul piede, e così via.
I DPI non solo proteggono il lavoratore, ma minimizzano gli infortuni e le malattie professionali e si traducono quindi in un vantaggio, non solo in termini economici, per il datore di lavoro.
Nel caso degli infermieri, non solo le scarpe, ma molti altri DPI, come il sollevatore o la cintura, hanno lo scopo di prevenire danni muscolo-scheletrici, quelli che più di frequente minano la salute non solo del personale infermieristico, ma anche quello di supporto.
Gli infermieri adottano, comunque, tanti DPI. Anche i guanti lo sono.
Tutti questi dispositivi, insieme a molte altre regole e limiti, consentono una movimentazione manuale dei carichi, non solo dei pazienti ma anche di altri oggetti, il più possibile sicura per tutti i lavoratori.
La normativa, ovviamente, non riguarda solo gli infermieri, ma tutte le categorie di lavoratori.
E’ mastodontica, complessa ed in Italia è sostanzialmente racchiusa nel Decreto Legislativo n. 81/2008, in cui è confluita la precedente Legge 626/94.
In Inghilterra è denominata Health and Safety Act e risale al 1974.
Entrambi i casi costituiscono l’applicazione di direttive europee.
Le legislazioni comprendono aspetti quali i DPI, la movimentazione manuale dei carichi, la predisposizione di un ambiente di lavoro salubre, e così via.
In materia sono stati scritti fiumi di parole, libri, trattati.
Esistono corsi di laurea ed autorità predisposte all’applicazione della normativa, come in Italia l’ISPESL, l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del lavoro.
Solo che per qualche ragione che – a onor del vero – mi rimane ancora ignota, le scarpe degli infermieri, in Inghilterra, non sono considerate DPI (o PPE).
Per altre ragioni che invece sono più facilmente comprensibili, altri DPI non vengono messi a disposizione dei lavoratori o non vengono riparati o rimpiazzati, se non funzionano (in Italia, non in Inghilterra).
Accade quindi che molti si infortunino e che qualcuno ci rimetta perfino la vita, come avviene a molti operai nei cantieri edili.
Accade quindi che i lavoratori, presa coscienza dei loro diritti, presentino le loro rimostranze al loro datore di lavoro e, se queste non vengono accolte, che presentino ricorso in tribunale, al Giudice del Lavoro. Avviene di frequente.
Benchè non conosca la storia nei dettagli, potrei mettere la mano sul fuoco che è esattamente questo il motivo per cui alcuni infermieri di Pronto Soccorso, a Belluno, hanno presentato ricorso al Giudice del Lavoro: evidentemente, erano stanchi di sollevare pazienti senza sollevatore (in Inghilterra si chiama hoist ed ogni reparto, compreso il mio, è equipaggiato).
Come detto, la sicurezza sul lavoro è un importante diritto di civiltà, ma spesso ignorato.
Non solo da alcuni datori di lavoro.
Marco Lodoli, laureato in lettere, è un insegnante di Italiano in un istituto professionale della periferia di Roma. Dapprima scrittore di poesie, approda alla prosa con il romanzo, Diario di un millennio che fugge. I temi ricorrenti nell’opera di Lodoli sono il viaggio e la morte, ma soprattutto il rapporto tra l’io e l’altro (il “diverso”). Marco Lodoli scrive anche sul sito web di Tiscali.
Così leggo su Wikipedia.
Una mattina Marco Lodoli decide che è il caso di digitare qualcosa sulla tastiera.
Oppure qualcuno da Tiscali glielo ha chiesto.
Fatto sta che quel giorno Marco Lodoli, ignorando decenni di legislazione in materia di sicurezza sul lavoro, ignorando del tutto la professione infermieristica ed i suoi contenuti, decide di scrivere questo articolo.
http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/infermieri-chiedono-sollevare-i-malati-nuoce-alla-salute/
Erano anni che non leggevo qualcosa che non mi facesse imbestialire così tanto.
