Il concorsone di Trieste – l’esperienza di un infermiere italiano ricercato in Inghilterra ed alla ricerca di dignita’ in Italia

Forse non tutti sanno che nei concorsoni come quello appena tenutosi a Trieste non ripongono le loro speranze solo gli infermieri precari e/o disoccupati d’iItalia, ma anche chi un lavoro ce l’ha gia’, ma all’estero, e non ha perso la fiducia nella conquista di un posto fisso anche in Italia. Ho raccolto per i lettori del blog la testimonianza del caro amico e collega Vincenzo Limosani, gia’ infermiere strumentista per il Moorfields Eye Hospital di Londra presso la sede di Bedford e fresco di assunzione presso il Papworth Hospital di Cambridge, tra i centri europei di riferimento per i trapianti di cuore.

Anche lui sogna di rientrare in Italia; anche lui ha partecipato alla preselezione per 173 posti in Friuli Venezia-Giulia. Ecco il suo resoconto:
“26 gennaio 2016. Trieste. Una data che si dimentica difficilmente. I mezzi pubblici che conducevano al luogo stabilito erano oltremodo gremiti e si respirava ansia e sudore di gente che aveva affrontato un interminabile viaggio della speranza.

Il mio numero identificativo era il 9176.
La fila fuori era interminabile e una volta entrati dentro, dopo essere stati divisi per lettere, i nostri corpi già esausti erano ammassati alla rinfusa. Anche io, professionista apprezzato in Inghilterra, ero in Italia per un concorso da infermiere.
Erano anni che non si “mettevano in palio” così “tanti” posti (173). Una ghiotta opportunità dunque che noi giovani laureati non potevamo assolutamente farci sfuggire; difatti la risposta è stata massiccia con la ricezione da parte della ASL friulana di oltre 10000 (diecimila!) domande di iscrizione.
Tra questi, molti anche gli Italici d’oltremanica, tra cui il sottoscritto, i quali ognuno con i propri motivi sogna di tornare in Italia. Aerei, treni, autobus, alianti e dirigibili: con i più disparati (e disperati) mezzi e con una valigia piena di esperienze e speranze abbiamo raggiunto il capoluogo friulano per tentare la fortuna; dove per fortuna non si intende ricchezza, ma semplicemente lavoro e dignità nella nazione in cui siamo nati (purtroppo o per fortuna, come cantava Gaber).
Sul volo Ryanair FR168 in partenza da Londra Stansted con me Marta, 30 anni, infermiera di area critica a Nottingham: sul suo volto l’orgoglio di essere una self-made rispettata in UK e l’amarezza di essere un numero senza valore in Italia. Un cuore spaccato a metà, un’amara gioia che ogni emigrante conosce bene.
Che l’Italia fosse la morte della meritocrazia lo si sapeva dai tempi di Cesare, e un po’ ci eravamo abituati. Ma alla mancanza di dignità, no. Non ci si abitua mai e non ci si deve abituare. E sia chiaro che la mia non è una critica all’evento friulano:  l’organizzazione, seppur con estreme difficoltà e con qualche mancanza, a mio modesto parere ha retto. Certo, ci sono stati ritardi importanti, sugli spalti si stava come sardine in scatola… ma provate voi a organizzare un evento per migliaia di persone!!
Il vero problema è la necessità di creare questi eventi di dimensioni bibliche quando poi il nostro SSN ha una carenza terribile di personale infermieristico. Inoltre e’ gravissimo il fatto che ci siano persone, professionisti con curricula invidiabili costruiti con anni di sacrificio, i quali vengano tutti messi in un grande calderone. Esperienza, corsi, specializzazioni: non conta nulla. Sei un numero come gli altri. La mediocrità vince sul merito: un laureato con lode e con esperienza decennale in un centro specialistico, con 3 master all’ università, ricercatore di fama internazionale, stimato in tutta Europa, potrebbe non superare l’assurdo quizzone preliminare.
La meritocrazia ha perso ancora e l’Italia con essa.
È frustrante e umiliante pensare che a sole 2 ore di aereo si è rispettati e ben pagati. Allora inizi a pensare che forse, non vale la pena vendere la propria dignità per un lavoro pagato male e stimato peggio in Italia. Forse, conviene rifare il biglietto.
Londra solo andata, please”.

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Concorsi (e ricorsi) pubblici, interview e references.

Palazzetti dello sport saturi di folle oceaniche, “viaggi della speranza” in pullman, smartphone e tablet durante la prova d’esame, ricorsi di massa, blitz dei Carabinieri e inchieste della Procura: questa è sempre stata la realtà dei concorsi pubblici in Italia, ma ora lo è anche per gli infermieri, dopo anni di tagli al Sistema Sanitario Nazionale, che hanno visto l’andamento dell’occupazione infermieristica scendere dal 90 al 25% dal 2009 al 2014 (fonte: Centro Studi Nursind).
  
E’ normale oggi sentire parlare di selezioni pubbliche nelle quali migliaia di neolaureati e non competono per poche decine di posti. Mi raccontava un caro collega ed amico che Trieste proprio oggi è piena di aspiranti per uno dei 173 posti offerti in Friuli-Venezia Giulia.
Ma perchè il concorso è obbligatorio per entrare in un ospedale pubblico?  
Si tratta di un requisito previsto per l’accesso a tutti i pubblici uffici dall’art. 97 della Costituzione, allo scopo di garantire – come recita la stessa norma Costituzionale – imparzialità ed andamento della Pubblica Amministrazione. 
In altre parole, l’obiettivo originario dei Padri Costituenti era quello di selezionare i migliori candidati in modo trasparente. Le attuali vicende dimostrano che la validità dei principi ispiratori è attuata attraverso un sistema ormai obsoleto e pieno di smagliature, da riformare profondamente, perchè, oltre a permettere ai soliti disonesti di infilarcisi dentro – perpetrando così l’infinita sfiducia degli Italiani in esso – genera inefficienze e contraddittorietà. 
Mi spiego con alcuni esempi. 
Ha forse senso che le prove sostenute abbiano un peso preponderante nella valutazione finale, e che professionisti esperti debbano competere in pratica sullo stesso piano con neolaureati? Perchè ricorrere alle farraginose procedure burocratiche di un concorso, che attraversa ere geologiche dal bando alla nomina dei vincitori, quando le carenze strutturali sono immediate? Mentre nella nomina dei dirigenti medici i titoli e le competenze acquisite giocano un ruolo predominante (anche se il pensiero malizioso va sempre lì, alla raccomandazione ed al nepotismo) ed i tempi sono molto più ristretti, gli infermieri, pur essendo anch’essi professionisti della sanità, sono ancora considerati come impiegati statali sin dal momento della loro selezione.
Tutti i quesiti appena posti non hanno alcun senso nè applicazione in Inghilterra, dove il concorso pubblico semplicemente non esiste. 
La scelta dei candidati avviene in poche ore, nelle quali gli aspiranti vengono selezionati attraverso un semplice colloquio: l’interview. Sono gli stessi manager dell’ospedale a presiedere alla suddetta conversazione, che spazia da domande legate alla vita privata ed agli interessi personali (gli Inglesi diventano molto interessati allorchè si racconti loro di avere trascorsi sportivi od attitudini musicali), alle competenze professionali acquisite sino a quel momento, fino alle procedure che il candidato adotterebbe in caso di eventi avversi come la caduta di una paziente od un errore nella somministazione della terapia. Io stesso sono stato assunto così, in tre quarti d’ora di colloquio serrato (ovviamente in lingua inglese), a cui poi hanno fatto seguito cinque – cinque! – soli trepidanti minuti di attesa per sapere che ero stato stato assunto e quale sarebbe stata la mia destinazione. 
In realtà il processo di selezione non si esaurisce con la sola interview, poichè giocano un ruolo determinante, durante e/o dopo il colloquio, la produzione delle references, ovvero delle referenze. 
Esatto, proprio quelle che in Italia si consegnano solo quando si è raccomandati. 
Nel Regno Unito esse hanno invece una valenza completamente diversa e servono a comprovare, attraverso il resoconto fornito dal precedente datore di lavoro, le skills, ovvero le competenze acquisite, nonchè le attitudini positive ed i punti di forza del candidato.
In altre parole, gli Inglesi non si fidano delle millanterie che potrebbe vantare chi vuole ottenere un posto di lavoro e cercano conforto nelle parole del suo precedente employer. 
Ecco allora che le possibili distorsioni di un sistema di selezione rapido, ma potenzialmente soggettivo come quello dell’interview vengono compensate dalle references. 
In Italia la cultura delle referenze non esiste ed è per questo motivo che è davvero difficile ottenerle, credetemi – per esperienza personale: rivolgersi a qualcuno per le references viene considerato come un favore personale, quando non si è in pessimi rapporti con un datore di lavoro che potrebbe non averci messo in regola od essere fallito dopo non averci pagato per mesi lo stipendio.
Non si può nemmeno provare a rivolgersi a parenti, le referenze così ottenute non vengono accettate!
Di certo non si tratta di un sistema perfetto: la rapidità della selezione impedisce a mio parere una valutazione accurata dei candidati, che comunque dovranno dimostrare poi il loro valore sul campo. 
Ma almeno riduce drasticamente i tempi di assunzione e favorisce la diluizione dell’offerta di lavoro, permettendo a chi è in cerca di lavoro di muoversi su più fronti e di partecipare a diverse interview in pochi giorni. Ed evitando di salire su un pullman per iniziare un “viaggio della speranza”.  