Mai vista una tale arrogante, incompetente saccenza su un mezzo di comunicazione di massa di così larga diffusione.
Senza scendere troppo nei contenuti (quali?) dell’articolo, l’autore sostiene che sollevare i malati fa parte della professione infermieristica, che chiedere il risarcimento per i danni che ne derivano è vergognoso e che – Santo Cielo, dove andremo a finire di questo passo! – i sindacati e la Giustizia dovrebbero rifiutarsi di difenderli, altrimenti anche gli insegnanti dovrebbero chiedere i danni per la polvere dei loro gessetti.
Mi fermo qui.
Altrimenti inizierei ad usare epiteti offensivi.
Ho trascorso tre giorni, dopo aver commentato, a rispondere con pungente sarcasmo ai commenti dei (pochi) ignoranti che difendevano l’articolo, scagliandosi contro gli infermieri, a loro parere considerati pelandroni e nullafacenti.
Ma non basta.
Occorre una presa di posizione compatta contro tutte le diffamazioni che in questi tempi stanno piovendo contro la categoria infermieristica, per la tutela della categoria, sotto ogni aspetto, non solo quello della sicurezza, spesso negata, ma anche in termini di considerazione ed apprezzamento presso l’opinione pubblica.
E’ ora che i tanti, troppi scribacchini del web che si permettono di sentenziare su argomenti su cui sono largamente ignoranti chiedano scusa ed abbassino la testa.
Internet sta diventando megafono di troppe voci di questo tipo, specie in ambito sanitario.
Avevo 14 anni quando il mio professore del ginnasio barrò con la penna rossa la parola “membra”, che avevo scritto al posto di “corpo”, in un tema: lo fece accusandomi di essere un presuntuoso e di gigioneggiare con la lingua italiana.
Il vizio non l’ho perso, ma aveva ragione.
Quando si sta imparando o non si conosce, bisognerebbe essere umili ed informarsi, studiare.
Perchè gli ignoranti che sentenziano possono fare danni.
Questo, il professore di italiano nell’istituto professionale di Roma Marco Lodoli dovrebbe saperlo bene. 

Un lampo d’amore

In un periodo non propriamente fortunato, un gesto, semplice e spontaneo, illumina la mia giornata, debolmente ma persistentemente, come una candela.
Solito giorno di lavoro, solita routine, solita folla di pazienti in attesa di sapere dal medico se dovranno o meno ricevere anche oggi la temuta, piu’ che dolorosa, iniezione intravitreale.
Intravitreale significa nell’occhio.
Si’, proprio li’.
Fa paura solo a pensarci.
Ma non fa male, c’e’ l’anestesia.
Se sei un paziente pero’ serve a poco, pensare che qualcuno ti stia per infilare un ago nell’occhio fa paura e basta.
Il medico decide (e prescrive), l’infermiere trained, ovvero istruito, esegue.
Almeno qui in Inghilterra.
Io assisto, preparando il paziente, somministrando l’anestetico e l’antisettico, curando la burocrazia, facendo mille altre cose in sette-otto minuti, la durata media di una procedura.
Ovviamente, chiamo anche i pazienti.
Arriva cosi’ il turno dell’ennesima signora.
95 anni.
Seduto accanto a lei il marito, ad occhio e croce altrettanto anziano.
Mi avvicino alla piccola folla dei pazienti, faccio il suo nome. Lei incrocia il mio sguardo e fa per alzarsi, mostrando quella lentezza e quell’impressione di perenne affaticamento che sempre contraddistingue chi e’ ormai al tramonto della vita.
Ma non passa un attimo che il marito scatta in piedi prima di lei e, con modi da autentico gentleman inglese, la aiuta ad ergersi dalla sedia, sussurrandomi poi: “take care of my old lady”, prenditi cura della mia anziana signora.
Sfoggio il mio miglior sorriso, per coprire l’imbarazzo di non sapere assolutamente cosa rispondere.
Lascio che la signora prenda il mio braccio e la accompagno in stanza.
Credo sia questo il vero amore.