Uniform, apron e wipes

Il concetto di igiene personale è una questione culturale, è ovvio.
Ci sono popoli dediti a cospargersi il corpo di creme e profumi, altri che prestano attenzione all’igiene dei luoghi pubblici in modo maniacale, come gli Svizzeri ed i Giapponesi, mentre noi
Italiani rimpiangiamo il bidet quando siamo all’estero. 

Perché è un dato di fatto che solo noi lo usiamo e gli altri ne fanno brillantemente a meno: d’altronde – mi è stato risposto da una straniera (per l’esattezza, una spagnola) a cui ne facevo presente la necessità – quando stai fuori casa mica ti metti a lavare le parti intime in un bagno pubblico! Magari poi lo fai a casa una volta tornato, ma questi sono punti di vista. In ogni caso, in un ospedale il rispetto delle basilari regole igieniche è fondamentale per la prevenzione ed il controllo delle infezioni. In questi primi dodici mesi trascorsi nel Regno Unito mi è tuttavia capitato di assistere a comportamenti paradossali e incomprensibili, non solo agli occhi di un infermiere italiano ma probabilmente di chiunque.

Prima di procedere nel discorso, sono necessarie due premesse: ho già raccontato di come sia impiegato presso il Moorfields Eye Hospital ma sia distaccato presso il St. George’s.
Ho inoltre vissuto per i primi dieci mesi della mia esperienza londinese letteralmente accanto al Chelsea and Westminster Hospital: mi posso quindi ritenere un osservatore privilegiato, potendo fare riferimento a tre diverse realtà lavorative. Punto secondo: le policies, cioè i protocolli ospedalieri, sono giustamente restrittive e le cattive abitudini che sto per descrivere sono legate alla condotta dei singoli individui, non dell’intera forza lavoro dell’ospedale.
Detto ciò, è assodato che l’immagine dell’infermiere sia strettamente legata alla divisa che indossa (anche nella sua accezione negativa, se si pensa a certi luoghi comuni sulle infermiere sexy).
E’ quindi normale in Italia che la divisa – lavata dalla lavanderia ospedaliera – venga indossata all’inizio del turno nello spogliatoio dell’ospedale e gettata via alla fine dello stesso per essere nuovamente inviata in lavanderia.
Sembra scontato, ma qui non è sempre così.
Vuoi per dormire qualche minuto in più al mattino, vuoi per altre ragioni che ancora non riesco ad identificare (mancanza di spogliatoi?), non è infrequente, al momento all’inizio turno, individuare pantaloni di cotone blu scuro o lembi di casacca bianca, azzurra o rosa (le classiche componenti della uniform dell’infermiere inglese) accuratamente nascosti sotto giacche o maglie della piccola folla che si sta recando in ospedale.
 
Capita talvolta anche sui mezzi pubblici di riconoscere a prima vista (non è difficile, basta farci l’occhio) un infermiere che si sta dirigendo o sta tornando dal suo posto di lavoro. 
Vestire la divisa infermieristica dentro l’ospedale e non da casa è ovviamente una prassi legata al controllo delle infezioni, come confermato dai cartelli che nei reparti invitano per tale ragione i visitatori a non sedersi sul letto dei pazienti. Probabilmente quest’ovvia motivazione sfugge ai molti che immaginano di indossare una divisa “antibatterica” ed a prova di sporco, specie nei giorni di pioggia, quando le strade si riempiono di pozzanghere.
Sul versante opposto, l’impiego dell’apron, cioè del grembiule, è norma tutte le volte che esista un seppur remoto pericolo di contaminarsi con i liquidi biologici del paziente o di sporcare la divisa.
Capisco pertanto che sia obbligatorio indossarlo nell’esecuzione di manovre invasive come l’inserimento di un catetere vescicale e che protegga la divisa se si sta assistendo il paziente durante la doccia; trovo invece particolarmente restrittivo il suo impiego al momento della somministrazione del vitto o durante l’esecuzione di un prelievo ematico, anche perchè la possibilità che la divisa si contamini mi sembra abbastanza improbabile. Ma tant’è.
E l’igiene dei pazienti? Nella misura in cui sono capaci di esprimere le loro esigenze, benchè incapaci di intendere e di volere, vengono semplicemente persuasi a praticare una adeguata igiene, ma mai forzati. L’opera di convincimento è comunque costante e non passa molto prima che il paziente finisca sotto la doccia o venga lavato per bene, perlomeno per quanto riguarda la mia esperienza. 
Il bidet – ovviamente – manca anche in ospedale. 
Ma come si rimedia nel caso…si sia andati di corpo e noi (od il paziente) non abbiamo possibilità al momento di passare un bel getto di acqua tiepida là dove non batte il sole? 
Si possono tentare molti rimedi, dal malloppo di carta igienica, che però si sfrangia ripetutamente, al tovagliolo, più resistente ma alla lunga irritante. Il “gold standard”, dopo tanti mesi vissuti qui, sono però le magiche wipes, cioè le salviette umidificate o da inumidire. Le wipes sono impiegate in UK per ogni genere di pulizia, anche in ospedale, dalla disinfenzione delle superfici e dei presidi, fino all’igiene personale. Quelle per bambini, poi, sono le più consigliate per la delicatezza al contatto con la pelle (e ci mancherebbe). 
Sono questi i momenti in cui apprezzo l’essere maschio: basta poco ed il problema è risolto…nonostante abbia cercato lumi al riguardo, invece, mi restano ancora in parte avvolte nel mistero le peripezie e le tecniche acrobatiche che le donne impiegano in quei giorni e quelle studiate dalle donne italiane che, come le colleghe a cui ho domandato, vivono con me all’estero. 
Si dice: di necessità virtù. 

Il Moorfields Eye Hospital

Ho già accennato nella mia introduzione che l’ospedale per il quale lavoro è il Moorfields Eye Hospital di Londra.
Si tratta del primo nella storia (nasce nel 1804), nonché del più grande e noto ospedale oculistico al mondo, con sede principale in City Road a Londra e 21 (sì, esatto, 21) strutture satellite dislocate in tutta la capitale inglese e dintorni, compresi i sobborghi di Watford, Croydon e Bedford.
Un’altra sede è stata recentemente inaugurata a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti ed un’altro edificio, adiacente alla struttura centrale, denominata Richard Desmond Children’s Centre, rappresenta il più grande ospedale oculistico pediatrico al mondo.
La sede nella quale sono stato distaccato occupa fisicamente il Dipartimento di Oftalmologia di uno dei più grandi e noti ospedali di Londra, il St. George’s, nel quartiere di Tooting Broadway, quello dove sono state ambientati diversi episodi delle serie televisiva “24 ore in Pronto Soccorso” (che nell’originale è “24 Hours in A&E).
Il Moorfields è dunque – avete capito bene – una struttura dedicata interamente all’assistenza ed alla cura di persone con patologie oftalmologiche.
Un simile livello di specializzazione è impensabile in Italia, tant’è vero che non esistono strutture paragonabili ad esso in ambito pubblico o privato, fatta eccezione probabilmente per cliniche di modeste dimensioni. Anch’io, ancora al momento dell’assunzione, stentavo a credere che potesse esistere un ospedale pubblico oculistico. Eppure non è l’unico esempio nè a Londra nè in UK (ne potrei citare altri, dal Western Eye Hospital al Manchester Royal Eye Hospital).
Paragonato ad altre strutture ospedaliere, il Moorfields ha dimensioni più contenute, ma i suoi 1.800 dipendenti costituiscono comunque una cifra di tutto rispetto.
Il suo bacino d’utenza è internazionale e pazienti da tutto il mondo si recano presso quest’ospedale per la cura di patologie oculistiche di varia natura. L’afflusso è notevole e il solo Pronto Soccorso serve mediamente 300 pazienti al giorno, con un trend in costante crescita.
Per chi conosca anche solo minimamente l’attività di un infermiere, sorge spontaneo domandarsi la sua attività sia limitata all’instillazione di gocce e colliri.
E’ ovvio che accade estremamente di rado che un paziente possa arrivare in pericolo di vita a seguito di gravi traumi oculari e se lo è – in virtù di altri traumi – viene subito trasferito presso altre strutture.
E’ anche estremamente difficile, ma non impossibile, visto che mi è già capitato, che al contrario vengano ricoverati pazienti che poi, per effetto di altre comorbidità, subiscano un deterioramento delle condizioni generali tale da dover essere monitorati costantemente; anche in questo caso, i pazienti vengono trasferiti presso Unità di Terapia Intensiva in altre strutture (o nella Terapia Intensiva dell’ospedale in cui sono “ospitato”, ovvero il St. George’s). Al di là di questi estremi, nonchè dell’attività degli strumentisti di sala operatoria, l’assistenza infermieristica in un ospedale oculistico è estremamente varia e spazia persino in ambiti sconosciuti agli infermieri Italiani.
Il Moorfields è stato infatti il primo ospedale al mondo a riconoscere agli infermieri appositamente formati la possibilità di eseguire iniezioni intravitreali per la somministrazione di farmaci destinati alla cura della degenerazione maculare o della retinopatia diabetica proliferativa. Ancora, gli infermieri qui nel Moorfields come in UK possono eseguire biopsie, interventi con laser ed iniettare tossina botulinica per la cura di varie patologie di tessuti annessi all’occhio. Fantascienza in un ospedale italiano, anche se, a ben vedere, in quasi tutti i casi descriti si tratta semplicemente di amministrazione di terapie prescritte da medici, il che rappresenta il core dell’attività infermieristica.
Nell’ordinario l’infermiere può comunque somministrare farmaci per via endovenosa, eseguire una complessa serie di test, eseguire una completa anamnesi del paziente, prestare assistenza periperatoria: una gamma di attività, come si vede, estremamente ampia!
Non trovo affatto riduttiva, pertanto, l’espressione “infermiere oftalmico” e mi auguro anzi, dopo un periodo di esperienza lavorativa e a seguito di un corso universitario biennale (interamente pagato dall’ospedale!) di diventare infermiere specialist.
Solo il tempo stabilirà se questo è davvero il mio futuro professionale.
Dal mio punto di vista, meglio comunque non avere in mente progetti di troppo ampio respiro e pensare a costruirsi la propria carriera giorno per giorno, un mattone alla volta.

British, Cockney e Jargon

Quando si emigra in un Paese straniero il primo scoglio da superare è, prima ancora della lontananza dai propri affetti, la conoscenza della lingua del posto. Nel caso dell’inglese molti Italiani lo studiano a scuola e lo masticano abbastanza grazie alle canzoni ed ai mass media.
Quando si arriva in Inghilterra, tuttavia, la musica (giusto per rimanere in tema) è un’altra e l’inglese scolastico spesso (anzi quasi mai) è sufficiente per una immediata comprensione del proprio interlocutore. La cadenza adottata, nonchè termini ed espressioni colloquiali lasciano spesso a bocca aperta l’italiano che inizia a lavorare con gli Inglesi. Ovviamente è vero il contrario: come reagirebbero i sudditi della Regina che hanno appreso l’Italiano all’Università (e sono tanti, per varie ragioni, legate soprattutto all’arte ed alla musica classica) di fronte ad un ventenne che gli intimasse: “scialla!”?
Per un professionista sanitario che lavora a Londra, inoltre, la faccenda si complica ulteriormente per una serie di ragioni: in primo luogo, nella capitale britannica quasi metà della popolazione non è British, ma viene dalle ex-colonie di Sua Maestà la Regina (Her Majesty the Queen) o comunque da altri Paesi. Qui si incontrano individui di almeno duecento nazionalità! 
Londra è quindi un crogiuolo di razze, nazionalità, accenti. Alcuni di questi, credetemi, trasformano l’inglese in un impasto linguistico in cui le regole della pronunciation vanno a farsi benedire.
Ricordo che alcune settimane fa chiesi nel mio reparto ad una donna delle pulizie (di cui non citerò l’origine), che era in pausa, a che ora sarebbe rientrata al lavoro, poichè mi occorreva che mi svuotasse alcuni cestini in una camera. Lei mi rispose: “Uen”. Credendo mi stesse chiedendo “When” (quando), le risposi “Now!” (ora). Lei ripetè: “Uen”, indicandomi stavolta l’orologio alla parete.
A quel punto alcuni miei colleghi lungimiranti, o forse semplicemente dotati del traduttore universale simultaneo di Star Trek, mi fecero capire che stava dicendo “One”.
Non occorre che ne trascriva la pronuncia.
Nè che vi descriva la mia espressione attonita.
Esempi come questi sono all’ordine del giorno e sono più frequenti con persone provenienti da specifiche aree geografiche, la cui cadenza risulta davvero ardua alle orecchie di un italiano (talvolta mi domando anche quanto sia comprensibile il nostro accento ad un inglese), ma occorre tenere presente che anche i britannici parlano la loro lingua con inflessioni diverse.
Ho personalmente sperimentato che la cadenza scozzese o quella di Newcastle, nel Nord del regno Unito, mi fanno sudare ancora – a distanza di un anno – le proverbiali sette camicie, ma anche il Cockney londinese mi è ancora praticamente incomprensibile.
Un infermiere italiano in Inghilterra, inoltre, deve considerare che non solo il suo lavoro sarà scandito dal contatto con decine di persone (a meno che non lavori in una Unità di Terapia Intensiva), ma che molte di queste saranno anziane, per cui, se da una parte si esprimeranno con maggiore lentezza, dall’altra capiranno con più difficoltà il nostro inglese “broken” (arrangiato) dei primi tempi ed impiegheranno spesso espressioni cadute in disuso: dopo quanto tempo essere emigrati in UK si impara che “to spend a penny in the loo” significa “fare la pipì al bagno”?
Viceversa, quando capita di assistere pazienti giovani le espressioni gergali cambiano radicalmente e capiterà che vi chiedano se in reparto esista un distributore automatico di “fizzy”, ovvero di bevande gassate.
Ogni buon professionista sanitario immigrato nel Regno Unito dovrà poi fare i conti con il famigerato jargon, ovvero il gergo sanitario, che in UK prevede oltretutto l’impiego massivo di acronimi diversi a seconda della specializzazione clinica.
Esiste (e si ritroverà nella cartella sanitaria) praticamente un acronimo per ogni patologia, esame clinico o Dipartimento.
Da ultimo, i nomi dei farmaci: divertitevi a provare a pronunciare in inglese Ceftriaxone o Bendroflumethiazide!
L’affiatamento con questa terminologia richiede infinita pazienza, da parte del neo assunto ma anche del personale più esperto. Posso ritenermi fortunato ad avere avuto colleghi sempre disponibili in tal senso. Oggi mi diverto a riferire loro che l'”obs is fine”, ovvero che la rilevazione dei parametri vitali è soddisfacente.
In conclusione, l’emigrante vive una serie di fasi di adattamento nel processo di integrazione linguistica: si impara dapprima a comprendere l’inglese parlato da altri stranieri, più lento ed elementare, anche se – come detto – alle volte l’accento crea non pochi patemi di comprensione e fraintendimenti; in seguito si apprende l’inglese chiaro e limpido come acqua cristallina degli anziani, quello che si ascolterebbe per intenderci in un film di 50 anni fa od in un telegiornale; da ultimo si affina la conoscenza dell’inglese formale e si familiarizza con quello gergale e colloquiale.
Nel frattempo anche il nostro accento si perfeziona e si camuffa progressivamente con quello locale, pur differenziandosi inevitalìbilmente da questo.
Un’ultima considerazione, se espatriate o anche solo venite in vacanza in Inghilterra: non abbiate paura delle figure barbine.
Tanto ne farete comunque a palate, specialmente con i “false friends”, quelle parole che suonano simili a quelle usate nella lingua italiana ma che in inglese hanno un altro significato.
Anch’io ho suscitato ilarità sostenendo che un paziente in reparto potrebbe scivolare sul pavement (marciapiede) piuttosto che sul floor (questo sì che significa pavimento!).
Un breve aggiornamento a questo articolo: a partire dal 18 Gennaio 2016 l’NMC, ovvero il Collegio infermieri inglese, ha introdotto come requisito per le nuove iscrizioni di tutti gli infermieri overseas, quindi anche italiani (prima era obbligatorio sono per gli extracomunitari), il superamento del test linguistico IELTS con un punteggio pari ad almeno 7.0. Considerate le difficoltà che ho affrontato e la necessità di comunicare in un buon inglese soprattutto in ambito sanitario, condivido l’introduzione di questo requisito; vedremo con il tempo in quale misura ciò costituirà una barriera all’afflusso di nuovi colleghi dallo Stivale.  

Presentazione e scopo del mio blog

Questo blog nasce a distanza di un anno esatto dal giorno in cui – come tantissimi altri – ho fatto i bagagli per emigrare dall’Italia, approdando nel Regno Unito, dove lavoro come infermiere presso il Moorfields Eye Hospital NHS Trust di Londra.
Mi sono deciso a raccontare le mie esperienze ed a condividere pubblicamente quelle vissute dai colleghi infermieri e da tutti i professionisti sanitari giunti sin qui dallo Stivale perchè insieme abbiamo visto e vissuto tante esperienze, che nell’era dell’informazione digitale e dei social network non valeva la pena restringere ad una ristretta cerchia di persone.
Molti infermieri italiani si laureano avendo in testa il mito di Florence Nightingale, “la signora con la lanterna”, che ormai rappresenta – per l’appunto – solo un mito, in quanto tale contenente ormai solo un fondo di verità.
E’ invece ora di descrivere come stanno esattamente le cose in Gran Bretagna per chi si accinge ad espatriare o già vi risiede e lavora per conto dell’NHS, il Sistema Sanitario Nazionale britannico o per strutture private.
Racconterò insieme ad altri la vita dell’infermiere inglese mantenendo comunque un punto di vista inesorabilmente – per via della mia formazione culturale – “siringa e mandolino”, ovvero squisitamente italiano, descrivendo procedure da prendere ad esempio ma anche consuetudini che ai nostri occhi appaiono paradossali. Senza mancare peraltro di humour tipicamente British, che è sempre stata una mia caratteristica. Infatti quando faccio una battuta ridono più qui che in Italia.
Il mio blog con il tempo mira anche a fornire un supporto amministrativo – legale, di cui ho sentito e la grave carenza, specie al momento del mio inserimento lavorativo.
Non intendo ospitare post pubblicitari (accetto solo banner) di agenzie di recruiting, traduzioni o corsi di lingua, salvo parlarne in circostanze eccezionali.
Esiste una miriade di altri siti migliori del mio blog per questo.
Un’ultima nota: il titolo del blog è la parodia di una citazione del “Riccardo III” di Shakespeare.
Così come questo Re avrebbe ceduto il suo trono pur di avere un altro cavallo su cui montare nel campo di battaglia e riprendere lo scontro, così credo che il Regno Unito, ma anche l’Italia, dovrebbero sempre (ma non lo fanno spesso) custodire e coccolare i cavalli di razza del loro Sistema Sanitario: gli infermieri. D’altronde sono un infermiere (figlio di medico!), non se ne abbiano a male gli altri. Un pizzico di orgoglio non guasta mai.